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Classic art

Utoya

Con Arianna Scommegna e Mattia Fabris
(ph. cssudine.it)
Udine
via Sella 5
Teatro San Giorgio
28/01 e fino al 29/01
21 (29/1 ore 19)

«È il 22 luglio 2011, in Norvegia. Anders Behring Breivik, “il mostro”, scatena l’inferno. Otto morti con un’autobomba a Oslo, un diversivo e poi il vero obbiettivo: 69 ragazzi laburisti uccisi uno a uno nell’isola di Utøya, il ‘paradiso nordico’, sede storica dei campeggi estivi dei giovani socialisti di tutto il mondo. Avevo rimosso quei fatti. Come avevo potuto dimenticare una strage tanto grave e recente avvenuta nel cuore di un’Europa in pace e unita? Perché avevo dimenticato? La risposta non ha tardato ad arrivare. La narrazione restituita dai media era distorta, faziosa e arbitraria: una delle tante tragedie causate da “pazzi” armati, come quelle che succedono spesso in America. Insomma quel genere di fatti per cui scuoti la testa e passi oltre fino a dimenticartene. Niente di più sbagliato. Scoprivo che la strage era stata pianificata per anni, con lucidità e coscienziosità al limite del maniacale, e che non era contro un obiettivo a caso ma contro il cuore delle giovani “promesse” del socialismo europeo. Era una strage politica». Serena Sinigaglia, regista di spessore (ne ha dato prova anche firmando la recente produzione dello Stabile Tre alberghi, che è in tournée nazionale) riflette così sui fatti di Utoya. A indurla a portare tali considerazioni nello spettacolo che ne è seguito è stata la lettura de Il silenzio sugli innocenti di Luca Mariani, un giornalista che non si arrende davanti ai muri di gomma.
Lo stesso deve aver provato l’autore del testo teatrale Edoardo Erba, la cui scrittura nitida (per citare uno fra tutti, è suo un cult come Maratona di New York) può farsi strumento per comprendere un avvenimento sconcertante che – come ha sottolineato lui stesso – «non è un gesto di follia, ma contemporaneamente lo è. Non è cospirazione politica, ma contemporaneamente la è. Non è un esempio di inefficienza dei sistemi di difesa, e tuttavia lo è. Non è un caso di occultamento dell’informazione, però lo è» e che mai, come in questi mesi, incombe fra gli incubi che più ci attanagliano. Il teatro di Erba e di Serena Sinigaglia può inventare personaggi che assieme a noi percorrano questo labirinto. «Abbiamo scelto di tornare là, in Norvegia, quel terribile 22 luglio – dice Erba – a osservare tre coppie coinvolte in modo diverso in ciò che stava accadendo. Attraverso di loro ho spalancato una finestra di riflessione, che se non ci dà tutto il filo per uscire dal labirinto, per lo meno a sprazzi, ne illumina alcune zone oscure con la luce della poesia». Uno spettacolo toccante, che tenta di fare memoria e denuncia senza fare “teatro civile”, perchè Utoya è una vera tragedia contemporanea: come Medea o Edipo, «con la sola differenza – sostiene la regista – che è accaduto davvero. E, forse, potrebbe ancora accadere se non facciamo attenzione a chi siamo, a quale società stiamo contribuendo a costruire, al mondo che vogliamo lasciare in mano ai nostri figli».