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Angelo Portelli (1888-1973)

Cultura e Spettacolo
23 gennaio 2017

Soldato bisiaco prigioniero dei Russi

di Alberto V. Spanghero
Austriaco di madrelingua italiana: la sua è la storia dei “soldati irredenti” catturati sul fronte orientale da un esercito che non trattava tutti i nemici allo stesso modo
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Pechino 1918. Angelo Portelli, il terzo da sinistra, sopra il bambino, seduto sul risciò ed equipaggiato con la divisa giapponese
Cultura e Spettacolo
23 gennaio 2017 di Alberto V. Spanghero Image

Presentiamo una parte del diario di guerra, scritto a posteriori, di Angelo Portelli, soldato bisiaco che ha vissuto l’esperienza della prigionia in Russia durante la Prima guerra mondiale. Portelli nacque a Turriaco il 17 gennaio del 1888. La sua classe fece la leva militare a Monfalcone il 20 maggio 1915 e tre giorni dopo fu arruolato nel 27° fanteria composto soprattutto da austriaci di madre lingua tedesca e spedito al Kader di Graz, una specie di centro addestramento reclute. Fatta una brevissima istruzione militare, fu inviato al fronte in Galizia. Dopo qualche mese, Angelo nel suo primo battesimo di fuoco sui Carpazi, senza sparare un colpo, fu fatto prigioniero dai russi. Era il novembre del 1915.

Dopo una lunga marcia i prigionieri furono portati all’interno e subito divisi: quelli austriaci di lingua italiana da una parte e quelli ungheresi dall’altra. I russi non trattavano i prigionieri tutti allo stesso modo: mentre austriaci, ungheresi e germanici erano “il nemico”, gli austriaci di lingua italiana godevano di una certa simpatia. Per non parlare di quelli di lingua slava, che venivano considerati pressoché fratelli.

Quanti fossero lo sappiamo solo con approssimazione: pensiamo più di 25-30.000. Dopo alcuni giorni di marcia i prigionieri fecero una sosta in un campo nelle vicinanze di Kiev. I russi, saputo che Angelo era falegname, gli diedero da fare tutti i serramenti della stazione ferroviaria, con vitto e alloggio e pochi kopeki al giorno. Angelo rimase lì per quasi due anni, mentre nel frattempo incominciarono a giungere brutte notizie dovute alla Rivoluzione che generalmente veniva allora chiamata “Rivoluzione per la pace”.

In breve tempo i prigionieri furono nuovamente raccolti e disseminati senza ordine in grandi campi, dove le condizioni sanitarie erano notevolmente peggiorate. Le baracche siberiane erano zeppe di soldati prigionieri i quali vivevano anche a 50° sotto zero. Impossibile descrivere la situazione: aria viziata e infetta, prigionieri con i piedi gonfi, altri con i denti che si distaccavano dalle gengive, vestiti e abiti stracciati e puzzolenti, corpi divorati dalle malattie, dagli insetti e indeboliti dalle ferite. I morti di tifo congelati venivano accatastati all’aperto come la legna per essere sepolti solo con l’avvento della buona stagione.

Poco prima che finisse la guerra, in considerazione del fatto che gli irredenti si erano dimostrati ottimi lavoratori, tramite ufficiali militari italiani, diventati nel frattempo alleati, fu organizzato il loro rimpatrio. Per agevolare le operazioni di smistamento fu creato un campo soltanto per loro nelle vicinanze di Kirsanov. Si calcola che gli irredenti radunati, provenienti dal Trentino e dal Friuli austriaco, si aggirassero sulle 3.000 unità. Furono intraprese diverse iniziative da parte delle Autorità militari italiane che cominciarono a occuparsi attivamente dei prigionieri italiani, assistendoli in vario modo, compreso quello di trasportarli in Italia. Fu scelta la via orientale: partire da Kirsanov e attraversare tutta la Siberia fino a Vladivostok sulla costa del Pacifico. All’inizio i russi erano favorevoli al rimpatrio dei nostri. Poi nel 1917, quando i russi stipularono l’armistizio con gli Imperi Centrali, improvvisamente da amici gli italiani diventarono quasi nemici o quantomeno gente sospetta. Per cui i 3.000 di Kirsanov non avrebbero potuto che spostarsi a scaglioni e su treni diversi. In un regime instabile di rivoluzione e di guerra civile, il remotissimo Oceano Pacifico appariva una impresa folle: sebbene fosse l’unica tentabile.

