Imoney tab white
Utilizziamo i cookie per offrirti la miglior esperienza possibile sul nostro sito Web.
Quando utilizzi il nostro sito Web, accetti che vengano trasmessi cookie sul tuo dispositivo. Ulteriori informazioni

L'anzianità come risorsa

L'analisi
15 dicembre 2010

Invecchiare dopo la crisi

di Paolo Marizza
Lavoro, pensioni e risparmio per una generazione in crescita. Come i lavoratori più anziani possono risultare una risorsa preziosa per lo sviluppo.
CONDIVIDI
807
L'analisi
15 dicembre 2010 di Paolo Marizza Image

Di fronte all’esigenza di finanziare debiti e deficit pubblici record nella storia economica molti governi hanno messo mano ai meccanismi che determinano la spesa pensionistica: dall’allungamento dell’età pensionabile all’indicizzazione all’aspettativa di vita. Anche in Italia si sono introdotti provvedimenti che vanno dall’adeguamento alle norme UE per le donne, all’aggancio della pensione alle aspettative di vita, alle finestre scorrevoli di uscita. La problematica della sostenibilità dei sistemi pensionistici è all’attenzione di tutti i governi: è una questione che impatta direttamente la configurazione del modello sociale e dei sistemi di welfare, come dimostrano le comprensibili manifestazioni di piazza in diverse nazioni vicine. Le valutazioni su tali provvedimenti si rifanno a due principali criteri: l’efficienza fiscale e l’equità intergenerazionale. A seconda delle prospettive si guarda al bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Posizioni demagogiche non vedono nemmeno il mezzo, enfatizzando il vuoto o il pieno. C’è infatti chi considera il nostro sistema ormai in equilibrio strutturale e chi paventa scenari di povertà e di sperequazione. Ovviamente la verità sta nel mezzo. Sta nel mezzo perché i trend socio demografici di lungo periodo si evolvono lentamente e sono poco visibili nelle loro manifestazioni nel breve.

Nei prossimi 20 anni (50 se vogliamo spingerci oltre) tutte le popolazioni del mondo vedranno un incremento dell’età media, con una più marcata crescita per quelle dei paesi emergenti. Ciò è dovuto a due trend strutturali: l’aumento della longevità e la diminuzione del tasso di natalità. Nei Paesi sviluppati il baby boom degli anni 50-60 vede ora quelle generazioni entrare nella terza età, invertendo il tradizionale rapporto di dipendenza tra “giovani” e “vecchi” (nel 2020 circa un terzo della popolazione sarà costituita da over 65). Ma oltre questi trend quantitativi si verificano cambiamenti qualitativi altrettanto importanti: l’allungamento della vita, gli anni in più sono per lo più vissuti “in salute”, ovvero i fenomeni di disabilità si verificano più in là nel tempo. Gli anni di vita in salute aumentano di più dell’allungamento della vita stessa. Se solo due generazioni fa si consideravano anziani i 65enni, oggi la linea si pone tra i 75 e gli 80.

Il cambiamento nella struttura delle popolazioni pone diverse sfide. Si suppone che la crescita economica rallenti, la produttività diminuisca, la popolazione attiva si contragga. I sistemi pensionistici e più in generale di welfare soffrono a causa del restringimento della forza lavoro e dell’incremento dei pensionati e degli assistiti mentre diminuiscono le risorse disponibili per finanziarli. Si stima che il lavoratore medio vivrà con una pensione pari al 50-60% dell’ultima retribuzione. Tuttavia queste tendenze si basano sull’assunzione della loro ineluttabilità e sulle rigidità dei modelli sociali sottesi. In Italia ed in Europa le recenti modifiche nelle politiche e nelle normative hanno l’obiettivo di superare tali rigidità.

