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Miky Martina

Cultura e Spettacolo
16 luglio 2014

Il cantastorie delle montagne

di Michele D'Urso
A 16 anni prese tra le mani una chitarra e da allora non l’ha più lasciata. Per narrare le storie della sua gente e della sua terra. Seguendo l’esempio di Bruce Springsteen.
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Miky Martina (ph. Laurent Leduc)
Cultura e Spettacolo
16 luglio 2014 di Michele D'Urso Image

La Val Canale, con le sue cime e le sue foreste, con i suoi borghi e paeselli, è un luogo fatato. Sia d’estate che d’inverno, le emozioni che questo posto riesce a trasmettere non lasciano indifferente nessuno. Personalmente credo che la magia del posto si debba anche ai suoi abitanti; alla loro forza di tenere assieme quattro lingue senza discriminarne alcuna, tanto da fonderle in un dialetto originale e semisconosciuto che è il Windisch. Cantore di queste genti e di questi posti, il talentuoso Miky Martina.

Miky, come si nasce cantautori a Tarvisio?

«Si nasce assieme alla tradizione montanara e alla maestosità delle montagne. Le note sono lì, fra le storie della gente e il vento che soffia sulle cime; se le percepisci e le trasmetti al cuore, allora puoi suonarle».

Quando ha cominciato a tradurre in note le emozioni provate?

«Io non sono nato musicista, nel senso che da piccolo non ho frequentato nessun tipo di scuola musicale. Da adolescente facevo parte di un gruppo di rocciatori di Fusine, un branco di fegatacci utilizzati anche dal soccorso alpino, che nelle pause amavano ascoltare musica folk americana. Era il 1985, e in quell’anno uscì il disco ‘Born in the U.S.A.’ di Bruce Springsteen, che era la nostra colonna sonora fra una ascesa e l’altra».

Quindi come ha iniziato?

«Un giorno, a sedici anni, mi sono ritrovato una chitarra fra le braccia, e da lì è cominciato tutto. L’anno dopo, con altri elementi, formammo un gruppo: ‘I Contrasto’».

Diventato chitarrista in un solo anno? Allora la chitarra le dormiva in braccio...

«Ci dorme ancora adesso, nonostante siano passati tanti anni. La montagna è una grande maestra; se affronti una ascesa non c’è mai nulla di prestabilito, neanche l’inizio, perché se quel giorno è brutto tempo devi tornare a casa e aspettare tempi migliori. La montagna ti insegna la pazienza. Quando mi sono ritrovato con la chitarra fra le braccia ho cominciato a provare gli accordi con la stessa pazienza di quando si arrampica. Ho visto che tante canzoni famose erano composte da pochissimi accordi, e allora mi sono detto che potevo riuscire».

In una intervista, Ian Anderson, leader dei Jethro Tull, ha dichiarato che le canzoni di successo sono fatte da quattro o cinque note ri-arrangiate “by another monkey” (da un’altra scimmia).

«Proprio così. Però ci vuole la pazienza di provare e riprovare, cosa che oggi non si ha più. Non molto tempo fa il gestore di un locale mi ha fatto i complimenti mentre stavo facendo un ‘arpeggio’, dicendomi che solo io riuscivo a fare quei passaggi… Se solo avesse saputo che dietro c’erano anni di prove!»

Come nella maggior parte delle storie, se un gruppo non ha successo…

«‘I Contrasto’ non durarono a lungo e allora cominciai a cantare solista».

Anche oggi è un solista?

«Non sempre; mi piace suonare anche con altri musicisti, perché per creare armonia bisogna collaborare: cosa bellissima che oggi la gente fa con difficoltà. Diciamo che ho anche i miei partner preferiti, che sono Francesco Piussi, pianista, e Gabry Moschitz, fisarmonicista e leader dei ‘Doganirs’, un gruppo folk molto conosciuto in Val Canale, e non solo».

Oltre alla chitarra lei suona l’armonica, proprio come ‘The Boss’ Bruce Springsteen.

«L’armonica è un elemento che contraddistingue tutta la musica folk americana fatta da cantautori. Diciamo che il capostipite per eccellenza è Woody Guthrie; da lui si passa a Bob Dylan, a Simon and Garfunkel, a John Denver e così via fino ai giorni nostri. Io ci sono arrivato nel 1993; ero andato al concerto di Springsteen ed ebbi la fortuna di collaborare a montare gli strumenti per lo spettacolo. Divenni amico del capo tecnico del ‘Boss’, Kevin, il quale alla fi ne del concerto mi regalò un’armonica usata da Bruce».

Quasi un passaggio di consegne: un invito a proseguire su quella strada.

