Imoney tab white
Utilizziamo i cookie per offrirti la miglior esperienza possibile sul nostro sito Web.
Quando utilizzi il nostro sito Web, accetti che vengano trasmessi cookie sul tuo dispositivo. Ulteriori informazioni

Guerra e campanili

Cultura e Spettacolo
12 agosto 2015

Il suono dei rintocchi nella bufera

di Alberto Vittorio Spanghero
Campane fuse per trasformarle in armi e torri campanarie abbattute per paura dei nemici. Dalle memorie belliche riemergono storie sepolte del territorio monfalconese.
CONDIVIDI
10807
La campana della chiesa di Santa Domenica di Selz, fusa nel 1573 (ph. Archivio Circolo Brandl-Turriaco)
Cultura e Spettacolo
12 agosto 2015 di Alberto Vittorio Spanghero

La Grande Guerra, che tuttora viene ricordata dall’Italia come la guerra del 15-’18, in realtà, per il territorio di Monfalcone, che allora faceva parte dello stato austriaco, iniziò il 28 luglio del 1914. Già a partire dall’ottobre di quell’anno l’Austria, per rimediare alla scarsità di metalli a scopi bellici, dovette ordinare la requisizione delle campane di ogni chiesa.

La Direzione statale austriaca dei Monumenti, preoccupata per tanta distruzione, ordinò che venisse fatta un’accurata statistica delle campane più importanti, con l’intento di salvare dalla fusione almeno quelle di valore storico e artistico.

Gran parte delle campane, anche quelle più antiche, finirono nei crogioli. Venne lasciata sopra ogni campanile, per esigenze di culto, una sola campana, raramente due. I funzionari austriaci addetti alla conservazione delle campane, con scrupolosa diligenza teutonica, fecero l’elenco e la descrizione di tutte le campane per tramandare il loro ricordo ai posteri. La Sovrintendenza ai Monumenti, fatte le opportune verifiche, iniziò una severa selezione di quelle campane che si sarebbero dovute salvare dalla distruzione.

Vennero così esaminate 1.349 campane per un peso complessivo di 467.994 kg. Si salvarono solo quelle che furono lasciate sui campanili, perché considerate di grande valore storico-artistico e appartenenti alla Diocesi di Gorizia, Trieste, Capodistria, Pola, Parenzo e Fiume. Di questo catalogo si conosce solo la versione in lingua tedesca. Questa imponente requisizione messa in atto dagli austroungarici non poté essere applicata nel Monfalconese in quanto, sin dal 1915, l’intero territorio era già stato occupato dall’Esercito Italiano. Non per questo le campane bisiache si salvarono dalla distruzione, anzi: a loro venne riservata una sorte forse un po’ più gloriosa, ma non meno infausta. Infatti, sin dal primo giorno della dichiarazione di guerra, il 24 maggio 1915, l’artiglieria austriaca, posizionata sul Carso, iniziò il cannoneggiamento di tutti i campanili della Bisiacaria, in quanto ritenuti punti strategici di osservazione in zona di operazioni.

Il primo a farne le spese fu il campanile della chiesa di Santa Maria in Monte di Fogliano. Bisogna ricordare, non tanto per addolcire il fatto ma per dovere di cronaca, che gli austriaci, prima di iniziare il tiro a segno, avvisarono don Clemente Corsig, già parroco di Turriaco; questo, forse, per accelerare lo sgombero della popolazione foglianese già iniziato da qualche giorno. Il 24 maggio, primo giorno di guerra, dopo alcuni colpi il campanile crollò e le campane rotolarono giù per il pendio rimanendo intatte. Furono raccolte poi dai soldati italiani e trasportate a Sagrado nella “Villa Sospisio”.

A Ronchi, invece, nei primissimi giorni di giugno del 1915, gli austriaci prima di ritirarsi sul Carso minarono il campanile della Chiesa di San Lorenzo e lo fecero saltare. Nel crollo, il campanile sfondò il tetto della chiesa e l’affresco che decorava il soffitto (La Gloria di San Lorenzo), pregevole opera del pittore udinese Rigo, andò irrimediabilmente perduto. Delle tre campane nessuna notizia sicura sulla loro fine. Probabilmente, prima di distruggere il campanile, vennero asportate dagli austriaci. Si sa solo che complessivamente pesavano 3.600 kg.

