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Viaggio in Cile

Turismo
04 settembre 2013

Ai confini del mondo

di Claudio Pizzin
La navigazione lungo i fiordi sul Pacifico, i reperti della Cueva del Milodon, gli antichi Moai dell’Isola di Pasqua: un viaggio da fiaba, in luoghi leggendari dove l’uomo resta in soggezione.
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Il massiccio di Torres del Paine riflesso nel lago (ph. C. Pizzin)
Turismo
04 settembre 2013 di Claudio Pizzin Image

La maestosa semplicità delle pareti in legno della chiesa costruita in onore di San Francisco rappresenta meglio di ogni cosa l’essenza del Cile: dalle sue meraviglie naturali alla genuinità della popolazione. Siamo all’interno della principale delle cento chiese colorate in legno della straordinaria isola di Chiloè, dichiarata patrimonio dell’umanità. Eretta dall’italiano Eduardo Provasoli un centinaio di anni fa, come tutte le altre chiese dell’isola anche questa è realizzata esclusivamente con legname (compresi gli oggetti di culto, gli infissi, il coro spettacolare e perfino i chiodi), eccezion fatta per le grandi vetrate, attraverso cui la luce solare regala ai fedeli suggestive sfumature di colore.

La tranquillità del luogo aiuta a riprenderci dopo la fatica del viaggio del giorno prima: quattordici ore e mezza di bus da Santiago fi no a Puerto Montt, luogo d’imbarco per i traghetti diretti a Chiloé. Usciti dalla chiesa facciamo ritorno alla cittadina di Castro, attraversando i folcloristici mercatini artigianali.

L’indomani partiamo alla volta di Ancud, all’estremità settentrionale dell’isola. Ci attende la visita alla Pinguinera e, all’ora di pranzo, la degustazione del piatto tipico locale: il Curanto. Frutti di mare accompagnati da carne di pollo o di maiale, insaporiti con foglie di rabarbaro e mescolati in un brodo che inizialmente osserviamo con sospetto, salvo poi restarne conquistati dal suo straordinario sapore.

Il ritorno a Puerto Montt è solo momentaneo. Il giorno seguente ci aspetta infatti un’altra nave: l’Evangelistas.

Un’imbarcazione mercantile adattata al trasporto anche dei turisti, che fa la spola due volte alla settimana con Puerto Natales. Il viaggio dura tre giorni, nei quali i passeggeri devono adattarsi ad una permanenza a bordo priva di comfort. Io e mia moglie ci ritroviamo in cabina assieme a un turista romano: nello spazio a disposizione ci stanno a malapena i due letti a castello, così la notte dormiamo sempre con la porta aperta.

Piccoli disagi che vengono ampiamente ricompensati dalla visione di paesaggi unici regalati dai fiordi che si affacciano maestosi a picco sull’Oceano Pacifico, come il Fiordo Iceberg, ultima propaggine del ghiacciaio Tempanos. Per non parlare degli spettacoli che, quotidianamente, il cielo ci regala all’alba e al tramonto.

È invece pieno giorno mentre mi trovo sul ponte della nave in un attimo di relax. L’avviso d’altoparlante giunge improvviso: “Balena a dritta”. È un attimo. Mentre con gli occhi cerco di non perderla di vista, provo a recuperare il più rapidamente possibile la macchina fotografica. Click. Sullo schermo digitale resta solo lo spruzzo prima dell’immersione, ma nella mia testa l’immagine del cetaceo resterà indelebile.

Così come indelebili sono rimaste per secoli le tracce di esseri viventi all’interno della Cueva del Milodon, un’enorme caverna risalente a più di 5.000 anni fa, che incontriamo sulla strada che porta al Parco Nazionale Torres del Paine, a 24 chilometri da Puerto Natales. Il suo nome è legato al ritrovamento, nel 1896, dei resti di un bradipo terrestre gigante, denominato Mylodon: un erbivoro di grandi dimensioni che si estinse probabilmente alla fine del Pleistocene.