Il passaggio dai cosiddetti sistemi pensionistici pubblici a prestazione definita a quelli a contribuzione definita, accanto all’introduzione di sistemi integrativi su base volontaria e privatistica hanno avuto e avranno l’effetto di spostare l’onere delle scelte previdenziali dallo Stato all’individuo. In questo passaggio il singolo viene lasciato troppo solo, in presenza di asimmetrie informative, di una crescente complessità dell’offerta dei prodotti previdenziali, di turbolenza dei mercati finanziari. È opinione largamente condivisa che le carenze di educazione finanziaria e di consapevolezza sul funzionamento dei sistemi pensionistici rappresentano uno dei fattori critici per l’effettuazione di adeguate scelte di risparmio e previdenziali. Ad esempio non tutti sanno che le cosiddette pensioni di “scorta” conseguibili accedendo alla previdenza complementare (vantaggi fiscali e contributivi connessi, ecc.) possono integrare con un 15-20% il tasso di sostituzione del 50-60% sopra ricordato. Tutto ciò avviene nel mezzo di una crisi finanziaria epocale in cui la rendita pensionistica sarà largamente funzione delle aspettative sull’andamento delle curve dei tassi di interesse al momento del pensionamento. Considerazioni macroeconomiche suggeriscono che le società più giovani, che hanno una significativa incidenza della popolazione attiva, tendono ad accumulare ed a costruire le risorse per la vecchiaia, mentre quelle più “vecchie” utilizzano le risorse precedentemente accumulate. In quest’ultimo caso si parla di “decumulazione della ricchezza”. Ciò sembra ovvio, ma meno ovvie sono le possibili conseguenze sui mercati finanziari. Per semplicità si può dire che quando il “decumulo” prevale sull’“accumulo”, l’offerta di attività reali e finanziarie è maggiore della domanda e ciò genera un loro deprezzamento e per tal via un tendenziale aumento del livello generale dei tassi di interesse e dei rendimenti a lungo temine. Ad esempio la vendita di titoli (obbligazioni, azioni, ecc.) ne abbassa il valore con implicito aumento del rendimento a parità di tassi nominali. Così nel medio lungo periodo nei Paesi meno giovani si assisterebbe ad una crescita dei tassi con conseguente riduzione della rendita pensionistica, mentre nei paesi più giovani avverrebbe il contrario.

Quale di queste dinamiche prevarrà è difficile da dire. Le dinamiche dei mercati sono infatti soggette a fattori diversi, in particolare quelle di breve periodo. Ad esempio attualmente sembra prevalere la tendenza a risparmiare di più pur in presenza di politiche monetarie espansive che portano i tassi di rendimento reale  a livelli prossimi allo zero o negativi. I tassi bassi che dovrebbero stimolare la ripresa dei consumi possono invece aumentare la propensione al risparmio precauzionale, in vista di un futuro non roseo. Alcune recenti ricerche evidenziano altresì che, anche in Italia, in presenza di un restringimento della componente pensionistica pubblica, si manifesta una tendenza a risparmiare investendo però per lo più in attività reali (immobili) anziché in attività finanziarie. La bontà di tali scelte allocative individuali è tutta da verificare alla luce dei trend di lungo periodo sopra delineati. Quanto sopra sta ad indicare che una riforma pensionistica non può lasciare soli gli individui di fronte alle proprie scelte di risparmio previdenziale. Gli Stati dovrebbero prevedere meccanismi di incentivazione e di assicurazione che mettano gli individui al riparo dalle turbolenze dei mercati al momento del pensionamento.

Le prospettive demografiche dell’Italia sono peggiori rispetto ad altri paesi anche considerando i flussi migratori. Secondo stime della Banca Mondiale nel 2020 in Italia ci potrebbe essere circa un milione di potenziali lavoratori in meno. Come sopra accennato, se si riduce la popolazione attiva (con il 62,5 % il nostro Paese si pone tra i più bassi nell’ambito dei Paesi sviluppati), potrebbero mancare le risorse previste per finanziare il sistema pensionistico. Quindi, l’Italia parte svantaggiata rispetto a paesi più giovani.  Ma ulteriori interventi restrittivi del sistema pensionistico pubblico non sembrerebbero percorribili né efficaci.

Si tratta di agire sugli altri fattori alla base della crescita economica di lungo periodo.

Una considerazione finale su quest’ultimo punto. Invecchiare lavorando è una prospettiva che è stata scoraggiata nel tentativo di favorire l’occupazione giovanile. L’esperienza è fallita, anche in Italia. Invecchiare lavorando non deve spaventare. Anzi la rivalutazione dei lavoratori più anziani può costituire una risorsa per lo sviluppo. Le aziende vedono invecchiare i propri lavoratori come risultato dell’invecchiamento generale della società e per effetto degli incentivi a lavorare più a lungo. Quasi tutte le aziende non riconoscono questi cambiamenti e si troveranno impreparate. Impreparate su due fronti: il fronte aziendale interno che richiede di adeguare le politiche di formazione, i percorsi di carriera ed i ruoli del personale “anziano” per valorizzarne abilità ed esperienze; il fronte del mercato, in cui gli “anziani” ed i lavoratori “anziani” costituiranno la generazione lavorativa più consistente, una generazione che non è povera e che genererà una quota consistente dei consumi di beni e servizi.

Commenti (0)
Comment