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L'arte di educare

Società
14 novembre 2014

Permesso, grazie, scusa

di Cristian Vecchiet
La buona educazione, per essere appresa, deve avere qualcuno che la insegni e che la esiga. Ecco alcuni gesti quotidiani da cui partire.
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L’arte dell’educare è a un tempo semplice e complessa. Semplice perché è strutturale alla persona e chiunque è in grado di farlo entro una certa misura, e soprattutto tutti lo fanno anche se inconsapevolmente.

Complessa perché richiede maturazione personale, riflessione, meta-riflessione e soprattutto esperienza ragionata quale base di una vita virtuosa. Come detto altre volte, si educa alle virtù innanzitutto mettendole in pratica.

L’arte dell’educare appartiene a tutti, indistintamente. E soprattutto è un dovere di tutti. Ogni uomo è legato all’altro. Il bene di chi mi sta accanto dipende anche da me. Essere responsabili vuol dire rispondere ai valori. L’educazione passa attraverso gesti concreti, semplici e diretti. E questo fin da piccoli. In un certo senso persino nel periodo prenatale. Anche le indicazioni degli adulti devono essere semplici, ripetute e precedute dall’esempio. Papa Francesco ha proposto alcuni esempi: “Permesso, grazie, scusa, queste sono le tre parole della convivenza: se si usano, la famiglia va avanti”. Le parole chiave dell’educazione in famiglia proposte da Bergoglio sono le parole chiave delle relazioni umane, quelle che indicano il valore e la sacralità della persona, il rispetto dell’altro, in qualche modo la sua precedenza.

Imparare a fare la fatica quotidiana di educare, a dire “permesso, grazie, scusa”, significa introdursi e introdurre a una modalità relazionale che riconosce l’importanza dell’altro e il limite proprio. Vuol dire imparare a ferire il proprio senso di onnipotenza e il proprio narcisismo per riconoscere che forse è il valore dell’altro a fondare il mio. Non sono solo parole, ma sono l’espressione di uno stile relazionale. Lo stile relazionale non è soltanto qualcosa di esteriore ma incide progressivamente nell’interiorità della persona. La persona si appropria interiormente di uno stile che è esteriore.

E l’interiorità si traduce lentamente in esteriorità. Chi usa uno stile relazionale improntato a gesti ordinari che riconoscono il valore dell’altro e la sua precedenza fa proprio questo valore ed educa gli altri al medesimo valore. Dire “permesso” vuol dire riconoscere che non tutto è dovuto. Vuol dire ammettere che tratto costitutivo della vita e dell’umanità sono la gratuità e il legame. Dire “grazie” vuol dire riconoscere che da solo nessuno di noi è sufficiente, vuole dire ammettere che abbiamo bisogno del gesto gratuito dell’altro per vivere. Dire “scusa” vuol dire ricordarsi che possiamo sbagliare e ferire l’altro, ricordarsi che siamo vulnerabili e fallibili.

Queste parole devono diventare spontanee per tutti. Per questo è necessario che gli adulti si sforzino di utilizzarle e sopportino la fatica quotidiana di insistere affinché i bambini e i ragazzi le facciano proprie. È solo l’esempio e la ripetizione del richiamo e dell’ammonimento da parte degli adulti (alleati in questo) che aiutano i bambini e i ragazzi a interiorizzare i gesti.

Oltre a “permesso, grazie, scusa”, altre sono le parole o le indicazioni semplici ma indispensabili in una buona educazione. Basti pensare al saluto. Non è raro trovarsi in ambienti pubblici, come le poste o altri uffici, e vedere qualcuno che entra e non saluta. Oppure passare per strada, salutare un ragazzo che conosci e non sentire la risposta. Educarsi ed educare a salutare è talmente semplice come gesto da sembrare troppo banale da dire, eppure non sempre così praticato.

Tutto questo fa parte della “buona educazione”. Sembra un’espressione di altri tempi. Eppure non basta dire che un ragazzo deve avere un comportamento adeguato. Bisogna tornare a dire che deve avere una buona educazione. Esiste la buona come la cattiva educazione. Ed esistono i beneducati e i maleducati. E la buona educazione, per essere appresa, necessita di qualcuno che la testimoni, la insegni e forse in una certa misura la esiga.

Molti sono i gesti quotidiani che vanno insegnati ai piccoli, perché vengano interiorizzati e possano diventare spontanei. Pensiamo al dare del “lei” a un adulto o a qualcuno che non si conosce. Rivolgersi a chiunque dando del “tu” vuol dire livellare la realtà. La realtà fortunatamente non è tutta uguale. Oppure, dare precedenza agli anziani o a chi è in uno stato di difficoltà. Rispettare il prossimo vuol dire alzarsi per cedere il posto a qualcuno in difficoltà. Oppure, ascoltare gli adulti anche se non ti va di farlo.

Si tratta di gesti piccoli ma densi di carica simbolica e impregnati di significato. Essi danno spessore alla quotidianità, formano la personalità di coloro che li mettono in pratica ed educano anche chi li osserva. Ai gesti di prossimità è bene educare fin da piccoli. Don Bosco racconta che, quando era bambino, sua madre gli diceva di mettere sul davanzale di casa un piatto di minestra per il povero che sarebbe passato da lì a poco. Questo gesto ordinario permetteva al figlio di imparare l’importanza del dare aiuto concreto a chi ne ha bisogno. Preparare il piatto e metterlo sul davanzale prima che passasse il povero era un modo per non far sentire l’indigente in imbarazzo. Era un modo per praticare la carità con umiltà e rispetto.

La buona educazione passa attraverso l’esempio ripetuto, l’insistenza, la perseveranza e il richiamo degli adulti. Passa attraverso piccoli gesti ordinari che trasmettono lentamente un senso da dare all’esistenza. Non è solo buona educazione ma anche stile di vita. I gesti carichi di significato trasmettono uno stile di pensiero e un modo di stare al mondo che farà poi da cornice a ogni situazione che il ragazzo ben educato si troverà a vivere.

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