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Classic art

A Trieste "La Bottega del Caffè"

Il capolavoro goldoniano diverte e tratteggia il piccolo mondo di un campiello veneziano con le sue luci e ombre
(ph. Simone Di Luca)
12/10 e fino al 17/10
20.30 (domenica ore 16)
Trieste
viale XX Settembre 45
Trieste

Martedì 12 ottobre la Stagione 2021-2022 del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia sarà inaugurata nel segno dello spirito acuto e divertente di Carlo Goldoni. È infatti il suo capolavoro “La bottega del caffè” - una delle “sedici commedie nuove”, scritte nel 1750 - la nuova grande produzione dello Stabile regionale con Goldenart Production e la Fondazione Teatro della Toscana, presentata in “prima nazionale” a Trieste.

Un maestro dello spettacolo italiano come Michele Placido regala al personaggio di Don Marzio sfumature, ambiguità e ironia, attorniato da una numerosa compagnia d’interpreti che, diretta da Paolo Valerio, si muove in scena con forza espressiva e ispirazione. La compongono parte del gruppo del Teatro Stabile ed altri attori: Luca Altavilla, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Anna Gargano, Armando Granato, Vito Lopriore, Francesco Migliaccio, Michelangelo Placido, Maria Grazia Plos.

Un assieme importante e una commedia ricca di leggerezza e significato, per “curare l’anima”  - come ha spiegato il direttore dello Stabile e regista Paolo Valerio - attraverso il teatro, l’arte, l’emozione condivisa.

Il sipario si alza su un allestimento imponente e accurato, cui hanno contribuito il lavoro della scenografa Marta Crisolini Malatesta, i ricchi costumi di Stefano Nicolao, il disegno luci concepito da Gigi Saccomandi, le musiche composte da Antonio Di Pofi e i movimenti di scena curati da Monica Codena.

La luce del mattino accarezza le piccole abitazioni che si affacciano su un campiello veneziano, mentre i riflessi dell’acqua si rifrangono sul piccolo mondo che lo popola e che lo spettatore seguirà per una giornata intera, durante il carnevale: «Accogliamo appieno e portiamo sulla scena tutta la vitalità e il divertimento della commedia, la comprensione che l’autore mostra per l’uomo – di cui ritrae con sottigliezza le virtù ed i lati oscuri – il suo amore viscerale per il teatro, per la scrittura, per gli attori, sulle cui potenzialità costruiva personaggi universali» spiega il regista Paolo Valerio. «Di questo testo meraviglioso è protagonista un microcosmo di persone che gravitano in un campiello veneziano. Don Marzio - il nobile napoletano che osserva seduto al caffé questo piccolo mondo e con malizia ne intriga i destini - nella nostra edizione è interpretato dal bravissimo e carismatico Michele Placido. Lo attorniano figure tutte importanti, ognuna ambigua e interessante: una coralità in cui la pièce trova il fulcro del suo impeccabile meccanismo, che imprime ritmi vorticosi alle interazioni fra i personaggi. Cosa succede? Nulla di clamoroso: qualcuno si rovina al gioco, due amanti si ritrovano e si perdonano, qualche sogno s’infrange… ma soprattutto si spettegola. È Venezia – come dice Don Marzio – un paese in cui tutti vivono bene, tutti godono la libertà, la pace, il divertimento».

Lo sfaccettato affresco sociale e umano che Goldoni ritrae ne “La bottega del caffé” è in costante movimento attorno alla bottega del titolo, gestita con oculatezza da Ridolfo con il suo aiutante Trappola. Sullo stesso campiello si affaccia anche un luogo assai meno onorato: la casa da gioco di Pandolfo. La bisca calamita il giovane mercante Eugenio, vittima della dipendenza dal gioco: perde, s’indebita, impegna i gioielli della moglie. La giovane Vittoria, di buona famiglia e sentimenti sinceri, molto deve penare - sostenuta da Ridolfo - per tentare di riportarlo sulla retta via. Anche il conte Leandro ama il gioco e la fortuna gli sorride (o lo aiutano carte truccate?) ed ha fortuna anche in amore, giacché la bella ballerina Lisaura si lascia da lui corteggiare, sperando di cambiar vita sposandolo. Ma una pellegrina - Placida - appena giunta a Venezia lo riconoscerà e l’aitante conte si rivelerà un marito fedifrago, nient’affatto nobile e presto… pentito. Di tutto questo rincorrersi e mentire, di questo tessere affari, di queste agnizioni, pentimenti e colpi di scena è osservatore privilegiato Don Marzio: un nobile napoletano che seduto al caffé ascolta, rivela, distorce notizie e verità.

«Don Marzio li guarda e li spia, con un occhialetto che non corrisponde alle diottrie che gli mancano, e registra il tempo con un orologio che non funziona, offrendo in caricatura una posizione speculare a quella del pubblico che osserva» scrive Piermario Vescovo. «Soccombendo a quanto la sua lingua pettegola ha incautamente spiattellato - sottolinea lo studioso in “Goldoni e il Teatro comico del Settecento” - a conclusione della commedia don Marzio finisce con l’assumere il ruolo del bugiardo, avendo egli in realtà rivelato la verità attraverso un’osservazione deformata della realtà e attraverso la pratica di una maldicenza quasi ingenua».

Diviene dunque un capro espiatorio, estromesso dalla società veneziana, che intanto però ha mostrato, assieme alle sue virtù, diversi lati bui.