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Alla ricerca di nuove frontiere

L'analisi
03 febbraio 2012

Tempi di crisi, crisi del tempo

di Paolo Marizza
Debiti a breve e a lungo termine: come il concetto temporale influirà sul futuro economico. E su quello dell’intera società.
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L'analisi
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Si dice che in tempo di crisi, quella attuale è epocale, si fa ricorso alla riserva di energie morali e materiali per ritrovare il percorso perduto, creare le condizioni per superarla e proiettarsi verso tempi migliori, peraltro non facili da immaginare. Nella crisi il tempo, concetto di per sé impossibile da definire, sembra ripiegarsi su se stesso nel ricordo di ciò che abbiamo vissuto o che avremmo potuto vivere.

Il tempo è diverso anche nello spazio, in cui convivono realtà socio-politiche parallele: chi è in crisi e chi non lo è. Con Einstein abbiamo appreso che la materialità stessa è fatta di tempo, e quando il tempo si insinua tra realtà diverse e non sa che direzione prendere sembra scomparire. Nella profondità della crisi è la coscienza del tempo che muta: vivere nel ricordo degli altri, dei posteri, permette di aspirare ad un tempo migliore, un ricordo proiettato nel futuro, non nel passato. Come saranno ricordati dalle future generazioni questi tempi ed i loro attori istituzionali e politici? La proiezione nel futuro è un movente potente delle azioni umane.

L’innovazione, in tutte le sue forme, è la manifestazione della volontà di superare lo statu quo, di forgiare il futuro migliorando le condizioni e la qualità della vita. Le innovazioni più importanti sono quelle che riducono la mancanza di tempo, liberandolo e allungando la speranza di vita. È anche per questo che, nel dibattito sulla crescita, l’innovazione occupa un posto centrale: perché crea futuro e con il futuro genera nuovo senso. Un altro dei temi ricorrenti nelle nostre società concerne la formazione e l’istruzione come fattore determinante le possibilità di nuovo sviluppo. La trasmissione della conoscenza rappresenta una delle soluzioni alla prigionia del tempo. Creare reti di ecosistemi della conoscenza risponde in primis all’esigenza di fare le cose assieme. Il tempo condiviso con altri sembra dilatarsi, è tempo proiettato nel futuro di chi trasmetterà qualcosa che ha appreso oggi.

In tempi di crisi si riducono i consumi a causa dell’incertezza sul futuro. Consumare e possedere rappresentano nei tempi “normali” della società affluente il principale antidoto contro la brevità del tempo. Acquistare in modo compulsivo dà la falsa sensazione che la ripetitività dell’atto accresca e rinnovi il tempo di vita. Consumare di meno aumenta il senso di spaesamento, la percezione della brevità del vivere, del venir meno del tempo utile. L’utilità del tempo che si riduce rimanda al concetto economico del tempo. La definizione “il tempo è denaro” ha significato quando il denaro c’è. Ma quando il denaro scarseggia? In realtà il valore del tempo è relativo al suo valore di scambio. In passato il tempo non si poteva “vendere”, non si poteva scambiare come un bene materiale o immateriale. Lo sviluppo accelerato dei mercati finanziari negli ultimi dieci anni ha generato la più grande realtà virtuale, più estesa e importante dello stesso web: ogni giorno in questo mercato virtuale globalizzato e senza tempo (le Borse nel mondo si passano il testimone senza soluzione di continuità da un fuso all’altro) si scambiano informazioni e scommesse sul futuro.

Si comprano e vendono diritti sullo scambio di valori nel tempo. Il valore di scambio del tempo influisce poi su quello delle cose materiali sottostanti. I mercati finanziari sono mercati istantanei dove, a differenza del mondo reale, in ogni momento con un click si possono cambiare le aspettative sul valore del futuro. I mercati finanziari sono assimilabili ad una gigantesca macchina del tempo. Per loro il tempo esiste soltanto come attualizzazione del futuro. Se il futuro è imponderabile ed incerto il loro tempo si comprime fino ad annullarsi (il famoso orientamento al breve periodo), riducendo i valori che si scambiano nonché il valore dell’economia reale sottostante. Nell’economia industriale in cui la finanziarizzazione degli scambi era limitata, il valore dell’uso del tempo aveva un significato diverso: il valore di un bene dipendeva dal tempo per progettarlo, produrlo, commercializzarlo e dal tempo necessario per realizzare processi e impianti produttivi. Oggi i cicli di vita dei prodotti sono sempre più brevi e dipendono in larga misura dalla velocità di circolazione del denaro e dell’indebitamento necessario per acquistarli.

