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Roberto Campion

Figli di uno sport minore
11 novembre 2016

Muscoli DOC

di Michele D'Urso
Veneto d'origine, il neo campione italiano di distensione su panca risiede a Cervignano. Prossimo obiettivo? Il titolo europeo...
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Roberto Campion, al centro, appena premiato campione d'Italia di powerlifting
Figli di uno sport minore
11 novembre 2016 di Michele D'Urso Image

DOC (Denominazione di Origine Controllata). Questo acronimo, sempre più presente nella nostra vita, è nato quando ci siamo accorti che le sofisticazioni, nella maggioranza dei casi, sono dannose. E così, per porre rimedio alla nostra innaturalità, siamo tornati all’antico, alla qualità che i nostri nonni indicavano con una parola ormai desueta: genuinità. Ma siccome il mondo anglofono fa sempre tendenza, rifiutando di usare quella parola armoniosa, l’abbiamo sostituita con l’acronimo con cui in inglese si indica, per brevità, il medico: DOC.

Al giorno d’oggi ci sono ancora cose che si possono definire ‘genuine’? Ho qualche dubbio, ma una eccezione devo farla a onor del vero, e parlo non di un oggetto ma di una persona, Roberto Campion; un uomo davvero ‘genuino’, nonché Campione di nome e di fatto, in quanto detentore del titolo nazionale di Powerlifting. In italiano si direbbe Alzate di Potenza, specialità ‘Bench Press’, italianizzato in ‘Distensione su panca’, una disciplina appartenente alla atletica pesante, più precisamente alla pesistica.

Roberto, a proposito di genuinità: lei gareggia per la federazione WDFPF (World Drug Free Powerlifting Federation – Federazione Mondiale di Powerlifting Libera dalle Droghe).

«A questa federazione ci sono arrivato per gradi, perché alla genuinità, in un mondo dominato da varie tipologie di doping, da quello sportivo a quello mediatico, si arriva per tentativi, in base anche al contesto che hai intorno. Prima gareggiavo con risultati da ‘medaglia di legno’ in altre federazioni, dove si guarda solo al risultato senza chiedersi se il gesto atletico sia frutto del lavoro, dell’impegno, del talento o del doping. Non era leale; tutto il messaggio che di norma il mondo mediatico lancia circa lo sport - salute, benessere e via discorrendo - veniva ipocritamente sostenuto e ostentato nonostante sottobanco ci si dopasse anche per andar in discoteca».

Ci vuole coraggio per non caderci…

«Mi è stato proposto, ma io, sin da piccolo, ho sempre pensato che certe esperienze potevo risparmiarmele. Sono originario del Veneto, di Rovigo, e vivo in Friuli da quando avevo tre anni; ho nel sangue il culto della dedizione al lavoro, dell’impegno e vi ho sempre tenuto fede».

Mantenersi fermo sulle sue posizioni quanto le è costato?

«Molto. Dai legami familiari al mondo del lavoro sono sempre stato coerente in parole e fatti, e ho pagato dazio. Ma non cambierei una virgola. Le persone che mi stanno intorno possono sempre contare su di me e io su di loro; questo è ‘fare squadra’, volersi bene. E se sono poche, che importa? Vale la qualità».

Questa sua lealtà è stata ripagata con la vittoria di Biella...

«Alla fine la vita ti torna quello che dai. Ho cominciato ad allenarmi da ragazzo in convitto a Cividale, dove studiavo per diventare perito agrario, diploma che poi ho conseguito. Quando sono tornato a Muscoli di Cervignano in pianta stabile ho preso ad allenarmi assieme al mio amico Ferruccio Malacrea, e da lì non ho più smesso. La svolta agonistica è avvenuta quando un altro mio amico, Pierluigi Weber, anch’egli atleta   appassionato, mi ha invitato a partecipare al ‘Memorial Alan Tantin’, una gara di Powerlifting che si tiene nel monfalconese da alcuni anni. Con mia gioia ho vinto quel trofeo, ottenendo la ‘Wild Card’ per partecipare al campionato italiano di Biella del primo maggio. Ci sono andato speranzoso di far bene: ho mantenuto un profilo di gara basato su di me, sul come mi sentivo quel giorno. Alla fine ho vinto perché gli altri, per cercare di battermi, si sono sopravvalutati e hanno tentato pesi oltre il loro limite di quel giorno. E hanno fallito».

