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Nuova ricerca della SISSA

Società
08 novembre 2016

Il cibo non lo scordiamo

a cura della redazione
Anche nell’Alzheimer e in altre malattie neurodegenerative è una categoria cognitiva che “resiste”. Non solo: più è calorico, più ce ne ricordiamo
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(ph. Ufficio stampa SISSA)
Società
08 novembre 2016 della redazione

Sarà forse perché è cosi cruciale per la nostra sopravvivenza, ma la conoscenza lessicale e semantica collegata al cibo viene - relativamente – preservata anche in quelle malattie che portano a un calo generalizzato della memoria e delle facoltà cognitive, come l’Alzheimer e l’afasia primaria progressiva. A osservare questo fenomeno sono stati Raffaella Rumiati e il suo team alla SISSA (in collaborazione con Caterina Silveri del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma), che ha verificato le prestazioni cognitive di due gruppi di pazienti e di un gruppo di controllo composto da persone sane in compiti che riguardavano la comprensione e il riconoscimento visivo del cibo.

“Non dovrebbe sorprendere che, anche in un calo cognitivo generalizzato, il cibo tenda in qualche modo a resistere meglio”, commenta Rumiati. “Non è difficile intuire come la pressione evolutiva possa aver spinto verso una maggior robustezza dei processi cognitivi legati al pronto riconoscimento di uno stimolo che forse è il più importante per la sopravvivenza”. Un altro dato generale a supporto di questa supremazia del cibo emerso nella ricerca è che in tutti tre i gruppi, pazienti e controllo, il cibo viene processato meglio del “non-cibo”. “Inoltre,” aggiunge Rumiati, “sappiamo dalla letteratura che i nomi degli alimenti più calorici sono quelli che vengono acquisiti per primi nel corso della vita”.

Rumiati e colleghi hanno anche scoperto un altro particolare interessante: l’apporto calorico di ogni cibo, così come è percepito dai soggetti, è proporzionale a quanto viene risparmiato il ricordo del cibo stesso: più ci sembra calorico, meglio viene preservato.  “Anche questo fenomeno potrebbe essere strettamente collegato a quanto detto prima: più il cibo è nutriente, più è importante riconoscerlo”.

Il lavoro di Rumiati e colleghi nasce dalla necessità di ampliare le conoscenze su questo argomento: “Sembra strano eppure gli studi cognitivi sul cibo non sono molti, e solo negli ultimi anni questo argomento sta attirando maggiore attenzione da parte della comunità scientifica”.  La ricerca è stata pubblicata su un numero speciale della rivista Brain and Cognition: “Insieme a Giuseppe Di Pellegrino, dell’Università di Bologna, abbiamo curato il numero speciale e abbiamo anche scritto, su richiesta della rivista, un articolo introduttivo che fa il punto della situazione. Credo che nei prossimi anni questo ambito di ricerca diventerà via via sempre più importante,” conclude Rumiati.

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