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Mosé dei faraoni

L'autore della porta accanto
12 novembre 2010

Luigi Cosmi

di Andrea Doncovio
Avrebbe potuto realizzare campagne pubblicitarie ma ha scelto di fare lo psicologo. Poi ha riscoperto la storia di Mosé. E studiandola ha svelato fatti straordinari. Che ha raccontato in un libro destinato a divenire best seller.
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Luigi Cosmi in una fase della stesura del libro, all'interno dello studio della sua casa di Rivignano.
L'autore della porta accanto
12 novembre 2010 di Andrea Doncovio Image

Uno psicologo che ripercorre la storia di Mosè: iniziamo mettendo un po’ di ordine...

«La passione per Mosè nacque quando avevo sì e no quindici anni. Mi capitò per puro caso di leggere dei versetti della Bibbia che mi sconvolsero».

Quali?

«Il testo riportava un oscuro episodio secondo cui Dio aveva mosso contro Mosè con l’intenzione di farlo morire. Non riuscivo a capacitarmene, non trovavo alcuna accettabile spiegazione ad un evento del genere. Il tutto, per giunta, cozzava con il concetto di Dio che mi era stato insegnato a catechismo. Da allora sono passati molti anni, più di trentacinque, durante i quali ho studiato appassionatamente la vicenda di Mosè».

Religione ma non solo...

«Parallelamente, si è sviluppata in me l’esigenza di saperne di più a proposito dell’antico Egitto. Nel corso del tempo, ho individuato così tante corrispondenze fra la narrazione biblica e la storia dell’antico Egitto, da giungere al pieno convincimento che il racconto riguardante Mosè non è mera leggenda ma costituisce la memoria fedele di fatti storicamente accaduti».

Cosa ha provato scrivendo questo libro?

«Prevalentemente tensione. Sapevo fin dall’inizio che l’argomento era complesso e proprio per questo mi proponevo di renderlo accessibile al maggior numero di lettori. Avevo molto da dire e dovevo dirlo nel giusto modo. Ma non sapevo quale. Raggiungere quel modo è stato, per me, una vera ed emozionante conquista. Avvenuta dopo un lunghissimo travaglio».

Cosa intende?

«Ad un certo punto ho acquisito la piena consapevolezza di aver maturato il mio personale stile espositivo. Finalmente potevo dire di essere davvero me stesso nello scrivere».

Quanto tempo ha impiegato per completare l’opera?

«Ci sono voluti circa tre anni di intenso lavoro, ma tenga presente che il libro pubblicato è soltanto l’ultima versione dell’opera, quella che finalmente mi ha soddisfatto dopo vari precedenti tentativi. Si tratta perciò di un libro dalla lunga gestazione e profondamente meditato».

Qual è stata la prima persona che l’ha letto?

«La prima persona che ha letto ogni mia singola pagina, da sempre, con una dedizione che non potrò mai ringraziare abbastanza, è stata mia moglie. Insegnante di lettere, mi è stata di grande aiuto nelle frequenti revisioni. Confesso che talvolta la sua meticolosità mi irritava ma dopo, quando riconsideravo a freddo i suoi suggerimenti, dovevo ammettere che aveva ragione lei».

E i lettori successivi?

«Prima di mettermi alla ricerca di un editore, avevo chiesto ad una ventina di conoscenti la cortesia di leggere Mosè dei faraoni e di farmi sapere le loro impressioni. Un commento in particolare è stato maggiormente significativo. Due delle persone interpellate l’hanno espresso quasi con le stesse parole, all’insaputa l’una dell’altra. Hanno detto: “In ogni pagina mi sono sentito rispettato come lettore”. Conosco bene queste due persone: una è credente, l’altra agnostica».

Dall’opera all’autore: in quali momenti della giornata si dedica alla scrittura?

«Preferisco le ore del mattino e quelle notturne, ma ho imparato a cogliere il tempo quando si presenta. Devo infatti conciliare lo scrivere con gli impegni del mio lavoro di psicologo e con le mille incombenze del quotidiano, della famiglia. Per mia grande fortuna, mia moglie ha preso su di sé molte di queste incombenze. Ha sempre cercato di agevolarmi affinchè io potessi dedicare quanto più tempo possibile alla scrittura, ben sapendo che così venivano sacrificate tante occasioni di uscita e di divertimento. Io le sono infinitamente riconoscente anche per questo».