«E così ho inserito l’armonica nelle mie canzoni. È chiaro però che tutto si evolve. Oggi il ‘Boss’ va in giro con una band di 22 elementi, una grossa formazione. Quando mi dicono che potrei imitarlo, io chiedo “Dove trovo gli altri ventuno?”».

Nel 2008 è uscito Aspettando un inverno, il suo primo LP…

«Contiene sette mie canzoni e alcune cover. Ma non vado orgoglioso solo dei dischi; a darmi la carica ci sono anche le aperture dei concerti di artisti del calibro di Patty Smith, Antonella Ruggero, Davide Van de Sfroos, la band tribute di Frank Zappa e tanti altri».

Senza scordare la collaborazione nel montaggio delle attrezzature per un altro concerto del ‘Boss’…

«Lì c’è stato lo zampino del mio amico Kevin. È bastato fare una telefonata e dire che sarei stato orgoglioso di collaborare di nuovo; altra mentalità».

Con impresari italiani sarebbe stato diverso?

«È il modello Italia in sé che rende la vita difficile. Mi sono concesso un viaggio di piacere negli States per assistere a Philadelphia al concerto del ‘Boss’; nel seguente soggiorno a New York, in un bar di quelli che si vedono in tv, su autorizzazione del proprietario, imbraccio la chitarra e suono le mie canzoni fra gli applausi degli avventori. Qui sarebbero state violate un sacco di regole, lì è normale».

Mentre lo ascolto penso: ‘la nascita del testo di una canzone è nel silenzio che precede la prima nota’.

È d’accordo con questo pensiero?

«Assolutamente sì. Una canzone nasce nel cuore; poi risale alla testa e alle mani, ma solo se la porti dentro sgorga nelle note. Il mio ultimo pezzo, C’era una ferrovia, è dedicato alla soppressa ferrovia che portava da Tarvisio a Lubiana, ormai tolta d’opera tranne per un piccolo ponte sull’orrido dello Slizza, (il fiume che scorre per Tarvisio, ndr), dove si andava da bambini a misurare il nostro coraggio…»

Ci vuole coraggio anche per fare musica senza essere un musicista professionista?

«Il mio sogno, come quello di ogni artista, è vivere della propria arte. Con il coraggio mi sono guadagnato un posto nel mondo dato che ero un discreto saltatore con gli sci».

Più che discreto visto che era entrato a far parte dei gruppi sportivi.

«Si, ma ho smesso presto, a 22 anni; però mi guadagno il pane comunque nel mondo della montagna».

L’episodio che ricorda con maggior piacere?

«Alla fine del concerto di Davide Bernasconi, al secoloDavide Van de Sfroos, mentre raccolgo gli strumenti sento battermi sulla spalla, mi giro, ed è proprio lui, Van de Sfroos che con il suo accento laghèe mi dice: ‘Uè, bocia, mi sa che, sentita la musica che suoni, ci rivedremo presto sul palco da qualche parte’. Grande soddisfazione».

Io dico che la gente di qui è un po’ speciale, per via di queste quattro lingue fuse…

«Non puoi vivere la montagna se non hai un’anima sensibile, come d’altronde il mare. Certo, qui in tempi addietro si mangiava legno e polenta senza sale; solo se eri forte resistevi a tante prove. La canzone Il re delle montagne è dedicata a Ignazio Piussi, leggendario scalatore purtroppo scomparso, che era originario, come i miei antenati, della Val Raccolana, un posto dove la miseria abbondava. E non è che oggi sia tanto meglio».

Su Piussi hanno anche scritto libri…

«Io lo frequentavo quasi tutti i giorni: mi ha narrato mille storie, come quella di un mio zio, Sereno Piussi, arrestato per bracconaggio ma trattato con rispetto dalle forza dell’ordine perché tutto quello che aveva tolto al bosco lo aveva preso per fame e mai per diletto o guadagno».

Anche su questa vicenda ci sarà una canzone?

«C’è già; cantare i luoghi va bene, ma le storie della gente sono, per un cantautore, la principale fonte d’ispirazione. E poi è dalle storie della gente comune che nascono i grandi moti, le grandi proteste che hanno cambiato il mondo. E tutto è partito dal folk, da un cantastorie».

 

Sovente le nostre opinioni sono fondate su luoghi comuni che, una volta scoperti, ci fanno arrossire dall’imbarazzo. Io avevo sempre pensato che, per antonomasia, il genere musicale di protesta fosse stato, con le sue derivazioni, il rock; invece incontro Miky Martina, cantautore nostrano della Val Canale, e mi si ribaltano tutte le credenze musicali. Tutto nasce dal popolo, dal folk. È proprio vero: la montagna è una grande maestra. Ci vediamo ai prossimi concerti di Miky!

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