Dopo rinvii e tentennamenti, i 3.000 cominciarono alla spicciolata il lungo viaggio di ritorno. Riuscirono a mettere insieme un treno composto da carri merci e fecero tutta la Transiberiana, lunga 9.280 km; in ventinove giorni raggiunsero la Cina. La Cina significava per tutti gli irredenti la Concessione Italiana di Tien Tsin, cioè buone caserme, vitto abbondante, docce, biancheria, uniformi e soprattutto ambiente nostrano: una specie di Paradiso.

Agli irredenti venne subito fatto “giurare fedeltà al Re e all’Italia”. All’Ambasciata chiesero ad Angelo cosa sapesse fare: “Io – rispose – sono falegname e so suonare il clarino”. Fu subito vestito con la divisa italiana e inquadrato nella banda musicale.

Tutte le delegazioni straniere avevano la propria banda e così Angelo sfilava per le vie della città durante le feste nazionali, politiche e ricorrenze varie. Fu trattato benissimo perché all’Ambasciata c’era da mangiare di tutto; dopo circa sei mesi di permanenza le Autorità italiane organizzarono via mare il rimpatrio. Finalmente il contingente degli irredenti fu imbarcato e piano piano incominciò il lungo viaggio di ritorno.

La navigazione via Suez durava dai trentacinque ai quaranta giorni e a bordo delle navi si faceva di tutto, compreso cantare per scacciare la malinconia. Gli irredenti cantavano le solite canzoni triestine quali La bora, Caligo, Ciola, ciola Bepi, I stornei... Poi furono “invitati” a cantare anche canzoni patriottiche quali O sole mio, Addio mia bella addio, Inno alla Guerra o Inno di Mameli. Queste ultime erano meno sentite e venivano cantate più per convenienza che per sentimento.

Finalmente arrivarono in vista della Sicilia, ma mentre Angelo stava ammirando gli alberi di mandarini, un sommergibile tedesco lanciò un siluro contro la loro imbarcazione. Il comandante, con una manovra velocissima, riuscì a mettere la nave di prua evitando così il siluro che passò a pochi metri. La guerra non era ancora terminata. Passato lo Stretto di Messina, finalmente sbarcarono a Napoli. Era l’autunno del 1918. Portati in una caserma allestita apposta per i prigionieri, tutti volevano ritornare subito a casa, ma fu detto loro che non potevano farlo, perché la guerra non era ancora definitivamente conclusa e nelle loro terre tutto era distrutto. Angelo entrò nello sconforto più nero: ormai disperava di trovare la moglie e le figlie ancora vive. Non aveva più notizie di loro da quattro anni.

I prigionieri furono caricati su un treno e trasportati a Torino, in un centro di “accoglienza” per prigionieri ex austriaci. Angelo fu costretto a restare in città a “purgarsi” politicamente. Gli irredenti, infatti, al ritorno dalla Russia venivano trattenuti in campi appositamente allestiti perché fossero rieducati dal punto di vista politico. Fra le autorità di fede monarchica si era diffuso il timore che in loro fossero attecchite le “idee bolsceviche” per essere rimasti tanto a lungo in contatto con elementi rivoluzionari russi. Angelo dovette subire diversi interrogatori che le autorità politiche ritennero necessari rischiando, se trovato “positivo”, di essere mandato nei campi di rieducazione nell’isola di Lipari, in Sardegna, al Forte Procolo o a Trieste-Prosecco. Senza attendere che la Commissione d’inchiesta gli desse l’attestato formale di buona condotta, Angelo fuggì. Con mezzi di fortuna arrivò a Turriaco a guerra ormai finita: era il febbraio del 1919.

Arrivato a casa, trovò la moglie Giovanna e le figlie Caterina e Maria, già grandi e, soprattutto,  vive. Le bambine non conoscevano il loro padre, tanto che la sera Caterina disse a sua sorella: “Maria, chi xe quel’omo che al va a durmir cu la mama?” (Maria, chi è quell’uomo che va a dormire con la mamma?).

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