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Eterno fuggente

L'autore della porta accanto
06 marzo 2012

Gabriella Burba

di Andrea Doncovio
Dopo aver concluso la carriera da insegnante, ha deciso di rimettere mano ai versi scritti negli ultimi quindici anni. Ha visto così la luce Eterno fuggente. Ma la poesia d’esordio risale alla giovinezza: “In seguito alla prima grande crisi d’amore”.
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Gabriella Burba
L'autore della porta accanto
06 marzo 2012 di Andrea Doncovio Image

 

Se dovessi chiedere a Gabriella Burba chi è Gabriella Burba, che risposta riceverei?

«Una prima domanda difficilissima, cui ho tentato più volte di dare risposta anche in poesia. Potrei dire che sono una persona che continua ad inseguire una sfuggente verità, che considera fondamentali due virtù, spesso contrapposte, la bontà e il coraggio».

Com’è nata l’idea di realizzare una raccolta di poesie?

«Avevo pubblicato una prima raccolta nel 1995, in un momento che mi pareva conclusivo di una fase della mia vita. Così è avvenuto anche per questa raccolta: sono andata in pensione, ho chiuso un ciclo molto lungo ed importante, e quindi ho deciso di dare una struttura a tanti testi sparsi che avevo scritto negli ultimi quindici anni».

Qual è il suo rapporto con la poesia?

«Non è un rapporto continuativo, quotidiano. Ci sono periodi in cui la poesia emerge come l’unico possibile linguaggio per esprimere emozioni ed interrogativi sull’esistenza, ed altri in cui ritorno alla prosa, alla logica, all’analisi. Anche Andrea Bellavite, che ha curato la prefazione del libro, mi ha detto che avverte una significativa differenza fra la visione del mondo che traspare dai miei testi poetici rispetto agli  articoli in prosa».

Ha intitolato la sua raccolta “Eterno fuggente”: come mai?

«Rileggendo i testi scritti in momenti molto diversi ho colto il tema ricorrente di una ricerca senza compimento del fondamento ultimo dell’esistenza, di un senso ai percorsi umani e alla storia.  Eterno fuggente, per me, è Dio, che sfugge ad ogni cattura umana. Noi tutti, che viviamo nel tempo, soffriamo la nostalgia dell’eterno che continua a sfuggirci in una cultura del continuo divenire. La domanda rimane: verso dove stiamo andando? Verso il nulla o verso quella pienezza di vita, che gli ebrei hanno espresso con il termine “shalom”?».

Tra quelle riportate qual è la poesia a cui è più legata?

«Potrei citare “Resistenza e resa”, l’ultima della raccolta, che canta la rinascita della speranza, la gioia di un nuovo mattino, dopo un lungo periodo di angoscia. Tra l’altro ha anche vinto un primo premio in un concorso nazionale ed è stata  una bella sorpresa sentirla leggere, a Torino, da una brava attrice».

Torniamo indietro nel tempo: quando ha scritto la sua prima poesia?

«Intorno ai diciott’anni, quando, in seguito alla prima grande crisi d’amore, la mia ben strutturata impalcatura del mondo è andata in frantumi. Fino a quel momento avevo privilegiato la prosa, leggendo i grandi romanzi della letteratura occidentale, poi la poesia è divenuta improvvisamente l’unico linguaggio in grado di esprimere appunto i frantumi, il singulto dell’essere di fronte al rischio del nulla».

Ha insegnato per molti anni diritto alle scuole superiori: cosa ha significato per lei l’insegnamento?

«L’insegnamento è stato una grande passione, una fonte inesauribile di scoperte, di apprendimenti, di relazioni. Eppure, quando mi ero iscritta all’università di Trento nel 1968, ai sociologi non era aperta la possibilità dell’insegnamento scolastico ed io pensavo di declinarmi in tutt’altro. Poi le vicende, spesso impreviste, della vita mi hanno indotto ad entrare nella scuola ed è stata una grande e bella avventura, come ho lasciato scritto ai miei colleghi, al momento della pensione, citando Il piccolo principe: “Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”».

