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La necessità del silenzio

L'autore della porta accanto
06 settembre 2011

Marco Iacobelli

di Andrea Doncovio
La folgorazione per la poesia avvenne in quinta superiore. E da allora non ha più smesso di comporre. “Perché scrivere conferisce dignità e senso alla mia vita”. È nata così La necessità del silenzio.
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Marco Iacobelli è nato l'8 settembre 1978
L'autore della porta accanto
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Marco Iacobelli e la poesia: quand’è sbocciata la passione?

«Più che di passione parlerei di attaccamento viscerale e devoto. Nella primavera del ‘97 scrissi una poesia intitolata Suggestione: fu il primo timido cenno ed esperimento poetico in cui declamo la primavera che riesce a dischiudere i sensi ed evocare suggestioni di ricordi passati e vite in divenire».

Cosa ti ha spinto a scriverla?

«Fu proprio la primavera e la sua essenza che spinsero a celebrare l’euforia della vita. Forse per sentirmi meno solo e parte integrante del mondo e della natura».

Qual è stata la prima persona che l’ha letta?

«La mia professoressa di italiano del liceo. Ricordo che mi incitò a continuare ad approfondire e ad affinarmi».

Prima di allora avevi mai avvertito la passione per la poesia o per la letteratura?

«Dicono che da piccolo avessi un temperamento solitario e introverso. Io ricordo la sensazione che provavo di estatico rapimento e ammirazione dinnanzi allo svolgersi degli eventi nonché l’unione con l’ambiente circostante e la natura, caratteristica che ancora mi contraddistingue e cerco di mantenere. Perciò una predisposizione alla poesia, alla contemplazione e all’intimo raccoglimento già preesisteva in giovane età».

Cosa significa per te la poesia?

«È un richiamo incessante e imprescindibile che mi nobilita come essere umano, è una preghiera lancinante, la via regia per sfiorare l’enigma che ci vuole qui, una voce misteriosa, perentoria ma ricca di grazia che mi chiama e mi vuole a sé, oltre una soglia remota; è il mio contributo a questa vita, il mio modo di stare al mondo, uno dei pochi che mi conferisca dignità e senso. Non potrei immaginarmi, concepirmi senza la poesia».

C’è un poeta a cui ti ispiri?

«Baudelaire è il mio padre ispiratore, ma ci sono molti poeti che ammiro, a cui attingo e che tento di seguire. In tutti cerco di cogliere il loro stile e il loro modo di vedere e di riferire il mondo attraverso l’uso della parola. Sono molto attento alle influenze e ai richiami che suscitano i poeti più contemporanei».

Quando parenti e amici hanno scoperto la tua passione per la poesia come hanno reagito?

«Non sono tipo da sfoggiare le mie qualità o mettermi in mostra, resto molto sulle mie, perciò confidai timidamente questa mia inclinazione a qualche amico che reagì in modo impacciato manifestando una certa malcelata sorpresa, alcuni bonariamente mi canzonarono. Coloro che si esprimono attraverso la poesia vengono considerati un po’ strani e non incasellabili, ciò suscita un atteggiamento di sospetto e di leggera paura. Siamo i diversi, i disadattati».

Eravamo rimasti alla prima poesia: dopo cos’è successo?

«Dalla primavera del ’97 ho scritto in modo costante e copioso. La forza creativa che mi spingeva allora era impetuosa, credo che fosse la mia prima ragione d’essere e ciò mi esaltava e sostanziava infondendomi molta energia e confidenza nei confronti della vita».

Quattordici anni dopo vale ancora così?

«La spinta e la necessità di scrivere permangono in modo irriducibile; forse con l’esperienza acquisita riesco a controllare di più l’impeto, indirizzandolo e dandogli il giusto coronamento. Penso di aver creato un migliaio di manoscritti sparsi tra taccuini, fogli svolazzanti, pagine di libri e fogli elettronici».

Cosa ti spinge a scrivere?

«Il forte attaccamento che ho alla vita. La voglia di partecipare al suo travolgente e magnifico manifestarsi in tante forme. Di non sentirmi escluso dal suo spettacolo e di potervi partecipare magari con un piccolo contributo. Questa è la ragione più solare e gioiosa».

Ce n’è anche un’altra?

«Diciamo una più oscura e insondabile, una esigenza dello spirito che travalica ogni logica comune. Per me scrivere è come un percorso iniziatico per accedere alla conoscenza di me stesso, degli altri, di ciò che ci racchiude».

Dove nasce l’ispirazione?

«Dall’osservazione, ossia osservare senza troppi schemi, aspettative e pregiudizi, in modo candido e scevro da condizionamenti. Mi piace osservare e riportare come un testimone emissario in modo poetico. Prediligo le forme brevi. Vorrei utilizzare la poesia maggiormente per sperimentare contaminazioni con il mezzo audio-visivo».

Solitamente quando scrivi?

«Prediligo maggiormente la notte, mi sento più libero di esprimermi nell’immensità calma e mistica che emana, in cui ogni più piccola cosa può manifestarsi liberamente. E anch’io di riflesso posso far cadere le maschere, essere me stesso senza dover dimostrare nulla».

Hai detto che spesso voi poeti venite considerati dei “diversi”: in base alla tua esperienza, nel nostro territorio i “diversi” sono una specie in salute o in via d’estinzione?

«Esistono molte realtà frastagliate, molti bravi poeti, molte giovani voci che però non trovano spazi per ritrovarsi e confrontarsi, dove progettare e costruire delle cose assieme; si è un po’ allo sbando, dei cani sciolti, ed è un peccato perché a lungo andare senza il confronto e senza stimoli, possibili solo rapportandosi, tali realtà, anche se genuine e rilevanti, sono destinate a spegnersi».

Esiste una soluzione?

«Bisogna adunarsi. Proporrò in questo senso a breve una marcia poetica e pacifica aperta a tutti i poeti per declamare nelle strade le proprie poesie, per scuotere e destare. Un modo per aggregarsi, socializzare e far valere la propria voce».

Qual è il complimento più bello ricevuto per le tue poesie?

«Recentemente, durante una lettura pubblica, una signora mi ha detto che sono nato nel posto sbagliato e che la mia profondità non sarebbe stata capita».

Con la pubblicazione della tua raccolta di poesie scoprirai se è vero... L’hai intitola La necessità del silenzio: perché?

«Perché il silenzio è uno stato di cui necessito in primo luogo per scrivere, ma anche per vivere, per accogliere meglio ciò che la vita mi prospetta, per ricevere degnamente ogni genere di incontro. In più è anche un piccolo monito o richiesta a ridurre questo flusso o caos stordente e irriducibile che abbiamo generato e che non ci permette di fermarci e riconoscere, stupirci, apprezzare pienamente, e che svilisce certi bisogni più interiori e alcuni valori fondamentali per la realizzazione di un individuo come l’amicizia, lo scambio sincero, la condivisione».

Qual è il sogno nel cassetto di Marco Iacobelli?

«Innanzitutto vivere il sogno che sto vivendo ora, quello della prima pubblicazione. Poi vorrei realizzarmi in ambito lavorativo con il mezzo audiovisivo, che mi appassiona molto. Infine mi piacerebbe creare un circolo di poeti come i vecchi cenacoli bohemiens e scrivere un manifesto con loro a più mani per gettare le basi per un nuovo movimento artistico e spirituale per un atteggiamento propositivo e audace nei confronti della vita».

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