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Pot Miru – Via di Pace

Turismo
06 settembre 2013

«Ivi s’acqueta l’alma sbigottita»

a cura della Redazione
A quasi un secolo dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, un suggestivo progetto turistico-culturale metterà in comunicazione i luoghi simbolo del conflitto, fra Friuli Venezia Giulia e Slovenia.
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Il Monumento ai Caduti sul Monte Calvario a Gorizia (ph. Enrico Sverzut)
Turismo
06 settembre 2013 della Redazione

Nel 2012 la Provincia di Gorizia e la Fondazione Poti miru hanno vinto un bando Interreg Italia-Slovenia con la continuazione del progetto POTI MIRU lungo tutto il fronte dell’Isonzo, sia in Italia sia in Slovenia, fino al Monte Ermada in provincia di Trieste.

L’Alta Valle dell’Isonzo

Nel corso del 2007 la Fondazione Poti miru – Vie di pace di Kobarid ha messo in collegamento, tramite il circuito chiamato “Il Sentiero della pace”, i musei all’aperto, i resti più importanti ed i monumenti commemorativi del Fronte isontino nell’Alto Isonzo. L’escursione lungo i circa 100 chilometri del Sentiero della pace, o lungo solo un suo tratto, offre al visitatore un momento di svago attivo in una natura bella, tranquilla e incontaminata, contrassegnata dal fiume Isonzo, da medie e alte montagne, greggi di pecore e capre, malghe aperte durante l’estate, oltre che dalla storia della Prima Guerra Mondiale. Il sentiero prende avvio a Log pod Mangartom, presso l’entrata di un pozzo minerario chiamato Štoln, e termina presso il museo all’aperto a Mengore, vicino a Most na Soči. È suddiviso in cinque tratti, ognuno dei quali può essere percorso in un giorno. Si dirama passando accanto a cimiteri di guerra e cappelle, alla fortezza di Kluže, ai musei all’aperto, alla forra della Koritnica, all’alveo dell’Isonzo, a idilliche malghe alpine, alla cascata del Kozjak, agli ossari a Kobarid (Caporetto) e Tolmin (Tolmino), alla chiesa commemorativa del Santo Spirito sullo Javorca, all’alveo del fiume Tolminka.

Dalla Val Canale all’Alta Val del Torre

Il percorso inizia dalla Val Canale, a Malborghetto-Valbruna; qui, il ricordo della Grande Guerra emerge prepotente grazie ai ruderi del Forte Hensel, dal nome del generale austriaco che lo progettò all’inizio dell’Ottocento per fronteggiare le truppe di Napoleone. Rimesso in piedi per opporre resistenza all’assalto italiano nel 1915, si calcola che in tutta la Grande Guerra subì 4.500 colpi di artiglieria di grosso calibro: eppure, qualcosa sopravvive ancora e da quassù si può godere di un panorama  stupendo su tutta la valle. Una valle che il Fella ha scavato testardo, regalandole quell’aspetto che oggi appare mozzafiato, ma che allora ero uno scenario infernale costellato di trincee e linee di difesa. Come quelle dei Plans, enorme sbarramento costruito dagli italiani, articolato su postazioni coperte per fucilieri e tratti in galleria. Da qui all’Alta Val del Torre, le testimonianze del conflitto sono molte: forti (maestoso e spettrale quello del Monte Bernadia, fra Tarcento e Nimis), bunker, ex ospedali militari, gallerie, ponti, lapidi, cippi, monumenti commemorativi. Ma anche l’arte ci ha trasmesso le sue memorie: nel Gemonese, nonché a Udine e Palmanova, Mario Monicelli girò nel ‘59 il suo capolavoro La Grande Guerra, con Vittorio Gassman, Alberto Sordi e Silvana Mangano, mentre a Venzone, due anni prima, Charles Vidor aveva diretto Addio alle armi, dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway.

