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La crescita delle nuove generazioni

Società
21 marzo 2014

Cosa significa educare?

di Cristian Vecchiet
Dagli esempi concreti alle regole non scritte, dai genitori agli insegnanti. Ecco perché formare i giovani non è un percorso scontato.
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L'esempio si conferma il primo pilastro educativo
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21 marzo 2014 di Cristian Vecchiet Image

Educare vuol dire trasmette una visione del mondo adeguata alle esigenze della coscienza e della vita concreta e che sappia tradursi in pratiche di vita. L’educazione allarga lo sguardo sulla realtà e rende lo stile di vita quotidiano compatibile con le esigenze della vita reale e congruente con le norme della vita sociale. L’atto educativo trasmette valori, cioè significati, che si traducono in comportamenti responsabili verso di sé, gli altri e la realtà.

Come si fa a trasmettere i valori? Com’è possibile infondere quella che Benedetto Croce definiva la “percezione viva dei valori”? Come si fa a educare? Proviamo a indicare alcune piste valide sia nell’educazione individuale che comunitaria.

Innanzitutto con l’esempio. Lo stile di vita responsabile dell’adulto è la prima fonte dell’educazione. Si educa in primo luogo con l’esempio concreto. Gli adulti significativi educano attraverso la pratica perlopiù irriflessa. È il comportamento spontaneo e ripetuto che trasmette valori. È statisticamente provato che i figli di genitori che praticano il volontariato hanno a loro volta più probabilità di fare volontariato. È più probabile, senza ricorrere a un ingenuo meccanicismo, che un figlio che vede il genitore leggere e comprare libri, interiorizzi l’importanza della cultura e dello studio.

Decisiva è la qualità della relazione che si instaura con l’adulto significativo. La relazione calda è il canale prioritario per comunicare cosa sia importante nella vita e come ci si debba comportare. L’affettività possibilmente non dev’essere né ambigua né ambivalente ma deve trasmettere la certezza soggettiva che l’altro conta e vale per quello che è. È dentro una relazione positiva che passano i valori. È quello che di fatto è interiormente percepito come vero e vissuto, come importante dai genitori e dagli adulti significativi, che passa come valore da interiorizzare. Questo ovviamente sia da piccolissimi (fin dal periodo prenatale avviene la percezione) che da ragazzo e persino da adulto, secondo modalità e intensità adatte alle singole stagioni di vita.

Poi è necessario che gli adulti riscoprano la capacità di argomentare. È importante dire le ragioni per cui ci si comporta in un determinato modo. È importante giustificare quanto viene proposto come stile di vita. Dare le buone ragioni di un determinato stile di vita (dire esplicitamente perché è migliore di un altro) è decisivo soprattutto nei confronti degli adolescenti e degli adulti. Non basta dire: “L’ho detto io”. Questo va bene in certe fasi della vita ma non in tutte. In altre rischia di essere controproducente.

Altro canale educativo sono i “miti”, cioè i racconti. I racconti di vita, le narrazioni, traducono nel concreto della vita vissuta i valori morali. Il riferimento qui è ai racconti che ognuno propone di sé, della concretezza della propria esperienza di vita, come anche ai romanzi e alle espressioni estetiche e artistiche. Raccontare esperienze vissute spiega scelte fatte nella concretezza della vita. I migliori trattati di etica, da questo punto di vista, sono i romanzi. “I Promessi Sposi” o “I Fratelli Karamazov” ma anche film, musica o altro, danno un’immagine chiara di cosa è bene e di cosa è male, senza mai o quasi definire il bene e il male. Qualunque espressione artistica risponde a questa esigenza.

Importanti sono anche i riti. Le ritualità quotidiane (per esempio spegnere il cellulare o la televisione a tavola) sono fondamentali per dire che non tutti i momenti sono uguali e che le cose non hanno tutte la stessa importanza. Altri esempi di rito sono aspettare che tutti siano a tavola prima di iniziare a mangiare o chiedere com’è andata la giornata. Sono tutti modi per scandire la quotidianità e la vita, ossia per dare più importanza a certe cose rispetto ad altre e trasmettere pertanto valori.

E poi ci sono le leggi, le norme. La legge ha una funzione sociale ed educativa. La legge, definendo cosa è lecito e cosa non lo è, dice in fondo cosa è buono e cosa è cattivo. Questo vale sia per le leggi giuridicamente definite secondo le diverse fonti, sia per le leggi interne alla famiglia o a un gruppo. La legge con le sue sanzioni stabilisce degli spartiacque ed educa a essi. È importante che i genitori puniscano un bambino maleducato o un ragazzo che risponde male o che non fa il suo dovere. È importante che al bambino o al ragazzo vengano richiesti determinati compiti quotidiani (sistemare la camera ogni giorno, preparare la cartella la sera, tenere le scarpe fuori dalla stanza). Sono regole che formano a un modo di vivere e di fare e che educano alla responsabilità personale e alla partecipazione a un impegno comune. L’impegno e lo sforzo meritano inoltre di essere premiati.

L’educazione è essenzialmente pratica e si snoda all’interno di rapporti significativi, rapporti che aiutano a interiorizzare la bontà di alcuni valori piuttosto che altri. L’educazione è data da un insieme di pratiche “pensate” e non semplicemente “agite”, argomentate e non soltanto imposte, raccontate e non soltanto spiegate. È un insieme di pratiche che si articolano anche nei racconti, nei riti e nelle leggi. L’educazione è data da un insieme di pratiche che traducono e trasmettono qualcosa di sentito e giudicato interiormente come vero e autentico.

L’educazione è questo e molto altro ancora. Qui si è voluto tratteggiare alcuni versanti della vita pratica che hanno funzione educativa. L’educazione passa attraverso qualunque pratica che come tale implichi e trasmetta valori. I valori trasmessi sono quelli realmente interiorizzati dagli adulti. Decisiva è la reale disponibilità degli adulti a rileggere e rivedere il proprio stile educativo per renderlo sempre più responsabilizzante mediante pratiche coerenti e adeguate.

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