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Anestesia e deresponsabilizzazione

Psicologia
02 marzo 2012

Altri costi: i meccanismi psicologici

di Giuliana De Stefani
Tempi cupi. Torchio, spremitura, sacrificio. Imbroglio, truffa, speculazione. Debolezza, ansia, mancanza di speranza.
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Psicologia
02 marzo 2012 di Giuliana De Stefani

Tra novembre 2011 e gennaio 2012 una grande parte di italiani si è ritrovata ad usare alcuni di questi termini. È legittimo chiedersi quanto influisca sulla sfera cognitiva ed umorale del singolo cittadino quella che appare come una resa dei conti finale chiamata “La manovra economica salva-Italia”. Ascoltando i commenti delle persone comuni, quelle che lavorano quotidianamente per uno stipendio (magari da 35 anni), che hanno responsabilità per il mantenimento di una famiglia, che diligentemente fronteggiano l’impegno di un mutuo per la casa (non per lo yacht) e magari, vista l’età che avanza, si sforzano di mantenere ritmi efficienti o forse iniziano a patire qualche preoccupazione per la salute, si rileva una percezione soggettiva sorprendentemente generalizzata.

I vissuti che emergono più frequentemente sono di subire sanzionamenti iniqui (ulteriore pressione fiscale diretta e indiretta su chi già paga le tasse), tradimento di patti (età pensionabile oltre i 40 anni di lavoro obbligatorio), ineluttabilità del danno materiale (decurtazione delle risorse economiche disponibili per i consumi delle famiglie, pensioni dopo 40 anni di lavoro anche sotto i 600 euro al mese), insorgenza di un danno morale (congelamento dei progetti di vita dei sessantenni, da sfruttare ancora un po’; congelamento delle progettualità lavorative dei giovani). Posto che evidentemente non è questa la rubrica per discutere sulle cause della situazione economica nazionale e sui modelli di sviluppo, forse c’è ancora qualcuno che potrebbe commentare come non si possano “seriamente” affrontare temi così complessi a partire da considerazioni sociologiche (impatto delle manovre sui gruppi sociali) e con analisi psicologiche (impatto sugli individui a livello intrapsichico e relazionale).

Del resto siamo abituati ad inchinarci alle esigenze della scienza economica che si sostanziano nei numeri... Ed infatti le riforme e le manovre si fanno con i numeri, che però toccano le persone. E, a parere di altre scienze, non si può prescindere da questo aspetto: il capitale umano di una nazione è l’unica risorsa che, se ben sollecitata, rende sempre possibile il superamento dei ciclici periodi di crisi delle società contemporanee. Forse un compito della Politica illuminata (con la P maiuscola) potrebbe essere quello di favorire il dialogo tra le scienze? Se vogliamo davvero vedere la nostra realtà sociale e leggere possibili scenari evolutivi dei comportamenti privati, basta osservare un paio di fenomeni di devianza presenti in tutte le società, che potrebbero diffondersi a soggetti sinora funzionali e “sani”.

L’allargamento della componente sociale che soffre di un disagio diventa indiziaria di un incremento del costo sociale che possiamo attenderci: indigenza e spesa sanitaria. Le reazioni degli individui alle frustrazioni senza speranza di riscatto non sono di tipo imprevedibile: sono state abbondantemente studiate negli ultimi quarant’anni e corrispondono a ben precise posizioni cognitive e dialoghi interiori che orientano l’azione di ogni individuo:

1. aumento della diffusione del gioco d’azzardo e delle lotterie = Deresponsabilizzazione (Devo rifarmi! Voglio una rivincita! Magari oggi ho perso, ma domani devo riprovarci... Tanto con il normale lavoro non vado da nessuna parte...);

2. aumento nel consumo di droghe, alcool, cibo e farmaci = Anestesia (Non voglio soffrire. Anzi, non voglio più sentire e neanche capire ciò che mi circonda, tanto sono impotente... Ma se sono alterato patisco di meno e mi rifugio in un mondo irreale e consolatorio).

Dal punto di vista psicologico entrambi i comportamenti afferiscono ad un soggetto con posizione esistenziale di “perdente”: senso di inefficacia, inutilità di un normale impegno personale nel ribaltare le sorti a proprio vantaggio o almeno a tutela dei bisogni individuali.

In questi casi il vissuto soggettivo a livello intrapsichico è di “vittima”, di colui che vegeta in basso ed è innaffiato dall’alto da chi gestisce discrezionalmente un potere. I due tipi di comportamenti sopracitati ci parlano di una disposizione “dipendente” del soggetto, che ritiene di poter stare meglio “solo se farà una certa azione (gioco) o se assumerà una certa sostanza”, fino ad indurlo a ripetere coattivamente quel comportamento per mantenere interiormente una fallace sensazione di equilibrio.

Tutti i comportamenti compulsivi sono di arduo trattamento, poiché vengono a costituire una menzognera zattera di salvataggio per la persona naufraga. Uno Stato dovrebbe aver già investito molto per cercare di arginarli e curarli perché hanno un potenziale distruttivo sul tessuto economico sociale-psicologico. Per il cittadino, in attesa di una più incisiva risposta istituzionale, potrebbe diventare quanto mai necessario trovare una buona bussola ed imparare ad usarla per diventare indipendente ed efficace nella tutela del proprio benessere, senza delegare niente a nessuno. La vittima è una posizione esistenziale che mastica continuamente la frustrazione: scontentezza, tristezza, scarsa stima di sé, che nel tempo si possono trasformare in stizza, rancore e rabbia. Ciò significa che un soggetto che si sentisse vittima come tanti di un potere distante e vessatorio percepito come iniquo, potrebbe inconsapevolmente attivare deresponsabilizzazione ed anestesia, attivando inizialmente comportamenti essenzialmente passivi e autolesivi come quelli di cui abbiamo parlato.

Ma la frustrazione, se derivata dalla percezione di “essere stato scelto come vittima” a pagare i conti di molti altri che restano del tutto indenni da questa moralizzazione dei costumi consumistici, più probabilmente genererà una diversa e più pesante cognizione: quella di aver subito una persecuzione ed una truffa, un tradimento dell’affidamento attribuito a priori al gestore della cosa pubblica. Questa possibile percezione costituisce un pericolo reale. Repentinamente può scatenarsi un’aggressività non solo verbale ed elegantemente scritta sui giornali. Per il benessere psicologico del singolo individuo il passaggio dalla posizione esistenziale di vittima a quella di persecutore costituisce per definizione un miglioramento: il nuovo status di persecutore è molto più tonico e gratificante per l’Io, è caratterizzato da un senso di efficacia, intelligenza, capacità di calcolare i danni da infliggere ad altri, pragmatismo nell’uso di mezzi e strategie lesive. Imprevedibile stabilire quale sarà il nemico da distruggere: può essere il parlamentare che ci doveva rappresentare, ma anche l’extracomunitario che cucina il curry in condominio oppure l’impiegato che è in pausa pranzo. La violenza è una modalità esplosiva che volentieri agisce l’ideazione persecutoria, imprimendo un’imprevedibile direzione alla disgregazione del tessuto sociale: evitiamola evitando l’esasperazione.

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