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Ivan Cudin, l'ultramaratoneta

Sport
14 aprile 2012

Il Re di Sparta

di Giuliana Dalla Fior
Giocando a calcio si infortunò al ginocchio. “Gli ortopedici mi dissero che non avrei più potuto fare attività agonistica, ma io ho creduto in me stesso”. E in pochi anni è diventato il campione delle ultramaratone.
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Ivan Cudin in gara
Sport
14 aprile 2012 di Giuliana Dalla Fior Image

Anche da un breve colloquio si intuisce che si tratta di un uomo speciale. Comunica simpatia, energia, ottimismo, serenità; fa nascere il sorriso dai suoi pensieri e sprigiona altruismo. Sono di certo doti che nascono da dentro, ma rafforzatesi lungo il cammino della sua esistenza e sulle strade del mondo percorse con falcate sempre sicure, in continua progressione, alla ricerca non solo di un’affermazione in gara, ma anche di una sua crescita umana ed atletica. Ha superato molti ostacoli, chiedendo a se stesso umiltà, coraggio, disponibilità. Ha avuto da altri la condivisione dei suoi obiettivi ed è diventato un campione vero, senza ostentazione, ma con il giusto orgoglio di un uomo volitivo. Tutto questo è Ivan Cudin, ultramaratoneta, campione europeo e vicecampione del mondo della specialità. Da due anni il padrone assoluto della Spartathlon, la maratona delle maratone.

Giocatore di calcio per dieci anni, poi un grave infortunio al ginocchio. Da qui inizia la storia dell’Ultramaratoneta: com’è possibile?

«Dopo l’infortunio subii due operazioni e gli ortopedici mi sconsigliarono di praticare sport a livello agonistico. Per cinque anni non praticai alcuna attività sportiva».

Finché un giorno...

«Cercavo qualcosa di alternativo rispetto ai soliti esercizi da palestra. Su consiglio del mio fisioterapista iniziai così a correre e l’esperienza fu talmente entusiasmante che quando mi iscrissi alla mia prima gara, oramai una decina di anni fa, scelsi una 100 km.!».

Amore a prima a vista.

«Posso solo dire che si è trattato di una scelta spontanea, forse memore del fatto che quando ero studente avevo partecipato a gare di corsa campestre».

Anche se passare dalla corsa campestre a maratone di oltre cento chilometri è non proprio la stessa cosa. Come ci si prepara per affrontare simili sfide?

«Nelle gare sulla lunga distanza ci sono sempre diverse difficoltà e non si superano solo con l’allenamento; è necessario sapere ad esempio che in una ultramaratona si bruciano 20.000 chilocalorie; si devono pertanto acquisire regole alimentari per poter metabolizzare in corsa. In una gara lunga inoltre si attraversano diversi momenti di crisi e di sconforto, quindi è necessario pure un allenamento psicologico: anche per questo motivo a livello nazionale noi atleti siamo seguiti da uno psicologo motivatore».

Cibo, mentalità, ma immagino anche allenamento?

«Gli allenamenti sono diversi a seconda della distanza su cui si vuole gareggiare, ma è necessario comunque un approccio mentale molto positivo per affrontare le crisi ed i dolori che si avvertono durante una competizione».

Da due anni sei il “Re di Sparta”, il vincitore dell’ultramaratona Spartathlon (Atene –Sparta). Cosa si prova?

«Per noi ultramaratoneti la Spartathlon è la corsa più prestigiosa: si prova la sensazione di correre nella storia. La prima volta che in una simile gara esci vincitore hai la soddisfazione di esserlo, ma nessuno fino a quel giorno ti conosceva come valente maratoneta; la seconda volta, invece, tutti ti controllano, perché puoi essere l’uomo da battere. Io avevo voglia di toccare di nuovo la statua di Leonida, che è il gesto con cui si “taglia il traguardo”: un’emozione intensissima, entusiasmante, indescrivibile. Avevo voglia di riviverla e ce l’ho fatta».

Nella vita ti occupi di progettazione al Sincrotrone di Trieste. Quali affinità puoi riscontrare tra il lavoro e la tua disciplina sportiva?

«Senza dubbio i calcoli di consumo energetico, l’impostazione metodica delle necessità metaboliche, la cura nel valutare le necessità alimentari durante le diverse fasi della preparazione atletica e durante ogni gara hanno affinità con il mio lavoro così come i momenti difficili vissuti durante una competizione e le strade sbagliate che non conducono ad alcun esito durante un progetto di ricerca si assomigliano».

Il lavoro nella ricerca, lo sport a grandi livelli, moltissimo volontariato... Riesci a trovare spazio anche per la famiglia?

«Non dedico mai quanto tempo vorrei alla mia ragazza ed alla mia piccolissima nipotina. Mi riprometto ogni giorno di farlo, ma la mia vita quotidiana è molto intensa, scandita da impegni ed interessi. Sono soddisfatto di quello che faccio e per fortuna le persone care sono le prime a sostenermi e a chiedermi di non abbandonare quello a cui tengo».

Classe 1975: quante ultramaratone pensi di percorrere ancora?

«Se un atleta sta bene fisicamente può competere fino a 40/45 anni. A me è capitato di migliorare con l’età che avanza, contrariamente  a quanto accade ad altri sportivi di discipline diverse, dove le prestazioni decadono molto prima».

La domande seguente è inevitabile: quale sarà la prossima sfida?

«Il progetto più ambizioso è quello di partecipare e giungere almeno al traguardo della Badwater, l’ultramaratona che si corre negli Stati Uniti, nella Valle della Morte:  214 chilometri da percorrere con temperature altissime, fino a 50 gradi».

A proposito di climi caldi: la tua attività di volontariato ti ha condotto anche in Africa. Che progetti ti poni in questo contesto?

«Mi piacerebbe poter constatare che le associazioni di volontariato non servono più: significherebbe che le necessità di aiuto e di sostegno hanno effettivamente raggiunto lo scopo, che il mio prossimo ha migliorato le proprie condizioni, conquistando una sua dignitosa autonomia».

L’attività di volontariato ha radici ben solide anche nella “tua” Codroipo. È vero che a fare volontariato si riceve molto di più di quello che si dona?

«I miei primi tifosi sono i ragazzi diversamente abili dell’associazione che frequento: si informano sempre delle mie gare, trovando un argomento nuovo alla loro quotidianità. Vedendo quello che faccio, tanta gente capisce che non ha senso porsi dei limiti. I risultati ottenuti nonostante le diagnosi pessimiste dei medici dimostrano che, credendo in se stessi ed impegnandosi seriamente, si possono raggiungere mete all’apparenza impossibili. Molti dicono che io vado oltre i limiti umani; invece sono convinto che, da quando conosco bene i miei limiti e ho imparato a rispettarli, riesco ad esprimermi molto meglio».

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