Il parco di Torres del Paine venne invece creato nel 1959. Addentrandoci lungo strade sterrate, incontriamo prima i Guanaco, animali simili ai lama, e poi in lontananza i meravigliosi fenicotteri rosa. Ma a farci perdere il fiato sono i riflessi delle guglie del Massiccio del Paine sulle placide acque di uno dei tanti laghi del parco: una visione incantevole immaginata fi no a prima solo nelle favole.

Dopo la meritata notte di riposo, l’indomani ci attende un infinito viaggio di 950 chilometri tra andata e ritorno, con destinazione Argentina: il ghiacciaio del Perito Moreno. Sul furgoncino che sfreccia per ore in mezzo all’isolamento totale della Pampa siamo in una decina di persone. Mentre vedo scorrere sterminate distese di steppa, con qualche ranch distante l’uno dall’altro alcune ore di automobile, un pensiero si insinua: “Se dovessimo avere un problema in questi luoghi sperduti, cosa ne sarebbe di noi?”.

Finalmente giungiamo a El Calafate, da dove inizia l’escursione verso il ghiacciaio, da cui dista una settantina di chilometri. Ma già a metà strada, il panorama diventa semplicemente straordinario. Siamo arrivati al Mirador e davanti ai nostri occhi lo spettacolo è unico.

Come la navigazione del sottostante Lago Argentino. La popolazione locale, infatti, definisce il Perito Moreno “il ghiacciaio che parla”, a causa dei grossi blocchi di ghiaccio che si staccano dalle sue pareti. Come quello che cade a pochi metri dalla nostra nave, provocando onde potenti che l’abile timoniere dell’imbarcazione attutisce affrontandole “di taglio”. Un po’ di paura, ma lo spettacolo di vedere l’imponente ghiacciaio così da vicino resterà un’esperienza indimenticabile.

Dopo il ritorno a Puerto Natales, l’indomani raggiungiamo il punto di partenza di molte spedizioni in Antartide: Punta Arenas. Località di transito per un nuovo ingresso nei confini argentini, verso Usuhaia: la città alla fine del mondo. Questa volta viaggiamo su un bus di linea e, in mezzo al nulla, i timori dei giorni precedenti diventano realtà. Guasto al motore, tutti a terra. Mentre il secondo autista prova a riparare la vettura e la preoccupazione inizia a farsi largo tra tutti i passeggeri, un altro autobus di linea e alcune auto di passaggio si fermano a verificare la situazione.

Per fortuna l’autista in seconda si dimostra ottimo meccanico e il nostro viaggio può riprendere. Attorno a noi il vento sferza freddo e vigoroso, come dimostrano le strane forme degli alberi modellati dalla sua forza: per fortuna che siamo nella Terra del Fuoco…

Arriviamo a Usuhaia e prenotiamo subito l’escursione del giorno seguente all’Isola Martillo. Visitarne la Pinguinera mette i brividi: centinaia di pinguini si muovono attorno a noi, regalandoci emozioni mai provate prima. Si lasciano fotografare da vicino, quasi divertiti. Attenzione però a non calpestarli per sbaglio: il loro becco lascerebbe infatti un ricordo molto doloroso…

L’indomani è sempre Usuhaia il punto di partenza, ma questa volta la destinazione sono i boschi del Parco Nazionale della Tierra del Fuego, da raggiungere sulle carrozze del “Tren de la fi n del mundo”. Un tragitto che nel secolo scorso veniva percorso dai galeotti costretti a tagliare gli alberi in mezzo alla foresta. Dal finestrino ammiriamo cavalli bellissimi correre liberamente: l’ennesimo spettacolo.

