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Elena Pontini

Società
20 marzo 2014

Happy singing

di Michele D'Urso
La passione per il canto, la carriera da soprano, l’insegnamento. Poi la folgorazione: “In mezzo alla natura sono rinata”. E l’energia dei luoghi l’ha tradotta in musica.
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Elena mentre suona in un bosco
Società
20 marzo 2014 di Michele D'Urso Image

Dicono che l’universo sia una scossa incarnata: Big Bang! Un’esplosione; una vibrazione; un suono. Se questa teoria è buona, vuol dire che siamo tutti figli di quel suono e il nostro corpo, come parte originatasi da quell’uno, dovrebbe conservarne qualità e memorie.

Di conseguenza, l’espressione acustica di un corpo, cioè il canto, è ciò che ci tiene in collegamento con il creato. Certo, è un’ipotesi azzardata, ma se consideriamo che fin dalla notte dei tempi il canto, dagli sciamani ai monaci, è stato usato per pregare, ovvero per connettersi all’essenza universale, si apre un ampio campo di possibilità.

Moderna ‘sciamana’ - termine da prendere, ovviamente, con le molle - Elena Pontini, cantante, soprano, insegnante e non solo, ha da poco intrapreso una propria via di ricerca dell’armonia con il creato.

Elena, come è nato e come si chiama il suo progetto di ricerca?

«Happy Singing, “Felice cantando”, ed è anche esplicativo riguardo al motivo della sua nascita, ovvero la ricerca della felicità».

Già, la felicità. Termine che a volte, visti i tempi, sembra non essere di questo mondo...

«Vero, ma chi può negare che questo non sia il nostro scopo principale di vita? In fondo l’amore, l’amicizia, l’allegria sono tutte sue componenti. Se non effettuiamo questa ricerca è un po’ come rinnegare lo scopo di una intera esistenza».

E il canto è una via dove passa questa ricerca.

«Io canto da sempre, o almeno posso dire così, e potrebbe sembrare che faccia da ‘sponsor’ alla mia attività, ma è intuitivo che anche chi, ad esempio, cerca la sua via nella maratona o nella fotografi a, è capace di cantare una sua canzone, mentre non tutti possono correre la maratona. A un certo punto della mia vita ho cominciato a percepire l’energia dei luoghi, delle piante, degli animali e di conseguenza la mia. Ho visto la natura del bosco nell’uomo ed è lì che è avvenuta la scoperta di me stessa, la mia vera nascita. Finalmente uno sguardo percettivo su tutto ciò che mi circonda. È un’emozione fantastica».

Ci sono tante discipline, dalle arti marziali alla bioenergetica, nelle quali si parla di percepire; si va dal proprio corpo a quello dell’avversario, come per sentirsi ‘radicati’, ma per un profano tutto ciò è arabo.

«Personalmente posso dire di sentirmi profondamente ‘radicata’: i miei piedi sono punti fermi e stabili e io divento consapevole di essere lì in quel momento, di vivere l’hic et nunc, il qui e ora. E allora il canto mi nasce spontaneo, come fosse una richiesta fatta dal luogo stesso. Pur insegnando a Trieste sono andata a vivere nelle valli del Natisone».

Una scelta coraggiosa; con due bambine piccole, poi, ancora di più. E si sa, la Slavia Friulana è senz’altro terra energeticamente forte. Forse lei è stata ‘chiamata’ dal posto?

«Può essere. Dicono che nulla avviene per caso. Fatto sta che quando sono lì, in quei boschi fitti e ombrosi, mi trovo nella mia dimensione preferita: è come se gli alberi mi chiedessero di cantare».

Per esperienza personale, ma anche come molti narratori hanno descritto - penso a Bruce Chatwin, il leggendario scrittore e reporter -, so che tanti popoli ‘meno civilizzati’ hanno questa facoltà di percepire la natura. Penso al libro sui nativi americani è Lo sai che gli alberi parlano?

«Personalmente non conosco, né ho letto, di proposito, niente di quello che lei cita...»

Perché di proposito? Ha evitato di documentarsi sull’argomento?

«Si, forse dire ‘di proposito’ non rende le mie intenzioni. Se guardiamo al significato etimologico della parola ‘saggio’, si vedrà che significa, pressappoco, colui che sa ‘razionalmente’ cosa fare in un determinato momento. Ogni ‘maestro’, ogni formatore, trasmetterà comunque una dottrina. Nulla di sbagliato, ma io voglio essere libera di trovare e seguire la mia senza essere stata incanalata in nessuna direzione. Il progetto Happy Singing riceverà consensi e critiche, come tutto, ma questa è la mia via. Cantare in armonia con i luoghi. Portare armonia. Riceverne».

Mi spiega come si svolge una… come chiamarla, ‘seduta’?

«Essendo un progetto giovane, non esiste ancora un ampio repertorio di aneddoti: ne cito due significativi. Il primo, a un compleanno svoltosi in Carso, siamo andati, di notte, nel bosco, e ho cantato. Si sa che il Carso è stato teatro di guerra: tutti i  partecipanti hanno percepito il messaggio di pace, contro travagli anche interiori. Il secondo episodio si è verificato a un workshop per attori. Alla fine delle lezioni li ho portati a cantare sotto un pioppo che mi stava particolarmente a cuore: tutti hanno sentito di aver cantato meglio sotto l’albero che in aula».

Gli indiani americani assegnano a ogni albero un ruolo; il pioppo parla con gli spiriti, il salice protegge dalle malattie...

«Io sono pronta a sperimentare, dovunque: basta solo che mi si chiami e io canterò per quel luogo».

Lei insegna in un liceo musicale: ha discusso dell’argomento anche con i suoi alunni?

«Con i miei studenti, che sono meravigliosi, parliamo di tutto, anche di fisica quantistica: nessun argomento è tabù e lascio sempre loro la possibilità di sperimentare e di decidere da soli su tutto».

Lei ha un vasto repertorio; ha cantato in giro per il mondo, ha inciso dischi... c’è una canzone preferita dagli alberi?

«Amazing Grace, senza dubbio la più gettonata! (Sorride) Scherzi a parte, è davvero il pezzo musicale che sento più idoneo alla mia ricerca. Uso anche altre canzoni... ma quella è unica».

Siamo in una rinomata pasticceria-cioccolateria e mentre parliamo dalla radio vengono fuori le note de I migliori anni della nostra vita di Renato Zero. Non è Amazing Grace, ma la canzone, con la sua musica, è riuscita a mettersi in mezzo a noi e farci rimanere in silenzio. Solo dopo la conclusione, Elena riprende: «Anche questa canzone è meravigliosa; è una melodia che rende dolce lo scorrere del tempo».

Già, lo scorrere della dimensione temporale. Il nostro tempo, la nostra vita, la nostra coscienza collettiva, altro non sono che un passaggio; e se canteremo la nostra energia fino in fondo, allora potremo ricavarne quella felicità che andrà oltre l’ultima nota della nostra canzone e che resterà lì, nel folto del bosco, ai piedi di qualche frondoso albero, da qualche parte in questo meraviglioso universo. Happy Singing!

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