La chiesa di San Pietro e Paolo di Staranzano, nell’agosto del 1915, fu colpita da una granata austriaca che le sfondò il soffitto della navata.

Terminata la Prima Battaglia dell’Isonzo del luglio 1915, la chiesa di San Nicolò di Bari di Sagrado rimase gravemente danneggiata, mentre del suo svettante campanile non rimase che un mucchio di macerie. Nessun sagradino, probabilmente, vide lo scempio della distruzione, in quanto il paese era stato completamente evacuato in precedenza e la sua gente internata in campi profughi organizzati all’interno dell’impero. Delle tre campane, la mezzana che pesava 450 kg fu rubata e non si seppe più nulla, la grande (di 680 kg) e la piccola (di 332 kg) si ruppero nel crollo.

Il 9 luglio del 1915 in una città semi-deserta un proiettile di grosso calibro centrò il campanile di Sant’Ambrogio di Monfalcone. Il crollo trascinò nella distruzione anche buona parte del Duomo. Delle cinque campane, tre delle quali erano state rifuse nel 1883, poste sulla cima per un peso complessivo di 4.500 kg si perse ogni traccia. In pochi giorni la stessa sorte toccò alla chiesa del Rosario che di campane ne perse 2 per un peso di 400 kg e a quella di Sant’Antonio, che perse la sua unica campanella di 200 kg, mentre venivano danneggiate seriamente la Marcelliana, che alla fine della guerra denunciò la scomparsa di due campane per un peso complessivo di kg. 300. Subirono grandi danni anche le chiese di San Nicolò e San Polo. Il 16 aprile 1916, alle ore 11, una granata austriaca da 305 mm colpiva il maestoso campanile di San Pier d’Isonzo, costruito alla fine del Settecento, che crollava distruggendo gran parte della chiesa. Delle campane due rimasero intatte e recuperate, ma la più grande andò in pezzi che vennero sottratti, si dice, dai militari quale ricordo. Secondo le testimonianze gli austriaci, prima di colpire il campanile, spararono un colpo di assestamento che distrusse una casa di Cassegliano. I soldati italiani, allogati lì vicino, accorsero per estrarre un vecchio che era rimasto sotto le macerie. L’anziano, del quale non siamo riusciti a sapere il nome, venne liberato giusto in tempo per vedere che la seconda cannonata centrava in pieno il campanile facendolo crollare. Malconcio e pieno di polvere, ma sano e salvo, rivolto a un militare italiano, disse con soddisfazione: “Ma parò i nostri (gli austriaci, ndr) che ben che i tira”. Lo lasciarono dov’era.

Anche il campanile della chiesa di San Rocco di Turriaco fu più volte preso di mira dall’artiglieria austriaca. Una granata riuscì perfino a colpirlo, fortunatamente solo di striscio, scheggiandone uno spigolo che il restauro poco attento del 1990 ha nascosto alla vista, privando il pubblico di un importante riferimento storico.

Non altrettanto fortunato fu il campanile della chiesa di San Andrea Apostolo di Pieris. Centrato da una granata austriaca di grosso calibro, il settecentesco campanile riportò lesioni tanto gravi, da pregiudicarne la stabilità. Nel 1922, con i contributi ricevuti dallo Stato Italiano per i danni di guerra, il campanile fu ricostruito su nuove fondamenta, spostate verso la strada di sette metri. Delle tre campane di allora si è salvata solo la mezzana, fusa da Sebastiano Broili, nel 1870. Tutte le chiese del Territorio ebbero, a causa della guerra, i soffitti sfondati, con la conseguente perdita totale degli affreschi, dei quali ora non rimane altro che il ricordo e qualche rara descrizione. Solo la chiesa di Turriaco si salvò miracolosamente e attualmente l’interno si presenta ricco di pregevoli opere di pittori famosi come il Paròli, G. B. Grassi, il Furlanetto, Palma il Giovane e altri artisti minori: essi compongono, assieme ai bellissimi altari e alle altre strutture architettoniche, uno splendido mosaico di sensazioni e colori capaci di ingenerare nell’animo del visitatore un autentico godimento artistico e religioso di notevole intensità.

