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Claudio Culot, Dirigente della Squadra Mobile della Questura di Gorizia

Polizia di Stato
22 luglio 2016

Droga, occhi aperti

di Andrea Doncovio
«Oggi, paradossalmente, i giovani hanno meno consapevolezza dei rischi che corrono assumendo sostanze stupefacenti. Ecco perché è fondamentale puntare su informazione e conoscenza»
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Polizia di Stato
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Recenti statistiche diffuse dalle istituzioni sanitarie nazionali segnalano che la diffusione nell’assunzione di sostanze stupefacenti tra i giovani sta coinvolgendo fasce d’età sempre più basse. Per fare il punto della situazione anche sul nostro territorio, ci siamo rivolti al dottor Claudio Culot, Dirigente della Squadra Mobile della Questura di Gorizia, che ha confermato il trend: «Effettivamente – spiega – i primi approcci dei ragazzi con le droghe in alcuni casi avviene già nel biennio iniziale delle scuole superiori: una precocità che spesso porta con sé una scarsa consapevolezza sui rischi».

Cosa intende?

«I giovani delle generazioni precedenti tendevano ad approcciarsi solo a sostanze note e di cui, bene o male, conoscevano gli effetti. Oggi invece i ragazzi si approcciano con disinvoltura a prodotti stupefacenti sconosciuti: non sono rari i casi di mix di sostanze quali lo stramonio ingerite come bevande, ma i cui effetti sono ignoti».

Quali sono le droghe più diffuse tra i giovani?

«Il nostro è un territorio particolare: rispetto ad altre parti d’Italia qui è meno diffusa l’hashish mentre “spopola” la marijuana, molto utilizzata oltreconfine. Inoltre la marijuana può essere coltivata in diverse tipologie, anche geneticamente modificate per garantire un principio attivo con resa superiore a quello naturale. Con evidenti effetti più pericolosi per la salute».

Per esempio?

«Il THC, uno dei maggiori principi attivi della cannabis, provoca effetti negativi soprattutto se assunto durante l’età dello sviluppo: difficoltà di concentrazione, inappetenza, disinteresse totale per tutto e scarsa socializzazione sono i sintomi più evidenti che si manifestano tra i giovani che ne fanno uso. Anche se il problema è molto più  complesso».

In che senso?

«Le nuove tecnologie hanno moltiplicato i rischi. Oggi su internet è possibile reperire sostanze stupefacenti con estrema facilità. In questo contesto, dalla Cina in particolare, si riesce ad acquistare di tutto. E così inizia a prendere piede anche il consumo di ketamina, sostanza nata come anestetico veterinario per i cavalli. La  conferma a una seria preoccupazione: i giovani di oggi sono disposti ad assumere di tutto».

Dal punto di vista legale, come viene affrontato il problema?

«L’articolo 73 del dpr 309 della Legge del 1990 punisce tutte le condotte illegali in relazione alla produzione, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti. Per quanto concerne il possesso, invece, vanno considerati due fattori discriminanti: il quantitativo e il tipo di sostanza. A seconda di questo rapporto, la legge prevede determinate   sanzioni. Nel caso specifico, solitamente nelle scuole la diffusione è nei limiti delle sanzioni di tipo amministrativo, con segnalazione del giovane all’autorità amministrativa, passaggio per la Prefettura e invio al SerT».

È possibile affrontare a monte la questione?

«Direi che è fondamentale. Scuola, famiglie, strutture sanitarie, forze dell’ordine, mondo dell’informazione: tutte queste realtà devono svolgere un’attività di rete. Per essere efficaci non si può operare su piani distinti ma  collaborare in modo attivo».

Ha citato famiglie e mondo della scuola: spesso genitori e insegnanti si sentono impotenti di fronte al problema. Dinanzi a possibili situazioni a rischio quand’è il momento giusto per rivolgersi alle forze dell’ordine?

«È sempre il momento giusto per eventuali segnalazioni. Oggi, non solo in questo campo, lottiamo con una certa mancanza di assunzione di responsabilità: tutti vediamo che succede qualcosa ma ci diciamo “Perché devo  intervenire proprio io?”. Invece una segnalazione tempestiva, forte e coraggiosa, può contribuire a risolvere il problema prima che possa raggiungere livelli più pericolosi».

Nel progetto di cooperazione in rete dei diversi attori in gioco, tutto questo come può concretizzarsi nella realtà?

«Vivendo quotidianamente a contatto con gli studenti, gli insegnanti possono entrare a conoscenza di situazioni a rischio: per questo motivo noi della Polizia di Stato andiamo spesso a scuola per diffondere questo messaggio ai professori. L’ideale sarebbe che questa collaborazione e condivisione d’intenti prosegua anche tra la scuola e le famiglie».

In che modo?

«Oggi le famiglie hanno la tendenza a difendere e a giustificare a prescindere i propri figli. Non solo la scuola, ma anche le altre istituzioni – comprese noi forze dell’ordine – dobbiamo aiutare i genitori a comprendere che eventuali segnalazioni non vengono fatte per arrecare danno ai ragazzi, ma per cercare di aiutarli. è importante individuare e colpire il fatto per trovare poi assieme il modo per uscirne».

Abbiamo parlato dei diversi attori in gioco: concludiamo con il ruolo delle forze dell’ordine. Come vi muovete per diffondere la cultura della prevenzione nelle scuole?

«La scelta di far partecipare personale in uniforme, rendendolo così immediatamente riconoscibile, ha l’obiettivo di stimolare la collaborazione con gli studenti, facendo comprendere ai ragazzi che con gli agenti è possibile confidarsi anche al di fuori della scuola, rivelando eventuali avvicinamenti da parte di persone sospette o condividendo qualsiasi tipo di perplessità. Solo rendendo minoranza determinati comportamenti potremo avere successo. Dobbiamo ripartire dal concetto di conoscenza, di prevenzione e di solidarietà. Tornando a interessarci e ad avere a cuore ciò che accade agli altri».

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