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Dialogo in famiglia

Psicologia
04 aprile 2012

Senti, chi parla?

di Andrea Fiore
“Con mio figlio a casa è impossibile comunicare”. Un ritornello, espresso da genitori sconsolati, che non può trovare soluzione senza la ricerca di uno spazio e di un tempo da dedicare al dialogo in famiglia. Ma l’input deve partire da mamma e papà.
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Psicologia
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In gergo tecnico viene definita comunicazione intergenerazionale. Nella pratica quotidiana si parla di dialogo in famiglia. All’apparenza una delle cose più naturali al mondo, come lo scambio di pensieri, esperienze, consigli, nonché le risposte a dubbi, difficoltà, esigenze tra i figli ed i loro genitori. Eppure, nell’evoluta società dei giorni nostri, la conversazione tra le persone in generale, e all’interno del nucleo familiare in particolare, risulta in molti casi talmente complicata da spingere gli interlocutori a rinunciarvi a priori.

Partiamo da una premessa doverosa: per  comunicazione non intendo le domande rituali che i genitori pongono ai propri figli (“Dove vai?”, “Quando torni?”). Comunicare significa aprirsi all’altro, non isolarsi nei propri pensieri. Significa dimostrare interesse per la persona, farla sentire apprezzata e importante. Tuttavia, condizione imprescindibile affinché ci possa essere “reale” comunicazione è l’individuazione di uno spazio e di un tempo da dedicare ad essa. Se il dialogo tra genitori e figli avviene solo in  brevi ritagli temporali, magari disturbato da cuffiette dell’ipod, dalla televisione accesa o da telefonini che squillano in continuazione, giungere a conclusioni del tipo “Mio figlio non vuole parlare con me” diviene un esercizio perfino troppo ovvio…

Eppure i nostri figli in altri contesti imparano a conoscere spazi predefiniti per la conversazione e per l’ascolto. Pensiamo ad esempio all’attività sportiva: l’allenatore di una squadra si prende sempre il tempo e lo spazio per comunicare con in ragazzi prima o dopo l’allenamento o la partita. Grazie anche al ruolo riconosciutogli dagli atleti, che vedono in lui la loro guida,  l’allenatore diventa paradossalmente nell’immaginario dei giovani un punto di riferimento più autorevole e rassicurante rispetto ai genitori. Tanto che sempre più spesso si verificano casi in cui un bambino o un ragazzo, di fronte ad un problema, si rivolgono all’istruttore sportivo piuttosto che a mamma e papà.

Premesso che l’individuazione di uno spazio e di un tempo da dedicare alla comunicazione e all’ascolto dei propri figli è un compito genitoriale – non si può pensare che debbano essere i propri figli a fare il primo passo – una volta spenti telefonini, tv, stereo e quant’altro, una domanda rischia di diffondere il panico: “Cosa dico ora a mio figlio?”. Non è un problema banale. La nostra società ci sta rendendo sempre più isolati: il genitore non trova ascolto tra i suoi “pari” e questo rende ancor più difficile trovare uno spazio comunicativo con i figli. L’adulto si ritrova spiazzato e obbligato a ricercare nelle proprie risorse interiori il desiderio di ascoltare e parlare con il figlio. Tuttavia, questa situazione consentirà di capire le reali motivazioni del genitore. Ecco perché l’invito che faccio è quello di modificare la domanda di cui sopra, con la seguente: “Voglio conoscere realmente mio figlio?”. Comprendere che essere genitore non significa solo erogare prestazioni ai propri figli (acquistare regali, fornire i soldi per il fine settimana, etc.) è un punto di partenza indispensabile.

Se per tanto tempo il genitore non è riuscito a dialogare con il proprio figlio, sciogliere il ghiaccio non sarà semplice. Presentarsi da lui chiedendo “Come stai?” rischia di essere una forzatura che può portare a risposte negative (“Cosa ti interessa? Non ti è mai importato di me…”). I genitori devono essere i primi a comunicare qualcosa: quali sono le proprie aspirazioni, com’è andata la propria giornata, magari chiedendo anche un parere al ragazzo. All’inizio non sarà semplice, ma se l’adulto saprà tenere duro, prima o poi il ragazzo si aprirà. A quel punto il genitore dovrà evitare un grave errore: comportarsi come un amicone. Dialogare significa spesso discutere, scontrarsi, avere opinioni differenti. L’adulto deve saper comunicare a livelli diversi, senza farlo pesare al ragazzo ma con la consapevolezza di parlare al proprio figlio e non ad un amico o conoscente generico.

L’aspetto comunicativo nel rapporto con i propri figli assume un ruolo ancor più delicato in un ambito familiare di genitori separati. In questo contesto è fondamentale non solo che mamma e papà siano a conoscenza della linea che ognuno di loro tiene con il figlio, ma anche che continuino a parlare tra loro, comunicandosi reciprocamente quello che il figlio dice del genitore assente. Se ciò viene fatto con la massima onestà intellettuale da parte di entrambi, evitando manipolazioni, per ciascuno di loro può divenire un’occasione per migliorare il proprio rapporto con il figlio. L’importante è che quando uno dei due genitori confida all’altro quanto riferito dal figlio, ciò non venga preso come un atto di accusa. Semmai un aiuto.

 

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