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Guerrino Perovich

Cultura e Spettacolo
09 maggio 2014

Ti racconto una canzone

di Michele D'Urso
Il cachet del suo primo concerto lo ricevette dalla figlia di Italo Svevo. Ora è produttore di numerosi e importanti artisti. Ma ai giovani musicisti consiglia: "Andate all'estero".
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Perovich (a sinistra) assieme al dj e conduttore radiofonico Ringo
Cultura e Spettacolo
09 maggio 2014 di Michele D'Urso Image

I popoli antichi, non possedendo una cultura scritta, tramandavano la loro storia attraverso litanie che venivano cantate di generazione in generazione. Le canzoni, quindi, sono parte della storia, e intervistare Guerrino Perovich, classe 1948, titolare dell’etichetta musicale Blue Tattoo Music, equivale a incontrare una memoria storica della musica italiana, e non solo. Fiumano di origine, Triestino di adozione come tanti della sua generazione, ne ha da raccontare per libri interi; condensare il suo “canto” nell’angusto spazio dell’intervista è impresa ardua.

Cominciamo dal Guerrino artista; come iniziò la sua avventura musicale?

«Il mio primo contatto con la musica avvenne nel 1958 nel ricreatorio di Chiarbola, a Trieste, grazie alla tromba, strumento molto in voga all’epoca poiché erano gli anni di Ninì Rosso e delle fanfare. La chitarra, lo strumento della mia vita, è arrivato agli inizi degli anni sessanta tramite un mio compagno di scuola. Appena imparai a suonare decentemente fondai con altri due amici il mio primo gruppo: I Sovrani. Eleggemmo a sala prove il circolo mensa della Veneziani Vernici, ditta dove l’altro chitarrista del gruppo lavorava come apprendista meccanico».

Si ricorda il primo spettacolo?

«Indimenticabile! Fu nel 1962, proprio nella mensa della Veneziani, per la solita festa di fi ne anno. Ci chiesero di allietare il veglione con la nostra musica e così esordimmo in pubblico; come nostro primo cachet ricevemmo una bottiglia di spumante e un panettone. La cosa più emozionante fu che il ‘premio’ ci venne consegnato dalla figlia di Italo Svevo, un onore ancora oggi».

Tempi di pionieri della musica moderna.

«Tempi nei quali la lingua inglese ancora non aveva contaminato né i testi né nomi delle band. Il mio primo gruppo ebbe vita breve, e così entrai a far parte di un’altra band, Le Folgori».

A quei tempi com’era la vita di una band emergente?

«Le vicissitudini della mia band ora sono un ricordo divertente, ma ai tempi non erano rose e fiori. Provavamo in un circolo ACLI a Trieste, nessuno di noi era professionista, ci mantenevano le famiglie e qualche piccolo lavoro. Non era miseria ma di sicuro erano tanti sacrifici; a sostenerci, come oggi, era la passione per la musica. C’era anche tanta concorrenza e cercavamo in tutti i modi di metterci in evidenza. Erano i tempi di don Camillo e Peppone, e in quel periodo uno dei concorsi musicali più interessanti e importanti in città era organizzato nella sede della Casa del Popolo dell’allora Partito Comunista Italiano».

Per voi praticamente un derby…

«Noi partecipammo ma, per ovvi motivi, senza dir nulla ai dirigenti del circolo ACLI. Una catastrofe! Quando il giorno dopo il concorso ci presentammo in parrocchia per fare le prove, trovammo i nostri strumenti buttati fuori dal Circolo. Il parroco era venuto a sapere della nostra partecipazione al concorso e non ce la perdonò. Che tempi!».

All’epoca Trieste era una città artisticamente sempre in fermento.

«Trieste era una fucina di talenti, in tutti i campi. Erano gli anni degli sportivi famosi, come il pugile Nino Benvenuti, o di Cudicini, il leggendario ‘Ragno Nero’, portiere del Milan, ma anche di tantissimi musicisti sopraffini. Penso a Pilade (al secolo Lorenzo Pilat), Toni Soranno e Sergio Portaluri che suonarono con Celentano e Fabrizio De Andrè, e poi Gino Deliso, gli Angeli, solo per citarne alcuni…»

Il tempo scorre e si giunge agli anni ’70…

«Nel 1972 andai a fare un viaggio con tre amici fi no a Capo Nord. Al ritorno decisi di mettere la testa a posto: trovai lavoro come dipendente di una casa di spedizioni, ma durai poco; poi misi su una piccola attività e, infine, divenni agente di assicurazioni. Nel ’74 mi sposai con Laura: siamo assieme ancora oggi, e abbiamo due figli, Federica e Riccardo».

