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Viaggio in Norvegia

Turismo
26 giugno 2015

Nell'immensità della natura

di Michele Tomaselli
Una settimana di sci alpinismo nel Parco Nazionale di Rondane, tra paesaggi fiabeschi e le asperità di un clima al limite della sopportazione. Dove l’uomo può confrontarsi con se stesso.
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Salendo al Vesle Smeden, una montagna di oltre 2000 metri (ph. M. Tomaselli)
Turismo
26 giugno 2015 di Michele Tomaselli Image

Il pittore norvegese Harald Sohlberg (1869-1935), dallo stile neo-romantico, trascorse nel 1899 le vacanze pasquali nei pressi di Rondane, luogo ameno e incontaminato, a circa 300 km da Oslo. Godendo la grandiosità del posto, rimase colpito e decise di dipingere le montagne più rappresentative. Così, servendosi di una tecnica a olio su tela, in uno stile abbastanza simile a quello di Giovanni Segantini, realizzò uno dei dipinti più conosciuti della Norvegia. “Vinternatt i Rondane” (notte d’inverno al Rondane), questo il titolo dell’opera.

Ammaliato dalla pittura neo romantica del Sohlberg proietto la mia attenzione oltre il 62° parallelo, lungo la penisola scandinava. La notte avvolge i miei pensieri e nell’incanto delle stelle mi addormento. L’indomani mi risveglio e decido di scoprire maggiori informazioni su Rondane. Scopro così che il Parco Nazionale di Rondane (Rondane Nasjonalpark in norvegese) è stata la prima area protetta della Norvegia, istituita ancora nel 1962. Ha un’estensione di oltre 960 kmq e racchiude 10 vette di oltre 2000 m. Insieme ai parchi di Dovrefjell e Sølnkletten, è l’ultimo santuario nordico di alta montagna a preservare le renne selvatiche, il ghiottone, la volpe, l’aquila reale, il corvo imperiale e i piccoli roditori.

Rondvassbu è il più grande rifugio del parco e si trova lungo le sponde meridionali del Rondevatnet, un lago stretto e abbastanza lungo. Dopo questo primo innamoramento, passa del tempo e mi dimentico di Rondane. Ne sento nuovamente parlare durante il mese di dicembre 2014, quando mi viene proposto di partecipare a un raid sci alpinistico in Norvegia, proprio nel Parco Nazionale di Rondane, assieme a otto scozzesi e all’amica Chiara.

Inizio così ad allenarmi. Intanto in Val di Fleres (vicino al Brennero) conosco Brian, lo scozzese che ha organizzato il viaggio. È un malato di montagna, sempre alla ricerca di neve polverosa ed è un appassionato del Telemark. Successivamente mi annuncia i nomi dei miei futuri compagni di viaggio: Sheena, Sandie, Ingrid, Anna, John, Nicky, Tony e Chiara, aggiungendo nel discorso le difficoltà che troveremo. Riporto le sue esatte parole: “Dovremo stare in completa autosufficienza, senza lavarci, senza acqua corrente, senza riscaldamento, ogni giorno sarà necessario sciogliere la neve per far bollire l’acqua. Dovremo riscaldarci solo con la legna e i bisogni sarà meglio non farli durante la notte. Inoltre dovremo compiere lunghi spostamenti con il peso dello zaino”.

Da queste parole comprendo che il viaggio sarà impegnativo, ma comunque una piacevole esperienza, anche se ho i muscoli arrugginiti ed è da un po’ di tempo che non faccio esperienze sui generis. Negli ultimi anni avevo viaggiato in Africa scalando il Ruwenzori e il Kilimanjaro, in India, in Nepal, nello Yemen e nella Patagonia cilena e argentina affrontando numerosi trekking.

Il 12 febbraio 2015 arriva il giorno della partenza. Levataccia, mi trovo in aeroporto a Ronchi dei Legionari alle 5.30 della mattina. Con Chiara devo prendere l’aereo delle 6.50. Al check-in riesco a imbarcare tutto il bagaglio, compresa la sacca degli sci, senza pagare il sovraprezzo. A Monaco di Baviera perdiamo la coincidenza, colpa delle linee italiane, questa è la motivazione. Tuttavia quattro ore dopo riusciamo a imbarcarci per Oslo. All’arrivo incontriamo il nostro gruppo: sembrano degli astronauti piovuti dal cielo, calzano gli scarponi da sci, indossano la salopette e, come se non bastasse, vestono con maniche corte nonostante il freddo.