Proviamo a ribaltare la prospettiva: l’insegnante Gabriella Burba cosa ha imparato dai suoi studenti?

«Che sono molto spesso migliori di come vengono dipinti dalla vulgata della cronaca giornalistica e anche da molte indagini sociologiche. Che si sentono troppe volte ignorati, abbandonati, criticati da una generazione di adulti che non riesce a dialogare con loro. Che sono molto più disponibili all’incontro e al confronto di quanto gli adulti suppongano. Sono capaci di grande solidarietà ed anche, spesso, più tolleranti verso di noi di quanto noi insegnanti siamo verso di loro. Ho un vero esercito di ex studenti, molti dei quali ormai adulti: sono sempre felice di incontrarli e sapere qualcosa dei loro percorsi. Sono loro, fondamentalmente, che mi hanno insegnato ad essere un’insegnante».

E dalla poesia?

«Dalla poesia, in particolare dalla grande poesia, come quella ineguagliata di Dante, ho imparato la centralità della parola, che è pensiero, visione del mondo e musica. La struttura formale della poesia, metrica e rima, mi ha fatto capire, più di ogni altra cosa, come il cosmos sorga dal caos tramite l’accettazione di confini e regole».

Dalla poesia in particolare alla cultura in generale: qual è a suo avviso lo “stato di salute” sul nostro territorio?

«L’offerta culturale è molto ricca e variegata; però, forse proprio per questo, si notano anche una grande frammentazione e il rischio di chiusura di ogni iniziativa all’interno di piccoli gruppi di “affezionati”.  Se poi dovessi valutare lo “stato di salute” della cultura prendendo in esame la programmazione televisiva, il giudizio sarebbe davvero tranchant:  considerato il livello indecente e soprattutto idiota di molti spettacoli, non ci si può troppo meravigliare dell’imbarbarimento culturale ed etico, cui spesso assistiamo».

Da anni le statistiche sono impietose: in Italia si legge pochissimo. È possibile invertire questa tendenza?

«Il sistema delle biblioteche sta facendo molto per promuovere la lettura, ma temo sia difficile invertire una tendenza oggi molto influenzata da mezzi di comunicazione radicalmente diversi dal libro e dal giornale.  La lettura richiede tempi sociali ed interiori diversi da quelli del contesto in cui viviamo, caratterizzato dalla concitazione dei ritmi. I messaggi ellittici e sincopati degli sms stanno modificando il modo di comunicare. Negli ultimi anni di insegnamento ho notato una perdita progressiva del bagaglio lessicale degli studenti tale da rendere loro molto difficile la comprensione di un testo. Peraltro esistono piccole minoranze di giovani che leggono molto ed anche scrivono. Ritengo che la scuola non debba arrendersi, ma anzi continuare a diffondere la cultura del libro».  

Giochiamo col futuro: dopo la pubblicazione di questa raccolta, qual è la prossima sfida?

«La prossima sfida potrebbe essere quella di declinarmi nuovamente in un genere di scrittura diverso, quello della narrativa, che mi affascina molto ma richiede un certo investimento di tempo».

Chiudiamo col presente. In Eterno fuggente lancia un messaggio preciso ai suoi figli: “Consegnate la fiamma al domani”. Cos’è per lei quella fiamma?

«È la fiamma della vita, sempre ulteriore rispetto alla concreta dimensione del quotidiano, una proiezione di speranza nel futuro, nel continuo rinnovarsi del ciclo delle generazioni. È l’auspicio, sotteso alla poesia, che, dietro al divenire delle cose, i miei figli, i nostri figli tutti, scoprano il filo conduttore di un senso, l’eco almeno dell’eterno fuggente e perseguano una meta, una terra promessa, oltre  le colonne d’Ercole del già noto. Che attraversino la vita con generosità ed entusiasmo, che letteralmente significa “con Dio dentro di sé”, contribuendo alla costruzione di un mondo migliore, da consegnare, a loro volta, alle generazioni che verranno».

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