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Philadelphia e il Bel Paese

Turismo
07 settembre 2011

Italiani a stelle e strisce

di Norman Rusin
Nella città in cui vennero redatte la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione degli Stati Uniti d’America, opera una prosperosa comunità italiana. Che senza scordare le proprie radici, è divenuta protagonista oltreoceano.
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Turismo
07 settembre 2011 di Norman Rusin

Zanoby Calogero Veneziano-Broccia Astwood ha compiuto un anno il 23 luglio scorso, ma porta già in sé una storia antica che risale ai padri della chiesa. San Zanobi, a cui è dedicata una via di Firenze, è stato il vescovo del capoluogo Toscano tra il IV e il V secolo d.C.; Zanobi Buondelmonti, invece, era uno dei giovani fiorentini che frequentavano il circolo degli Orti Oricellari discutendo gli scritti di Machiavelli.

Ma il giovanissimo philadelphiano porta soprattutto il nome di una storia d’amore: quella di sua madre, Lillyrose, verso l’Italia. Lillyrose ha il passaporto americano per un soffio. Nata a Philadelphia poco dopo che i genitori erano emigrati dalla Sicilia, per portare in città un po’ della raffinata sartoria italiana, ha coltivato la propria passione per la penisola imparando l’italiano all’università di Temple, studiando per un Ph.D. (dottorato di ricerca) alla Columbia University, viaggiando in lungo e in largo per il Belpaese. E durante il suo primo soggiorno fiorentino, quello che ha segnato l’indissolubile legame d’amore con il capoluogo toscano, Lillyrose ha abitato proprio in via San Zanobi. Al compleanno del piccolo Noby, tra un panino con le meatballs (polpette) e il provolone e una fetta di torta gelato, risuonavano tre lingue differenti: siciliano, italiano e inglese. Il bimbo crescerà sentendone anche una quarta, lo spagnolo, dalla parte del papà, originario della Repubblica Dominicana.

Questa è una delle storie che rende affascinante la città di Philadelphia, nella quale vivono e lavorano ancora moltissimi italiani e italo – americani. Alcuni di questi scrivono poesie. Sono i Philadelphia Poets, un simpatico gruppo di poeti italo – americani di seconda e terza generazione. Guidati da Rosemay Capello, sono molto attivi nella realtà locale, con una loro rivista, un blog e persino una pagina Facebook. Sublimano i propri ricordi in versi nei quali risuona qua e là qualche rima italiana, antica reminiscenza di una lingua che ormai non gli appartiene più. Per molti emigranti, l’italiano è stato un velo leggero, spazzato via dalle correnti atlantiche non appena sbarcati sulle coste statunitensi. Molto più tenaci, invece, le radici che questi emigranti hanno conservato con le lingue locali, quelle delle regioni d’origine. Come il siciliano per la famiglia di Lillyrose o il friulano per gli artigiani che abitano in un quartiere a nord di Philadelphia.

Questi ultimi sono stati ritratti da Francesco Nonino, per un progetto del Centro Ricerche e Archiviazione della Fotografia del Friuli Venezia Giulia. La sua mostra fotografica “Americhe” è stata presentata per la prima volta qui a Philadelphia in occasione del convegno AISSLI (Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua e Letteratura Italiana) del 2009. I volti e le mani di questi emigranti, sbarcati nel nuovo continente tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento raccontano una storia di coraggio e di sacrifici. Ma è anche una storia di un’arte antica e sapiente, che dai monti del nord del Friuli si è aperta un varco attraverso l’Atlantico e ha portato i suoi frutti migliori nella costa est degli Stati Uniti. Avrei potuto parlare degli studi del sociologo Richard Juliani, sugli italo-americani a Philadelphia, o quelli del sociolinguista Hermann Haller, sulle varietà linguistiche regionali degli italiani a New York; o ancora quelli di Anthony Tamburri, sulle tradizioni delle comunità italo-americane della costa est. Ma questa è la realtà che ho conosciuto finora. Questo è lo sguardo che mi ha fatto innamorare un’altra volta dell’Italia.

 

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