Il terzo ritorno a Usuhaia ci conduce in un locale speciale: l’Estancia di un cuoco di origine italiana, dove mangiamo un Asado superlativo e veniamo accolti dalle feste del proprietario. Che diventano tripudio quando, al bancone, scopriamo che il cassiere ha sangue friulano nelle vene: il padre era originario di Pordenone. Sono i loro sorrisi che ci accompagnano nel rientro in bus a Punta Arenas prima (dove visitiamo il Cimitero Monumentale, unico nel suo genere in tutto il Sud America) , e nel volo fi no a Santiago poi. La prima tappa nella capitale è il Santuario dell’Immacolata Concezione, sito su una collina a 870 metri sul livello del mare, da dove è possibile ammirare tutta la città.

Scrutati dalla maestosa statua della Madonna, decidiamo di tornare verso il centro a piedi. Lungo il tragitto visitiamo mercatini e negozi, fino ad addentrarci nel Mercado Central. Qui il vociare di pescivendoli e fruttivendoli ci accompagna tra i locali al cui interno è possibile degustare del buon pesce e dell’ottima birra cilena a prezzi convenienti. Dopo il pranzo, il vociare della gente ci sembra più forte. Da un ristorantino vediamo le immagini trasmesse in tv. È il 13 marzo: in Cile e primo pomeriggio, ma nel collegamento con Roma si vede chiaramente che è sera inoltrata.

Appare il nuovo Papa appena eletto: attorno a noi tutti fanno festa. Essere in Cile al momento dell’elezione del primo Pontefice sudamericano sembra quasi un segno del destino.

La nostra camminata per Santiago prosegue per Plaza de Armas fino alla Moneda, la residenza del Presidente della Repubblica. Stanchi, ma felici, torniamo all’ostello.

Il giorno seguente ci rechiamo a Valparaiso e a Viña del Mar, dove visitiamo quella che fu la residenza di Pablo Neruda e affrontiamo un suggestivo viaggio in funicolare con vista dall’alto di Valparaiso.

Il giorno seguente, dopo quattro ore di volo da Santiago, atterriamo con l’aereo all’Aereoporto Mataveri, sull’Isola di Pasqua. Troviamo ospitalità presso un camping-ostello gestito da una giovane ragazza; qui affittiamo due mountain bike. L’indomani, per raggiungere l’area del vulcano Ranu Kau, carichiamo sul cassone del track le nostre bici. Una volta raggiunta la sommità del Rano Kau, visitiamo il villaggio cerimoniale di Orongo e scrutiamo da un precipizio il cratere del vulcano: luoghi incantevoli per scattare foto. Decidiamo quindi di rientrare alla base: per fortuna la strada è tutta in discesa e, lungo il tragitto, scrutiamo già i primi Moai. Nulla in confronto a ciò che ammireremo nei giorni successivi.

Nel frattempo facciamo la conoscenza di Hapa Tita, esperta di piante per la cura del diabete, operatrice volontaria presso il locale ospedale. Stringiamo subito amicizia e lei si offre di farci da guida in diversi luoghi. Quello che ci toglie il fiato per l’immensa bellezza è Rano Raraku, dove i 397 Moai presenti offrono uno spettacolo unico al mondo. Da qui proseguiamo fino a Ahu Tongariki, con il famoso gruppo di quindici Moai rivolti verso l’interno, dove una mandria di cavalli ci regala un rarissimo incontro ravvicinato. L’ultima tappa della giornata è la splendida spiaggia di Anakena, dove, sotto un sole splendente, ci immergiamo in un bagno indimenticabile.

Prima di lasciare quest’isola paradisiaca, il cui 40% del territorio è riconosciuto Patrimonio dell’Umanità, accettiamo l’invito di Hapa Tita a visitare l’ospedale. La sera veniamo coinvolti in uno spettacolo folcloristico locale: ci sentiamo stanchi, ma felici. L’indomani prenderemo l’aereo per Santiago e, successivamente, quello per l’Italia. Con la consapevolezza di aver vissuto un’esperienza irripetibile. Come la bellezza incontaminata di questi luoghi.

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