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Nuovi investimenti e fondi pensione

L'analisi
04 dicembre 2011

Il TFR per la crescita

di Paolo Marizza
Da ogni dove vengono invocate misure strutturali per rilanciare lo sviluppo economico del Paese, eppure da anni alle parole non seguono i fatti. Serve subito un volano: coinvolgendo aziende, lavoratori e intermediari finanziari la svolta è possibile.
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L'analisi
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Il dibattito ed il confronto sulle misure per rilanciare la crescita economica del nostro Paese si dipana da anni tra proposte e ricette che anche nella telenovela dell’ultima manovra non hanno trovato ascolto e recepimento.

Si dice che da noi il problema è il debito pubblico. Ciò che conta tuttavia non è solo il suo valore assoluto, ma soprattutto il rapporto fra il debito pubblico e il Pil (Prodotto interno lordo). Se il debito cresce più che proporzionalmente all’economia il rapporto aumenta: la crescita (anche nelle valutazioni delle tanto biasimate società di rating) è importante quanto e anche più della solidità dei conti pubblici. È la nostra incapacità di crescere e di attuare politiche che favoriscano lo sviluppo ciò che deve preoccuparci, per il futuro del nostro Paese e delle nuove generazioni, prima delle agenzie di rating e dei mercati.

Misure a base di tagli e tasse che riducessero anche in modo consistente il debito sarebbero vanificate dall’andamento stagnante dell’economia, un andamento che ci contraddistingue da oltre un decennio. Questi provvedimenti diffonderebbero l’illusione che le riforme non sono necessarie. È come se spremessimo risorse ed energie per alimentare un motore che andrebbe invece rifatto, un grande motore che così com’è consuma troppo, va piano ed alla prima salita andrebbe in panne. Eppure in molti, a parole, considerano la crescita come la panacea di tutti i mali. Ma allora come mai non si riesce a partorire nulla di concreto e pragmatico, che abbia degli impatti positivi nel breve periodo? Siamo in una situazione in cui non c’è condivisione né convergenza sugli obiettivi da perseguire né sui mezzi, modalità e misure per conseguirli.

Il problema spesso si trova ancora a monte: non c’è la capacità di effettuare una diagnosi che faccia riferimento a fatti e schemi interpretativi condivisi. In sostanza si disquisisce sulla fondatezza delle analisi che spiegano le cause dei nostri mali. E così non si passa dalla diagnosi alla terapia. Questa può essere una spiegazione, sconfortante, del perché sui tavoli che contano passano decine e decine di proposte di intervento e di riforma che vengono prima approvate ed il giorno dopo cestinate. Il cestino delle non decisioni si riempie velocemente: il problema viene evitato, rimandando ad un’occasione futura la possibilità di risolverlo.

In realtà non è che non si sappia cosa è necessario fare e con quali priorità. Da anni si sprecano le agende per le riforme sviluppate sia a destra che a sinistra. Il problema sta nel fatto che da più di un ventennio in Italia non esiste una coalizione, un’alleanza stabile tra corpi sociali e politici che sia in grado di anteporre sistemi valoriali, fattori identitari e interessi collettivi agli interessi di parte, meglio sarebbe dire di parti che si frammentano in rivoli di infiniti particolarismi, di privilegi piccoli e grandi. In questi casi in letteratura si parla di “sistemi balcanizzati”. La dizione non si rifà a realtà geopolitiche, ma a situazioni in cui l’autoreferenzialità dei corpi socio politici genera conflittualità permanente  e declino strisciante che conduce all’implosione del sistema. Per fortuna il nostro Paese non si trova ancora in una situazione “balcanica”: le eccellenze ed il patrimonio di risorse umane e culturali di cui disponiamo hanno  finora parzialmente compensato la distruzione di ricchezza. Ora però si tratta di mettere efficacemente a frutto le residue risorse disponibili per evitare il declino. Parlando di pensioni il governo sta già ripensando la manovra bis approvata per intervenire ulteriormente sull’età di pensione, sull’anzianità, sui parametri dell’aspettativa di vita, sul regime contributivo. È auspicabile con non si ricominci  a riempire il “cestino dei rifiuti” con il balletto di cifre e di proposte che si auto smentiscono da un giorno all’altro. Con riferimento alla previdenza complementare, la ruota di scorta della pensione principale, viene da più parti ribadita la necessità di far decollare il sistema. Perché con pensioni inevitabilmente sempre più magre, la pensione di scorta diventa fondamentale. Ai fondi pensione oggi aderiscono poco più del 20% dei lavoratori. Per questi motivi si sta pensando a misure più incisive: dall’adesione obbligatoria al secondo pilastro, ad incentivazioni fiscali, all’alleggerimento dei limiti d’investimento oggi imposti ai fondi, all’introduzione di un fondo di secondo livello a garanzia del capitale maturato dal lavoratore. Sono iniziative di cui si parla da anni, che non sono mai sfuggite all’attrazione del “cestino dei rifiuti” e che sarebbe stato meglio realizzare in tempi di vacche meno magre.  Iniziative prevalentemente all’insegna del rigore, necessario ma non sufficiente. Tali misure, infatti, dovrebbero essere accompagnate da un intervento che faccia da volano alla crescita, facendo leva su quella grande risorsa che è il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) già maturato.

Un intervento a costo zero che aiuti la crescita sarebbe molto semplice. Stiamo parlando dello stock di TFR, ovvero del credito maturato dai lavoratori nei confronti delle aziende, private e pubbliche, nel corso della vita lavorativa, il cui ammontare è pari ad oltre 200 miliardi di euro a livello nazionale. Ai dipendenti che non vogliono lasciare il TFR maturato in azienda, verrebbe data la facoltà di cedere il credito nei confronti dell’azienda ad intermediari finanziari (banche, assicurazioni) ricevendo in cambio il controvalore che verrebbe versato dai lavoratori stessi ai fondi pensione. Gli intermediari finanziari che anticipano il TFR ai dipendenti diventerebbero i nuovi creditori dell’azienda per lo stesso ammontare.

In tal modo le imprese manterrebbero il TFR nel passivo del proprio stato patrimoniale, senza quindi subire un deflusso di cassa. Inoltre, si creerebbe un’opportunità di razionalizzazione e stabilizzazione del passivo delle aziende slegando il TFR maturato dalla vita lavorativa dei dipendenti per renderlo coerente alla generazione del cash flow (flusso di cassa) aziendale. Si tenga presente che nelle Piccole e Medie Imprese il turnover del personale è tale che in media ogni cinque/sei anni tutto il TFR viene liquidato, con i conseguenti costi di rifinanziamento per le imprese. Data la massa di risorse, anche se venisse mobilizzato soltanto il 30-40% dello stock di TFR si renderebbero disponibili circa 60-80 miliardi che affluirebbero ai fondi pensione. Ciò consentirebbe di mettere in circolo un ingente flusso di risorse finanziarie, con ricadute positive derivanti da un’accelerazione nello sviluppo della previdenza complementare, nonché dagli effetti di volano per la crescita derivanti dal reinvestimento di tali fondi nell’economia (es. Project financing delle infrastrutture, opere pubbliche, social housing, fondi di Private Equity territoriali, ecc.), nei limiti consentiti dalla normativa a tutela del risparmio previdenziale. Ma il cestino dei rifiuti è sempre in agguato.

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