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Le aziende e le reti d'impresa

L'analisi
07 ottobre 2011

Economia dematerializzata

di Paolo Marizza
Le Reti di Impresa come strumento di aggregazione, rilancio e crescita delle aziende. Con un occhio puntato alla digitalizzazione di tutti i processi.
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L'analisi
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Ignorare o sottovalutare le differenze nelle caratteristiche strutturali delle economie territoriali può condurre a politiche industriali che, basandosi su assunti non appropriati, falliscono nell’ottimizzare percorsi di sviluppo ed il benessere collettivo con il risultato di aumentare le disuguaglianze.

Disegnare politiche industriali efficaci è un esercizio complesso particolarmente in contesti, come quello italiano, in cui le differenze territoriali sono importanti in presenza di un tessuto economico frammentato. Recentemente abbiamo sostenuto proprio sulle pagine di iMagazine che forse è maturo il tempo di introdurre delle “politiche industriali soft”, ovvero dal “basso”, basate su approcci cooperativi in cui governi locali, industria, finanza ed organizzazioni private e pubbliche ai vari livelli possono collaborare per intervenire direttamente sulle criticità di natura industriale e finanziaria che mantengono una bassa produttività nei settori maturi o una bassa crescita in quelli innovativi. In questo modo si potrebbero costruire programmi e finanziamenti per gli agglomerati produttivi territoriali, migliorando l’allocazione delle risorse pubbliche, aumentando l’offerta di lavoratori qualificati, incoraggiando l’adozione di tecnologie e migliorando regolamentazione e infrastrutture.

Lo sviluppo di questi approcci cooperativi può trovare nell’impianto delle Reti d’Impresa uno strumento essenziale per attivare processi di rilancio e di sviluppo su base territoriale. Infatti lo sviluppo e la rivitalizzazione degli agglomerati esistenti può essere  perseguito incentivando la costruzione di reti per realizzare integrazioni orizzontali, la condivisione di asset lungo la catena logistica, produttiva e commerciale ed il superamento di modalità di coordinamento interaziendale che ne limitano la presenza sui mercati internazionali. Il quadro dell’impianto delle Reti d’Impresa sembra quindi poter veicolare lo sviluppo di tali approcci collaborativi offrendo un’alternativa ed un complemento concreto alle aggregazioni in forma societaria ed alla perdita del controllo.

Diverse iniziative sono già operative in tutto il territorio nazionale ed altre stanno partendo e le aspettative del mondo confindustriale sono molto ambiziose. La rete come modello di crescita alternativo all’acquisizione o alla fusione avrà successo nella misura in cui sarà funzionale: a gestire in modo innovativo la governance delle imprese aggregate in rete; ad agevolare la finanziabilità dei programmi di investimento e ricerca della rete. Per quanto riguarda la governance, il sistema rete ben si presta a modellare la condivisione di certe attività rispetto all’autonomia nella gestione di alcune aree di business. Essenziale è la trasparenza tra i soggetti associati in rete sugli aspetti finanziari e sulla redditività delle attività della rete.

Per quanto riguarda la tematica emergente della finanza per le reti, essa va considerata come uno dei fattori abilitanti da mettere in relazione allo specifico progetto industriale di rete. Va cioè messa in relazione agli obiettivi ed ai percorsi di aggregazione (dalla condivisione di fasi della supply chain a monte o a valle, alla condivisione di fasi di processo produttivo, alla ricerca e sviluppo, allo sviluppo di piattaforme distributive comuni sui mercati internazionali) che generano fabbisogni e soluzioni finanziarie diversi per entità e strumenti.

