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L'analisi

L'analisi
06 settembre 2009

Acqua, petrolio bianco

di Oscar Gottlieb
Nel 2030 l’offerta idrica del pianeta potrebbe essere insufficiente a soddisfare l’esigenza del 60% della popolazione. Lo scenario futuro? Aumento dei prezzi e diminuzione del consumo.
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L'analisi
06 settembre 2009 di Oscar Gottlieb

«L’acqua è di gran lunga la risorsa più importante al mondo, ma viene trattata come se non avesse affatto valore». In questa frase di Peter Brabeck-Letmathe, chairman della Nestlè, riportata nel primo numero del 2010 della rivista “McKinsey Quarterly”, è efficacemente sintetizzato uno dei paradossi più rilevanti dell’economia mondiale attuale.

Per capire l’importanza di questa risorsa – che troppo spesso viene data per scontata – val la pena di riflettere su quanto segue: in moltissimi Paesi si sta determinando in maniera sempre più evidente un divario crescente tra il livello di acqua fornito con regolarità e l’ammontare richiesto dal mercato. Alcune proiezioni sufficientemente attendibili portano a prevedere che – qualora i tassi di crescita attuali della popolazione mondiale si dovessero mantenere inalterati – già nel 2030 (cioè tra meno di un quarto di secolo da oggi) l’offerta di acqua potrebbe essere sufficiente a soddisfare, in media, meno del sessanta per cento della domanda globale. In alcuni Paesi emergenti, quali la Cina, l’India e il Sud Africa, che già oggi evidenziano significative carenze nella disponibilità di risorse idriche, tale divario potrebbe addirittura superare la soglia del cinquanta per cento.

Tutto ciò porta a ritenere altamente probabile il verificarsi di una carenza sufficientemente generalizzata nella disponibilità di una risorsa che – sotto molteplici profili – deve considerarsi essenziale per il corretto funzionamento del sistema produttivo mondiale. Il paradosso sta esattamente in questo: una risorsa così importante, critica per l’esistenza stessa di molte attività produttive – oltre che, naturalmente, per la sopravvivenza di una moltitudine di individui – è troppo spesso fatta pagare poco o male e viene, di conseguenza, sovente sprecata.

Uno dei problemi che sicuramente si pongono sotto questo profilo è rappresentato dal fatto che il costo connesso all’utilizzo dell’acqua viene in molti casi reso dal tutto opaco dall’esistenza di una serie considerevole di prelievi indiretti (imposte, tasse e gravami di diverso tipo) che servono, di fatto, a sovvenzionare in via sussidiaria gli enti che si occupano della sua distribuzione. In un simile contesto è abbastanza scontato che le imprese, così come gli individui, non avendo un’adeguata percezione di quanto effettivamente costi l’acqua che impiegano, tendano a sprecarla. Un simile fenomeno è particolarmente evidente in agricoltura, dove lo sperpero della risorsa idrica è spesso scellerato. Ma una cosa può dirsi sicura: se la dinamica delle curve di mercato seguirà l’evoluzione precedentemente tratteggiata, il prezzo futuro dell’acqua è destinato, quasi fatalmente, ad incrementarsi, superando di molto i valori attuali. Ben difficilmente, infatti, lo squilibrio che si sta già oggi determinando tra offerta e domanda del bene “acqua” potrà essere colmato, in futuro, attraverso la realizzazione di interventi che agiscano sul fronte dell’offerta.

Le operazioni di desalinazione, di estrazione da falde acquifere situate ad una profondità maggiore di quella da cui oggi si pesca, di trasporto delle acque superficiali, che potrebbero teoricamente incrementare il livello complessivo di disponibilità della risorsa idrica, in genere si rivelano di realizzazione eccessivamente complessa e sono terribilmente costose. È del tutto evidente, dunque, che se si vuole colmare un simile divario si dovrà necessariamente operare sul fronte della domanda. Ciò può avvenire sostanzialmente lungo due diverse direttrici: da un lato si possono ipotizzare interventi, da parte delle autorità regolatrici, volti alla fissazione di prezzi più elevati, tesi a scoraggiare l’impiego inefficiente della risorsa idrica; dall’altro, si dovranno inevitabilmente sviluppare azioni aventi ad obiettivo la diminuzione del consumo di acqua provocato dallo svolgimento delle attività produttive. In un simile contesto è del tutto evidente che le imprese che non opereranno in questo senso non potranno che subire una drastica erosione dei margini. È per questa ragione che, almeno nelle aziende più illuminate – quelle che guardano proattivamente alla possibile evoluzione futura delle variabili che concorrono a configurare il loro ambiente di riferimento, non limitandosi a subirne passivamente gli effetti – il tema del consumo di acqua provocato dal normale svolgimento dei processi produttivi è diventato – già da tempo – un tema strategicamente rilevante. Ciò ha determinato, almeno in alcuni casi, la fissazione esplicita da parte delle aziende più evolute di precisi obiettivi in tema di contenimento dei consumi idrici provocati dai processi produttivi aziendali, con conseguente avvio di specifici programmi tesi ad incrementare il livello di efficienza complessivo con cui viene impiegato il fattore produttivo acqua.

Uno dei parametri particolarmente utili per misurare una simile forma di efficienza è rappresentato dal “numero di litri di acqua consumati per ogni dollaro di vendite realizzato”: la lettura dei valori assunti da tale indicatore offre da sola – a giudizio di chi scrive – sufficienti indicazioni in merito alla gravità del problema che stiamo qui considerando. Per le imprese più virtuose, quelle che riescono a controllare al meglio i consumi di acqua provocati dallo svolgimento dei processi di trasformazione da loro attivati, tale indicatore si assesta su valori inferiori a 2; ma in alcuni settori lo stesso indicatore assume valori superiori a 100. Ciò significa che per produrre un solo dollaro di ricavo l’azienda è costretta ad impiegare più di cento litri di acqua!

È del tutto evidente che un simile modello di business non potrà reggere in alcun modo se, in futuro, il prezzo dell’acqua dovesse lievitare sensibilmente rispetto ai valori attuali, come molto probabilmente dovrà avvenire. Come affermato in precedenza, alcune importanti multinazionali hanno già intrapreso passi significativi lungo questa direzione. Tra queste si possono citare, a mero titolo d’esempio, la Ford, la Nestlé, la Procter&Gamble e la SABMiller.

L’approccio è sostanzialmente lo stesso e parte da un’attenta considerazione delle modalità secondo cui i diversi processi aziendali consumano acqua. La misurazione dei consumi idrici sostenuti nelle diverse fasi della filiera produttiva consente, in genere, di rendere evidenti alcune aree d’intervento in cui con investimenti relativamente modesti si possono ottenere significativi incrementi di efficienza. Ed è, naturalmente, in tali aree che si devono concentrare gli sforzi, con risultati concreti talvolta del tutto inaspettati e sorprendenti. Anche perché al risparmio d’acqua è spesso collegato il contenimento del costo associato ad un altro importante fattore produttivo: l’energia elettrica che deve essere impiegata per “movimentare” il prezioso liquido.

 

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