Quest’ultimo con la stessa passione del papà.

«Oggi Riccardo, in arte Rick Perovich, è abbastanza noto nel mondo della musica; d’altronde, già da bambino dimostrava un eccellente talento musicale. Ha incominciato a suonare la mia chitarra quasi per gioco, ma in breve è diventato così bravo che mi ha chiesto di acquistargliene una tutta per lui».

E lei la comprò?

«Sì, ma come tutti i padri gli dissi che l’avrei comperata solo se a scuola avesse avuto buoni voti. Siccome lui era tra i migliori, sicuro del fatto suo aveva già trovato su un giornale di annunci quella che riteneva un’occasione da non perdere. Non ebbi alternativa all’acquisto».

Guerrino Perovich invece quando ha incominciato a fare il produttore?

«Riccardo, sotto la guida di ottimi maestri, come il compianto Sergio Candotti, prese a frequentare con profitto la scuola di musica. Passato un po’ di tempo formò una band che ottenne l’interesse da parte di alcuni pseudo produttori, i quali proposero di incidere un CD. Ma lo fecero con un contratto capestro che io ebbi l’accortezza di leggere attentamente prima di firmare. Così decisi di entrare in campo, anche perché avevo già fatto delle co-pubblicazioni e la cosa mi stimolava molto».

E così nacque la Blue Tattoo Music?

«Era il 1997 , il nome fu un’idea di Riccardo: un tributo all’intramontabile genere Rock. Si sa, agli inizi i rocker erano tatuati, e i primi tatuaggi erano di colore blu. Perciò Blue Tattoo… Music ovviamente».

Ma lei non produce solo Riccardo…

«Attorno alla mia etichetta ruotano tantissimi cantanti e gruppi, un po’ di tutte le parti d’Italia. Anche gruppi come i Down To Ground una band multietnica, dal cantante maori al bassista cinese, che attualmente ha un notevole successo anche in video».

Quali sono le produzioni di cui va più fiero?

«Premesso che le amo tutte, devo menzionare l’originalità di ‘Ti parlo una canzone’, dove le calde e appassionate voci di attori del calibro di Vanessa Gravina ed Edoardo Siravo, con l’accompagnamento al Piano del maestro Pape Gurioli, recitano in un modo unico ed emozionante i testi dei grandi successi italiani».

È più facile fare il musicista in Italia o all’estero?

«Difficile dirlo. L’unica certezza è che all’estero costa meno. Qui da noi la burocrazia è carissima e non offre nemmeno la metà di quello che danno altre nazioni, quindi comprendo chi va all’estero a far musica».

Dopo una nota amara, chiudiamo con una dolce: chi le ha dato la soddisfazione più grande?

«Ancora una volta mio figlio Riccardo, facendomi diventare nonno della piccola Gioia. Per lei ho creato anche un’etichetta musicale: la Gioia Records».

Speriamo che tanti futuri successi vengano proprio segnati da questa etichetta. Questo il mio augurio al signor Perovich. In fondo anche la nostra storia passa attraverso la musica, come per gli antichi. Anche oggi, come allora, il sorriso di un nonno per l’amore verso la nipotina è l’emblema del tempo che passa. Chissà se un giorno i giovani ascolteranno ancora i Beatles, o forse anche su di loro calerà l’oblio e i tempi da noi vissuti diventeranno un ricordo stinto come una foto color seppia?

“Chissà cosa resterà?”, era l’annosa questione proposta nella famosa canzone di Raf. E anche Edoardo Siravo, proprio nel CD prodotto da Guerrino Perovich, reinterpretandone il testo con la propria unica, melodiosa voce, pone in modo perentorio la questione: “Chi la scatterà, la fotografia?”.

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