La citata trasparenza nei rapporti economici e finanziari tra i soggetti associati in rete è fondamentale anche per la finanziabilità del progetto. D’altro canto la sfida per le banche e per gli investitori in generale consiste nel far evolvere i sistemi di valutazione del rischio lungo due dimensioni: la dimensione qualitativa e prospettica (forward looking) del progetto e la “dimensione network”, ovvero di un soggetto atipico che richiede di considerare la “molecola” nel suo complesso al di là delle cellule componenti (il rating delle reti e la visibilità nei flussi intrarete). A quest’ultimo riguardo risulterebbero funzionali anche progetti (di rete) di dematerializzazione (fatturazione elettronica, digitalizzazione, ecc.) dei flussi logistico commerciali delle reti con ricadute positive non solo sui costi, ma anche sull’efficienza finanziaria endogena delle stesse (riduzione CCN, finanziabilità del portafoglio ordini, riduzione costo del funding, ecc.).

Una recente ricerca della School of Management del Politecnico di Milano sostiene che i benefici immediati che deriverebbero al sistema delle imprese italiane dalla dematerializzazione sono stimabili in oltre 70 miliardi di euro: più o meno come sei “vecchie” Finanziarie 2011 e più della attuale manovra varata dal Governo. Una cifra un po’ troppo rilevante per passare l’argomento in secondo piano. Ma se i benefici della dematerializzazione sono cosi consistenti, perché in Italia siamo così indietro nella sua adozione? Una volta tanto i ritardi non sono imputabili a incertezze del quadro normativo, né all’“immaturità” delle tecnologie o all’ammontare degli investimenti necessari. Un vincolo certamente deriva dalla frammentazione del tessuto economico e dalla presenza di piccole o micro imprese negli ecosistemi di fornitura.

Un problema più serio, anche se paradossale, deriva dal fatto che sistemi e processi virtualizzati creerebbero maggiore trasparenza nei rapporti di fornitura. Non è detto che questo sia un obiettivo realmente condiviso da tutti gli attori all’interno delle filiere produttive. Tuttavia l’entità della posta in gioco dovrebbe rappresentare un incentivo intrinseco alla diffusione di processi dematerializzati. Sono infatti in corso esperienze in fase di realizzazione o già operative che hanno saputo superare, dove è emersa la volontà di intraprendere questa strada, tali difficoltà. Come nel caso di Ediel, il consorzio per la dematerializzazzione nella filiera Eldom (elettrodomestici ed elettronica di consumo) operativo dal 2009, e che ha concluso il 2010 con più di 100 aziende aderenti fra retail e industria.

Perché un consorzio e perché un consorzio di filiera? La risposta è tanto apparentemente semplice quanto fondamentale. Come recentemente testimoniato da Stefano Bassi, Direttore Operativo del Consorzio, se è vero infatti che i benefici della dematerializzazione dei cicli d’ordine e fatturazione sono evidenti, è altrettanto vero che una singola azienda, al di fuori di un sistema di aggregazione, sarà certamente riluttante ad affrontare spese consistenti senza avere certezza né degli standard né delle metodologie né dei protocolli da utilizzare con le sue controparti. Dunque la dematerializzazione funziona solo se un settore decide di mettere a fattore comune una serie di elementi. Non è solo una questione di sinergie ma di condividere effettivamente procedure e dati per ottenere risparmi e maggiore efficienza per tutti.

A regime i benefici non saranno solo quelli derivanti dalla riduzione di costi e tempi di processo (peraltro già molto consistenti): benefici altrettanto importanti deriveranno dalla possibilità di migliorare l’accesso e l’allocazione del credito, dal miglioramento dell’efficienza finanziaria interna a reti e filiere per le imprese. In altre parole l’impresa che dematerializza i cicli è in grado di dare un quadro puntuale e prospettico dei suoi flussi finanziari alla banca e la banca, potendo contare su uno strumento simile di “lettura” dell’andamento della liquidità aziendale, può determinare un merito di credito “più credibile” dell’impresa e in prospettiva erogare somme più consistenti a condizioni migliori. L’ auspicio è che l’ impianto tecnico giuridico delle Reti e la crescita del numero di progetti di Reti possano costituire una nuova ulteriore opportunità anche per far evolvere i modelli di gestione della aziende e dei rapporti che le connettono in filiere e con il sistema bancario.

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