Dall’alto corso del Natisone e dell’Isonzo al Collio

Se da Gemona ci si sposta verso Est, fra Italia e Slovenia, il paesaggio si fa più aspro e il cielo diventa uno squarcio fra le montagne, serrato fra le gole dell’alto Natisone e, più in là, quelle dell’alto Isonzo. Proprio qui si è consumata la tragedia più nera della Prima Guerra Mondiale: la disfatta di Caporetto. È un luogo che continua a evocare fantasmi infamanti, ma di recente lo storico Paolo Gaspari (Le bugie di Caporetto. La fine della memoria dannata) ha finalmente ridato giustizia, dopo un secolo di calunnie su un’inesistente vile ritirata, ai militari italiani che oggi riposano nell’immenso Ossario cittadino, la cui visita è un obbligo morale. Combatterono con onore, contro un esercito superiore per numero, mezzi e strategia. I sopravvissuti scampati al nemico retrocedettero fino al Piave; fra loro, Ardengo Soffici, che ne La ritirata del Friuli annota le tappe forzate della sua fuga, da Cividale («Hanno camminato ore e ore per venire qui a cercare ordini... Alcuni di loro che conoscono qualcuno di noi ci hanno descritto quello che hanno visto; ci hanno fatto capire la gravità di quello che sta accadendo lassù. Il nemico avanza da tutte le parti, le posizioni più forti non reggono. Il Matajur, il Kolovrat... tutto cade, non si sa dove si potranno fermare... È terribile. Terribile!») a Conegliano. I meno fortunati, invece, furono fatti prigionieri; è il caso del grande Carlo Emilio Gadda, di stanza fra Grimacco e Clodig, che nel suo Diario di guerra per l’anno 1917 racconta ‘in diretta’ il precipitare degli eventi:

«25 ottobre 1917. Lasciammo la linea dopo averla vigilata e mantenuta il 25 ottobre 1917 dopo le tre, essendo venuto l’ordine di ritirata. Portammo con noi tutte le quattro mitragliatrici, dal Krašjj all’Isonzo (tra Ternova e Caporetto), a prezzo di estrema fatica. All’Isonzo, mentre invano cercavamo di passarlo, fummo fatti prigionieri - La fi la di soldati sulla strada d’oltre Isonzo: li credo rinforzi italiani. Sono tedeschi! Gli orrori spirituali della giornata (artiglierie abbandonate, mitragliatrici fracassate ecc.). Io guastai le mie due armi [...]- 26 ottobre: marcia notturna e diurna per luoghi ignoti. I maltrattamenti: nessun cibo ci è dato. [...] La tragica fine».

Il vicino complesso montuoso del Kolovrat, oggi, è uno spettacolo della natura; nella Grande Guerra era invece la terza linea di difesa dell’esercito italiano. Che proprio qui vide cadere la sua prima vittima: Riccardo di Giusto. Un cippo solitario presso il passo Solarie ne perpetua la memoria.

Superato il massiccio, l’Isonzo si apre magnifico ai nostri occhi: protagonista di undici battaglie lungo tutto il suo corso, è il simbolo dell’intero conflitto. A Kanal ob Soči, in località Plave, ritroviamo il ponte citato da Hemingway in Addio alle armi; pochi chilometri più a Sud, lo scenario della Brda slovena e del Collio italiano lasciano senza fiato. In questo paradiso terrestre, con le sue gloriose viti aggrappate ad alture dolcissime, nulla sembra ricordare la tragedia; eppure, a pochi passi da qui svetta il Monte Sabotino, la cui presa costò decine di migliaia di vittime. 609 metri d’altezza e decine di caverne, gallerie, trincee, osservatori, postazioni per cannoni e tre piramidi poste nei punti di partenza degli assalti italiani: oggi tutto questo si chiama Parco della Pace.

Da Gorizia al Carso: CARSO 2014+

Le memorie del ‘15-18 nel Goriziano sono in ogni angolo, dal Monte Calvario, dove Clemente Rebora compose le sue poesie più straordinarie e Scipio Slataper perse la vita (una croce lo ricorda ai piedi della collina), a Nova Gorica, passando per il Museo della Guerra di Salcano. Si scende quindi nell’enorme area monumentale che da Vrtojba si estende fi no a Komen, all’ombra del monastero medievale di Kostanjevica in cui riposano gli ultimi Borbone di Francia: un susseguirsi di ossari, cimiteri militari, monumenti tombali di tutte le nazionalità. Appena al di là del confine, si sviluppa il museo all’aperto del Carso goriziano chiamato CARSO 2014+, che collega Cotici, il Monte San Michele, San Martino del Carso al Vallone, la piana di Doberdò e il sacrario di Redipuglia, in un ideale circuito di scoperta della memoria e del territorio. Qui i versi di Giuseppe Ungaretti risuonano ancora: «D’improvviso / è alto / sulle macerie / il limpido / stupore / dell’immensità // E l’uomo / curvato / sull’acqua / sorpresa / dal sole / si rinviene / un’ombra // cullata e / piano / franta». Gli rispondono, scolpiti su una caverna-cappella a Lokvica, usata come nascondiglio dai soldati italiani, i versi del sonetto CXXIX di Francesco Petrarca: «Ivi s’acqueta / l’alma sbigottita». Parole che allora suonavano come una preghiera: cento anni dopo, è nostro compito mantenerle vive.

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