Il circuito finanziario ha assunto un’importanza preponderante. Se guardiamo al futuro con occhiali rosa tendiamo ad attribuire maggior valore all’utilizzo del tempo e per l’utilizzo anticipato del denaro a prestito siamo disposti a pagare di più. Questo spiega perché con aspettative di crescita i debiti a lungo termine costano di più (tassi di interesse) rispetto a quelli a breve. Prima della crisi, quindi in un periodo in cui l’ottimismo irrazionale sulle prospettive di crescita prevaleva, accadeva però il contrario: abbiamo vissuto (in particolare negli Stati Uniti) una beata illusione sul futuro che consentiva di utilizzare il denaro per gli investimenti (casa, istruzione, ecc.) nel lungo periodo allo stesso basso prezzo di quello per i consumi di breve periodo. Il mondo finanziario virtuale aveva trasferito i suoi tempi e la sua miopia al mondo reale, assimilando il futuro al presente. Al circuito finanziario virtuale conveniva pagare poco l’utilizzo del denaro altrui per fare lauti profitti e tale meccanismo ha finito per trasferirsi nel mondo reale che è andato in crisi. Vivere solo nel presente fa venir meno la speranza. Non è il tempo che vale denaro, ma l’utilizzo del denaro altrui.

Oggi, nel tempo della crisi del debito pubblico, il denaro a caro prezzo ci fa percepire un futuro inquietante. Nella crisi i tempi delle democrazie hanno ritmi ancora più lenti rispetto a quelli dei mercati. Si assiste ad una sorta di sospensione del tempo della politica, delle scelte che  richiedono soluzioni sovraordinate e unitarie per contrastare le spinte dettate dalla miopia degli interessi particolari. La politica è chiamata a creare consapevolezza sui rischi e sulle minacce di disgregazione del tessuto sociale, dei suoi valori collettivi fondanti. La trasparenza sulle conseguenze delle non scelte che impediscono una nuova proiezione nel futuro è un motore potente della coesione sociale. Nella crisi, per sfuggire alla brevità del tempo si allungano i tempi di lavoro, si va in pensione più tardi, si cerca di semplificare la vita delle famiglie e delle imprese con procedure che risparmiano tempo, si cerca di avere il denaro degli altri (tasse) anziché aspettare di avere il proprio (tagli alla spesa pubblica). È il tempo delle liberalizzazioni più o meno reali, nel tentativo di ridare a tutti la cosa fondamentale che crea prospettiva e senso: la libertà di scelta nel lavoro, nelle professioni, nei rapporti sociali e istituzionali. All’accorciamento e all’incertezza degli orizzonti temporali in cui proiettare progetti e sogni individuali si può reagire moltiplicando le proprie vite: più vite lavorative per sfuggire al precariato, più rapporti e relazioni, più iniziative imprenditoriali, maggiore frequentazione culturale, istruzione, mostre d’arte, libri, musica. La musica, ad esempio, che è un modo di trascrivere la misura del tempo, è sempre più presente nelle nostre strade ed è praticata da sempre più persone, in particolare i giovani. In molti periodi di crisi sono nati grandi musicisti che con le loro opere hanno annunciato una realtà che non esisteva.  Nei momenti di sospensione del senso, il miglior investimento di tempo che possono fare i nostri giovani consiste nell’investire in se stessi per moltiplicare le libertà di scelta di intraprendere, crescere e vivere come e dove si vuole. Come quegli uomini di frontiera che, mentre il mondo sembra perdere senso, cercano una via d’uscita per condurre la propria gente in un tempo migliore.

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