Ma è ancora presto per dare giudizi affrettati, dettati  dall’apparenza. Alle 16.30, saliamo sul treno per Otta. Il paesaggio è splendido, una terra dove la natura è regina, nello spettacolo dei fiordi. Verso le 20, con un taxi, arriviamo finalmente a Mysuseter, e qui pernottiamo in un tipico albergo norvegese.

L’indomani la giornata non è granché: nevica, fa freddo e la visibilità è limitata. Dopo aver approfittato dell’ultima doccia calda – da adesso in poi sarà impossibile lavarsi per otto giorni – attacco gli sci e inizio l’avventura, lungo una pista da fondo.

Il mio zaino è molto pesante, con oltre 15 chili, nonostante non contenga cibarie. Ingrid e gli altri procedono a ritmo lento, ma sono giustificati, considerato che stanno trainando la slitta dei viveri. Il percorso è ben battuto, segue un tracciato semi pianeggiante ed è segnato da paletti. I primi due chilometri sono caratterizzati da splendide casupole in legno. A un certo punto è necessario oltrepassare un torrente ghiacciato, ma il colore è ceruleo e non offre garanzie. Io non me la sento e decido di fare un percorso alternativo. Diversamente, un impavido norvegese, sprezzante del pericolo, tenta l’impresa, ma il ghiaccio si rompe e lui finisce nell’acqua fino alle ginocchia. Per fortuna senza conseguenze.

Fa sempre più freddo e la visibilità è pari a zero, motivo che mi impedisce di comprendere la conformazione del paesaggio. Dopo circa 12 chilometri arrivo al lago ghiacciato di Rondevatnet, e prendo alloggio nel ricovero invernale di Rondvassbu. È molto umido. Così, aspettando gli altri, inizio a mettere la legna sul fuoco e a scaldare l’ambiente. Dopo un’ora arrivano i miei compagni, valido motivo per complimentarmi con loro e bere del whisky. È già ora di preparare la cena, così mettiamo la neve a bollire. Gustiamo una zuppa e una sbobba di riso. La temperatura è gradevole; stanchi, ma felici, andiamo a dormire.

Il giorno successivo è fantastico, il più bello del viaggio, con tanto sole e temperature sopra la media. Appena alzati accendiamo il fuoco e sciogliamo la neve. Per colazione gli scozzesi preparano il porridge, a parer mio una brodaglia che sa di acqua sporca. Per fortuna riesco a bere il tè, qualcosa di più consueto per me. Verso le 10 partiamo per salire il Vesle Smeden, una montagna di oltre 2000 metri. Si tratta di una guglia piramidale, a ovest del lago di Rondevatnet, che assomiglia a una gigantesca calotta di ghiaccio. La saliamo in circa 3 ore, troviamo neve ventata e molto dura, ma, a causa dell’innalzarsi del vento, dobbiamo scendere. Sciando, proviamo l’ebbrezza di una discesa mozzafiato, dirimpetto a un orizzonte sconfinato. A rendere particolare l’ambiente sono i muschi e i licheni che affiorano fra neve e ghiaccio. Emozioni irripetibili, difficili da dimenticare…

Ritornati a Rondvassbu, troviamo 10 nuovi ospiti, che rendono difficile l’utilizzo delle attrezzature. È ora di mangiare, prepariamo la cena. Ingolliamo la solita zuppa e delle polpette disgustose. Indugio per andare in bagno: se andassi ora, molto probabilmente sarei costretto a ritornarci prima di andare a letto. Il bagno è esterno e fuori fa un freddo cane.

Arriviamo al quarto giorno. Il tempo è molto brutto e le temperature sono polari. Dopo la solita colazione, partiamo (questa volta solo in 4) per salire il Fremre Illmannhøe, una piccola cuspide, sopra il torrente Illmandelen, particolarmente adatta allo scialpinismo. Passiamo il lago ghiacciato di Rondevatnet e a sinistra miriamo all’evidente vallone. Fa sempre più freddo, stimo 20° sotto lo zero, e la visibilità è ridotta a poco più di un palmo di naso. Giungiamo in cima, è tutto offuscato e non si vede niente. Utilizzando il Gps, iniziamo a scendere in strette derapate. A Rondvassbu, vedo arrivare una coppia di giovani uomini in luna di miele con un bambino, che sembra il Little Lord Fauntleroy. Sono dei fondisti e si fermeranno a dormire con noi. È proprio bello vedere tanta gente che vive a stretto contatto con la natura.