La Grande Guerra, che causò la distruzione e la requisizione di tutte le campane nelle terre invase dagli austriaci dopo la disfatta di Caporetto del 1917, risparmiò invece tutte quelle degli altri paesi ex austriaci ancora rimaste sui campanili. Ma dal conflitto l’Impero austro-ungarico uscì sconfitto e si disciolse. All’Italia, invece, che ne uscì vincitrice vennero lasciate Trieste, Trento e Gorizia, che entrarono a far parte del nuovo territorio italiano. Ritornata la pace, il Regio Governo decise di dare gratuitamente alle chiese tutte le campane asportate dagli austro-ungarici o distrutte per motivi bellici.

Per realizzare questo intento nel più breve tempo possibile, il governo si era avvalso della collaborazione de L’Opera di Soccorso per le Chiese rovinate dalla Guerra, organo ecclesiastico creato appositamente a Venezia nel 1918. Esso si impegnava altresì a rifornire i fonditori prelevando il metallo occorrente dal bottino della vittoria, costituito in massima parte da cannoni e altro materiale bellico.

A lavorare per le Nuove Province erano stati scelti i fonditori Francesco Lapagna di Trieste, Francesco Broili di Gorizia e Luigi Colbacchini di Trento. Per coordinare una così grande massa di lavoro era stato creato l’Ufficio Tecnico Servizio Ricostruzioni. Per la Sezione di Gorizia era stato nominato l’ingegner Carlo Cuniberti, per quella di Monfalcone l’ingegner Pietro Fontana. Questi uffici tecnici dovevano compilare e inviare, per sottoporla all’approvazione dei rispettivi Commissariati Generali Civili, una perizia comprendente le sole spese di trasporto delle campane e i lavori necessari al loro ricollocamento, escluse quindi le spese di fusione e la fornitura di battagli e cinghie. I medesimi uffici dovevano inoltre provvedere al collaudo tecnico musicale e accertare il peso delle campane e la qualità della loro fusione. La ditta che aveva in appalto i lavori garantiva le campane per il periodo di un anno: esse dovevano avere una voce chiara e armoniosa ed essere intonate fra loro con precisione, secondo il giudizio di un professore di musica scelto dall’Opera di Soccorso, che per il territorio di Monfalcone fu il maestro Rodolfo Clemente di Turriaco. Ogni campana doveva avere, oltre alle iscrizioni scelte dal parroco o dai parrocchiani, anche la seguente dicitura: ME FREGIT FUROR HOSTIS AT HOSTIS AB AERE REVIXI ITALIAM CLARA VOCE DEUMQUE CANENS (Il furore del nemico mi distrusse, ma dal bronzo del nemico rinacqui cantando l’Italia e Dio con voce chiara) o questa: Asportata dagli austriaci il giorno... rifusa col bottino della vittoria il giorno...

C’è da dire, inoltre, che la distruzione delle campane e la loro ricollocazione sui campanili subito dopo la guerra, eseguita in fretta per la necessità di dare velocemente le campane alle chiese che ne erano prive, aveva ridotto di molto l’arte del fonditore: infatti le decorazioni non erano più il frutto della bottega artigiana, ma prodotto di un lavoro in serie eseguito in fabbrica. Rari sono ormai i casi in cui le campane vengono fabbricate con motivi decorativi artistici espressamente modellati per un singolo soggetto

Sui 28 campanili che svettano nel territorio di Monfalcone, le campane esistenti attualmente sono 67. La più antica delle quali è quella della chiesetta di Santa Domenica di Selz, fusa dal fonditore udinese Lucio Broili, nel 1573 e dal peso di 54 kg. La più pesante è quella del Duomo di Sant’Ambrogio di Monfalcone, dal peso di 1.530 kg fusa nel 1984 dal fonditore Francesco De Poli di Vittorio Veneto.

Commenti (0)
Comment