È appassionato anche di altri sport?

«Il mio campione preferito è Valentino Rossi. Anche io ho la moto nel sangue, anzi, più che nel sangue, allo ‘sfasciacarrozze’, visto che ne ho distrutte parecchie».

Centauro spericolato?

«Audace sì, ma spericolato no. Un po’ sfigato, solo in quel senso, sì. La mia prima moto è stata una Suzuki GSXR 750, e l’ultima, con in mezzo tante altre, sempre una Suzuki ma GSX 750. Possiedo anche una Renault 5 Turbo che sarà pure datata, ma quando sale di giri… è una goduria. E con le moto sento di non aver ancora chiuso, però meglio non dirlo a mia moglie».

Non ci casco, mi risulta che lei abbia una bella famiglia che la sostiene in tutto.

«Sono sposato con Romina ‘C’MON FASHION’: è il nome della sua attività, ma lo potrebbe usare anche come cognome, tanto si identifica, per passione e piacere, con il suo lavoro. Abbiamo due figli, Giovanni di 4 anni e Matilde nata il nove agosto scorso».

Il sogno nel cassetto?

«La mia famiglia in salute, una bella casa e un’auto sportiva; pensandoci bene le prime due ce le ho, mi manca la terza, però sto trattando per una Sierra Cosworth…»

E se tra i sogni sportivi citassi il titolo europeo?

«Ho intenzione di gareggiare ancora e ce la metterò tutta come sempre».

Torniamo al fenomeno doping, quale sarebbe la sua soluzione al problema?

«Adotterei più di un provvedimento: il primo sarebbe il test antidoping per tutto il podio; il test lo deve fare chi vince, e non quello scelto a caso, che poi caso non è. È molto facile riconoscere un atleta dopato, così come uno che non lo è; faccio fare i test a quelli che sicuramente non lo sono, o che so avere i valori entro i limiti, e il gioco è fatto, lo sport risulta pulito».

E il secondo provvedimento?

«Abbandonerei l’ipocrisia e metterei ogni cosa nero su bianco; ormai tutto viene sofisticato, dagli alimenti alle bevande ai vestiti... Purtroppo non abbiamo il coraggio sociale di cambiare; tutto va come decide chi tira le redini, anche se è sbagliato. Per tutti gli sport, compresi sport insospettabili come motociclismo o automobilismo, istituirei due classi: dopati e non dopati. Rispettiamo la scelta di entrambi ma che le cose siano chiare e nette: tu ti droghi, io no».

Nelle sue affermazioni traspare grande sicurezza, da dove deriva?

«Dall’umiltà di sapere quello che so e non sapere quello che non so. Da piccolo frequentavo i corsi di karate del Maestro Giovanni Di Meglio di Cervignano; ho smesso arrivato a cintura verde perché all’epoca non ero in grado di capire tutti i messaggi che può inviare un’arte marziale o un’arte in genere. Questa umiltà del ‘non sapere’ mi tiene ricettivo in tutti i campi della vita. Ad esempio, per quanto riguarda l’alimentazione ho sempre commesso degli errori grossolani dovuti alla dipendenza verso i carboidrati; ascoltando i consigli e gli insegnamenti di due persone che ormai sono cari amici e che voglio ringraziare, Jessica Fasciano ed Erik Crainich, sono riuscito a migliorare anche in questo».

Voglio metterla alla prova con un piccolo test: se ne avesse la possibilità, allo scopo di ottenere un mondo migliore, abbandonerebbe i motori per andare in giro a cavallo?

«Subito! Anche se so che l’esempio di uno non servirebbe a niente. Ma se fosse questo il messaggio da mandare per ottenere un mondo migliore, lo farei immediatamente».

E si può scommettere che manterrebbe fede alla parola data. Più genuino, più DOC di così! Solo Roberto Campion…

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