Ormai siamo entrati nel vivo del viaggio: il programma odierno prevede di spostarci al rifugio Bjornhollia, lungo la valle del torrente Illmandelen. La struttura è un gioiello dell’architettura alpina, nel puro stile rustico, ingentilita da eleganti arredi.

Caratteristiche che ne fanno uno dei migliori rifugi norvegesi. Durante l’inverno è chiuso, ma Brian è riuscito a farsi dare le chiavi. Così, preparati gli zaini, lasciamo Rondevatnet e seguiamo la valle del fiume ghiacciato Illmandelen. È da tenere presente che il percorso non è segnato da paletti e in caso di nebbia diventa facile perdersi. Man mano che andiamo avanti, il freddo aumenta. Vi è un vento fortissimo, ci sono 18° sotto lo zero, un cielo fumé e nevica intensamente. A differenza di quanto avviene sulle Alpi, infatti, in Norvegia può nevicare anche a temperature molto basse.

Finalmente vediamo degli alberi, seppure trasformati dalla galaverna, che qui sono una rarità. All’imbrunire, dopo circa sei ore e 14 km di percorrenza, arriviamo al rifugio Bjornhollia. La neve scarseggia, ma la struttura è molto graziosa, ogni stanza ha una stufa per scaldarsi ed è a nostro esclusivo utilizzo.

Il sesto giorno decidiamo di riposarci; passo la giornata a fotografare attimi, istanti, emozioni e panorami della valle di Bjornhollia. Alle ore 11 i raggi del sole iniziano timidamente a illuminare il prospicente lago Musvoltjonna, ricoperto da uno strato di ghiaccio. Lo spettacolo è grandioso. Tra gli incanti della natura arrivo all’ora di cena. Mangio la solita sbobba e dopo il consueto whisky della buonanotte vado a dormire. Fuori nevica intensamente.

Arriviamo al settimo giorno. La volontà è quella di rientrare a Rondvassbu, salendo la dorsale del Veslvulten, per poi ridiscendere nel vallone dell’Illmandelen. A parte il giro mostruoso, molto più lungo di quello dell’andata, c’è poca neve e il percorso è tortuoso. Ma tutto questo non frena la nostra determinazione. In discesa, tolte le pelli di foca, ci portiamo nel vallone dell’Illmandelen, e in salita, rimesse le pelli, proseguiamo verso Rondvassbu. All’interno del vallone ci sono raffiche fortissime di vento, a oltre 100 Km/h, dovute al restringimento orografico. Il vento è accelerato dall’effetto Venturi, che si registra soprattutto nelle strettoie e nelle gole. È impossibile andare avanti in queste condizioni. Decidiamo di ritornare a Bjornhollia, mentre Anna e Sheena (che già si erano divise) proseguono per Eldåbu. L’indomani rientriamo finalmente a Rondvassbu, il vento è quasi scomparso ma molta neve si è sciolta. Sono in una condizione fi sica smagliante e riesco a distanziare tutti.

Penultimo giorno. La giornata è meravigliosa ma nel pomeriggio è prevista una perturbazione, così decidiamo di salire il Simle Piggen, la cima gemella del Fremre Illmannhøe, che avevamo già raggiunto 5 giorni fa. La discesa è stratosferica, la più bella effettuata fino ad ora: troviamo neve ghiacciata e granulosa.  Siamo arrivati alla fine. Tra gioie e fatiche  concludiamo questa esaltante esperienza, con un velo di malinconia. Il tempo oggi è splendido e in meno di due ore percorriamo i 12 km che ci separano da Mysuseter. Nello spettacolo della natura riconosciamo le montagne raffigurate nella tela del Sohlberg e diamo epilogo alla nostra Avventura. Il sipario si chiude con una doccia calda, mai tanto gradita, e infine la visita lampo a Oslo dell’Astrup Fearnley Museum di Renzo Piano.

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