Dalla scrittura alla lettura: da piccolo amava leggere?

«Sì, molto. Fra i regali di compleanno o di Natale che gradivo di più c’erano i libri. Durante gli anni della scuola media e poi del liceo leggevo tre o quattro libri al mese, senza trascurare lo studio scolastico. Mi intrigava la fortunata coincidenza che per un tema in classe o per una ricerca, calzavano a pennello proprio i libri che avevo letto più di recente. I miei genitori, mio padre soprattutto, non mi hanno mai negato l’acquisto di libri. Né mi hanno mai imposto di leggere. Credo che il loro atteggiamento di “neutrale supporto” mi sia stato prezioso. L’ho preso come esempio ed ho tenuto lo stesso atteggiamento nei confronti delle mie figlie».

C’è uno scrittore a cui si ispira?

«Preferisco ricercare un mio modo di comunicare attraverso la scrittura. L’energia che alimenta questa ricerca – piuttosto ardua e che prosegue continuamente – è un’ autocritica severissima».

Oltre alla scrittura quali sono le sue passioni?

«La musica e la fotografia tradizionale in bianco e nero. Considero la musica come la più alta delle arti. Ascolto svariati generi, ma la classica è quella che preferisco, soprattutto gli autori del ‘700. La fotografia è una passione trasmessami da mio padre, che era regista. Mi regalò la mia prima vera macchina fotografica, una reflex di gran marca, al mio diciottesimo compleanno. Ne fui entusiasta e da allora non ho mai smesso di fotografare».

La sua è una storia di migrazioni: verso l’estero e di nuovo in Italia. Ce la racconta?

«Sono figlio di emigranti. Mio padre era di Rivignano. Mia madre veneta. Verso la metà degli anni cinquanta, per la penuria di lavoro, mio padre emigrò in Venezuela. Avevo un anno e mezzo quando egli riuscì a ricongiungere il nucleo familiare. A Caracas ho frequentato l’intero percorso di studi italiano, dalla prima elementare all’ultimo anno di liceo scientifico. Poi è arrivato il momento di iscrivermi all’università e mi sono trasferito in Italia. Quello è stato un periodo molto travagliato. Troppi cambiamenti in un colpo solo. Andai avanti indietro fra Venezuela e Italia un paio di volte. Ebbi occasione di lavorare per due anni in un’importante agenzia di pubblicità a Caracas. Andò molto bene, ma ad un certo punto sentii che dovevo prendere una decisione definitiva: o Venezuela o Italia. Non fu per niente facile, ma alla fine optai per l’Italia. Da allora non sono più tornato laggiù. Ne serbo un ricordo bellissimo ma nessuna nostalgia. Mi manca ogni tanto il mare tropicale e le splendide immersioni che facevo. Però sto bene qui, in Italia, nel Friuli, proprio a Rivignano, dove la storia della mia famiglia ha avuto inizio».

Dal Friuli è partito, in Friuli è ritornato. Tre aggettivi per descrivere la nostra terra.

«Vera, serena, luminosa. Vera perché l’ambiente naturale, come i vari paesi e borghi dove amo girare in bicicletta, mi danno il senso dell’autentico. Serena perché mi trasmette un senso di pace, una sorta di “sospensione nel tempo”. Luminosa perché il sole abbagliante e il cielo terso e azzurrissimo che spesso vedo qui, mi ricordano il cielo e il sole del Venezuela, e i suoi vividi colori, veramente una gioia per gli occhi».

Gioco nel tempo: ritornasse a quando aveva 20 anni tenterebbe la carriera da scrittore professionista?

«M’immagino di salire sulla macchina del tempo. Aziono una leva e subito mi ritrovo davanti a me stesso quando avevo vent’anni. È, proprio quello, il momento nel quale dovevo fare la mia difficile scelta. Pongo di aver parlato a lungo al me stesso di allora, raccontandogli tutta la mia vita successiva, senza nulla tacere né a proposito delle gioie, né dei mutevoli e protratti motivi di sofferenza. Poi, tutto ad un tratto, un lampo mi riporta di nuovo qui, al presente. Ecco, mi guardo attorno e vedo che nulla è cambiato. Che cosa vogliamo dedurne?».

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