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Lara Ciarabellini

Società
22 settembre 2017

Immagini e memorie

di Margherita Reguitti
Nella sua Grado trova la serenità da cui nascono le idee. È a quel punto che parte per realizzarle. Dalla Bosnia al Brasile, le sue fotografie narrano storie ed emozioni di popoli e paesi
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Lara Ciarabellini in Bosnia
Società
22 settembre 2017 di Margherita Reguitti Image

Ci sono voluti molti mesi per incontrare la fotografa documentarista Lara Ciarabellini e volontà adeguata per creare l’occasione della chiacchierata alla quale state per partecipare. Una volontà forte, scaturita dall’aver avuto fra le mani per caso le fotografie del volume “Somnambulism”. Lavori affascinanti per intensità di tema, magnetici per perizia tecnica e assoluto nitore di impostazione, pervasi da suggerite emozioni che a ogni sguardo crescono e mutano.

Lara Ciarabellini, gradese cresciuta nell’isontino, è una viaggiatrice in cerca di memorie collettive, di stratificazioni di eventi, di culture e di popoli. I paesaggi o le singole persone catturati e fissati nei lavori sono la sintesi colta in concretezza di luoghi e esseri, intrisi di un’energia più grande e complessa, che va oltre l’immagine nel processo di concettualizzazione.

Lara, come è nato il suo linguaggio fotografico?

«Dallo studio: non sono autodidatta. Dopo la laurea in Economia nel 2000 ho trovato lavoro a Roma. Nel tempo libero ho iniziato a fotografare; per me, senza velleità. Mi rilassava farlo. Avevo buon occhio, soprattutto per ritrarre la gente, soggetti che mi attraevano più dei panorami».

Quando ha deciso di dedicarsi totalmente alla fotografia?

«Alcuni anni dopo; ho lasciato il lavoro e mi sono trasferita in Bosnia, a Sarajevo. Mi sono iscritta a un master biennale di fotogiornalismo e fotografia documentaria all’Università delle Arti di Londra. Dal 2011 al 2013 ho fotografato paesaggi, molti in notturna. Da questo progetto è nato il libro “Somnambulism”, pubblicato dell’editore tedesco Kehrer».

Qual è il significato evocativo del titolo scelto?

«Da una parte il mio vivere di notte, visto che le fotografie sono quasi tutte scattate al buio, ma anche la mancanza di un padre che sta alla base di questo disturbo del sonno. Un padre che Kusturica in un suo film ha sviluppato nella metafora della scomparsa di Tito, fondatore e padre della Jugoslavia. Il volume, che propone anche autori e poeti, è suddiviso in capitoli. Il primo “Sonnambulismo” ha come protagonisti paesaggi notturni: una fissità di realtà che è ciò che rimane della storia, dopo i cambiamenti sociali e culturali, dopo la distruzione delle guerre. Sono immagini che definirei dei capolinea di cose accadute. Nel capitolo “Amnesia” gli scatti documentano ciò che la guerra degli anni ‘90 del secolo scorso ha distrutto fisicamente ma anche moralmente: il massacro del vicino, del fratello. Un passato, oggi presente della Siria, per il quale è stato ricostruito materialmente ma non psicologicamente. Nel capitolo “Coscienza” viene concettualizzato il processo di rimozione, dopo aver dimenticato il passato per far posto a un presente alquanto incerto. Nell’ultima parte ritorna la metafora del sonnambulismo in forma di luoghi con la presenza di un uomo che li attraversa avvolto nella nebbia. Un finale aperto del racconto che rimanda all’incertezza di scelte che la nazione bosniaca deve ancora intraprendere».

Come nasce la sua fotografia?

«I miei lavori sono ragionati ma non costruiti. Prima di scattare mi documento in modo approfondito per capire perché le cose accadono in un luogo piuttosto che altrove. Arrivo allo scatto dopo aver cercato di entrare nella storia delle persone e dei luoghi. Quindi lascio andare il cervello per dare spazio al sentimento in un moto liberatorio della mente».

Ci faccia un esempio.

«Ho realizzato un lavoro sull’Atterro do Flamengo, un grande parco a Rio de Janeiro, vicino a casa mia. Un paradiso tropicale dove la gente vive, si diverte, si incontra. Prima di decidere un piano di lavoro ho fatto molte ricerche sulla nascita del parco, chi lo ha disegnato, la varietà di flora e di piante. Ho osservato le persone che lo frequentano e gli edifici costruiti all’interno. Durante le Olimpiadi ho fatto dei lavori pubblicati su riviste italiane e internazionali dedicati agli sport amatoriali come il badminton, il surf e la maratona in mare. Ho fatto ricerche sulle singole discipline, ma ho anche studiato come il paesaggio di Rio ha accolto i Giochi. Sportweek ha scelto una mia foto proprio per una copertina sulle Olimpiadi».

Perché ha scelto di vivere a Rio?

«Rio, come Sarajevo e Gerusalemme, ha un’energia potente che scaturisce dalla natura, dall’incrocio di razze e dalla stratificazione di culture. Certo non è una metropoli tranquilla, anzi la violenza è ovunque; bisogna sempre stare attenti eavere precauzioni. Io vivo nella zona coloniale dove, fino alla fondazione di Brasilia, c’era il palazzo del governo».

Ha lavorato nelle favelas?

«Certo, in varie occasioni, realizzando un lavoro dedicato alla scuola di meditazione di Rogerio Barros che accoglie i bambini de Morro (le montagne dove sorgono le favelas e creano l’orografia di Rio, n.d.r.). Lì i piccoli imparano a non reagire alla provocazione e alla violenza che incontrano ogni giorno. Intenso è stato il contatto con il progetto “Para ti”, creato da Franco Urani, dirigente della Fiat in Brasile che trasformò parte della sua villa, al confine fra zona ricca e favela, in una scuola. Progetto oggi portato avanti dalla figlia. O ancora incontrando la realtà di una squadra di badminton, creata da un professore di ginnastica che ha fatto di ragazze e ragazzi di strada dei campioni nazionali under 15, con il sogno nel 2020 di partecipare alle olimpiadi di Tokio».

Cosa rappresenta per lei tornare a Grado?

«È la mia terra, il mio mare. Quando torno è l’olfatto il senso che mi dà l’emozione più forte, facendomi sentire a casa. Quell’odore di marinasso (“duto ‘l gno sangue ‘l sa de marinasso”, scriveva Biagio Marin in “Anema mia”, n.d.r.), mi dàla coscienza di essere nel posto da dove sono partita. È il luogo dove mi rilasso, riposo, metto in ordine le mie idee e il mio lavoro. Qui trovo la calma e la pace in famiglia, qui nascono le idee. Poi riparto per realizzarle».

 

Lara Ciarabellini, gradese di nascita, dopo la laurea in Economia e Commercio ha scelto di fare la fotografa documentarista seguendo percorsi didattici in Italia e conseguendo il Master degree in Photojournalism and Documentary Photography, alla London College of Communication, University of Arts. Il suo progetto “Somnambulism” ha ricevuto molti riconoscimenti internazionali. è stato premiato alla Biennale Fodar di Fotografia umanistica del 2015 e al Central European House of Photography Portfolio Reviews nel 2014. Come volume è stato presentato alla manifestazione “Vicino Lontano. Premio Terzani” di Udine nel 2016. Sue fotografie sono state pubblicate da riviste come Financial Time, Internazionale e Sportweek, e sono state esposte in importanti gallerie europee. è rappresentata da Anzenberger Agency - http://www.laraciarabellini.com/about.

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