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Matteo Albonetti

Cultura e Spettacolo
12 gennaio 2018

Un romagnolo tra i bisiachi

di Alberto V. Spanghero
Il suo è uno dei pochi diari rinvenuti di soldati sul fronte della Prima guerra mondiale. Testimonianza cruda e reale di una delle più grandi tragedie della storia contemporanea
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Monfalcone, giugno 1915. Bersaglieri italiani in postazione (ph. A. Spanghero)
Cultura e Spettacolo
12 gennaio 2018 di Alberto V. Spanghero Image

Potrebbe risultare operazione difficile e forse inutile il fatto che la Storia, a cent’anni dalla fine della Grande Guerra, si faccia ancora comprendere dalla massa della gente e che la memoria stia arrancando faticosamente con il disperato tentativo di diventare un momento da tutti accettato e condiviso. Queste considerazioni, seppur discutibili nel loro complesso, presentano il proprio conto derivante dalla melensa retorica utilizzata dal fascismo del mito della vittoria. Non si può non riconoscere che una propaganda del genere non possa aver influenzato la formazione delle idee, deformando palesemente le coscienze di un intero popolo.

Il risultato è stato fi n troppo evidente: i vent’anni di regime fascista più altri trenta di storia della Repubblica hanno sicuramente contribuito a livello celebrativo, scolastico, culturale a far apparire gran parte della storia di quegli anni sotto un’ottica eroica, infarcita da una politica patriottarda risorgimentale. Storia riconducibile soltanto alle mitiche imprese dei vari Baracca, Toti, Cadorna, Diaz, Rizzo, D’Annunzio, di cui tutto si sa. Mentre sulle storie di milioni di fanti, quelli sì eroi, che combatterono una guerra che non volevano e sono caduti per la patria senza capirne il perché, fu steso il velo pietoso del Milite Ignoto. Di loro poco e niente si sa. Storie di anonimi contadini, pastori, braccianti, operai e di giovani illusi, sono rimaste sepolte nell’oblio per un secolo, ignorate dalla “Grande Storia”, tanto che ancora oggi fanno fatica a parlarci.

Ciò che può attirare l’attenzione è il fatto che spesso i sopravvissuti di quell’immane massacro siano stati indotti a rifugiarsi nel silenzio. Solo una minoranza, nei loro scritti, lettere o diari che fossero, hanno raccontato una mezza verità, quasi volessero cancellare quella parte della loro vita.

La verità di questo atteggiamento, secondo noi, va ricercata almeno in un paio di motivi. Il primo è quello della censura militare, da cui il povero soldato, una volta scoperto, veniva accusato di disfattismo e punito duramente.

Secondo motivo: non bisogna ignorare il fatto che allora la maggior parte dei soldati erano analfabeti e che per  loro era impossibile comunicare. In terzo luogo, venivano quelli che sapevano a malapena scrivere, ai quali però mancavano gli “strumenti linguistici” necessari per tradurre in parole tutto l’orrore cui erano costretti ad assistere. Infine veniva tutta la propaganda postbellica prima e fascista poi a inibire quel poco di verità che ancora era rimasto. La stampa ufficiale piena di retorica, il cinema, i discorsi e i proclami, le scritte sui monumenti e sui sacrari, tutti inneggiavano al sacro suolo, alla vittoria, agli eroi caduti, alle madri, ai fi gli e ai mutilati: erano lo specchio che rifletteva la politica di quei tempi. Dimenticando nello stesso tempo i morti di serie B, quelli fucilati solo per una parola di troppo o per aver imprecato contro la guerra o, come per un certo Ruffini, fucilato perché aveva salutato il generale Luigi Cadorna senza togliersi il sigaro di bocca.

Dal 2015 alla Camera dei deputati giace un disegno di legge per la riabilitazione di soldati fucilati, come quelli di Santa Maria la Longa e di Cercivento (vedi “Prima dell’alba” di Paolo Malagutti). Sono tragedie di piccoli uomini che non sono riuscite a intrecciarsi con la storia del nostro Paese per il semplice fatto che evocavano liberamente gli strazi della battaglia e i silenzi della morte. Quante volte al giorno nella più nera disperazione hanno maledetto la guerra, i generali che li mandavano a morire: per loro c’era solo il silenzio, la cieca obbedienza e non potevano né gridarlo, né dirlo, né tanto meno scriverlo, ma solo pensarlo nel silenzio della propria mente.

Quando il senso innato della sopravvivenza aveva la meglio sugli orrori della battaglia e sulla paura della morte e i soldati rinnegavano i valori militari e lo spirito dell’obbedienza, entravano in funzione i sistemi repressivi militari. Dalle fonti statistiche possiamo osservare che dal 24 maggio 1915 al 3 novembre 1918 i procedimenti penali a carico dei soldati italiani furono complessivamente 262.481, di cui 170.064 conclusi con una condanna.

Nell’Esercito austriaco le fucilazioni sono state un decimo di quelle italiane. I reati più comuni erano la diserzione, ribellione, autolesionismo, indisciplina, resa o sbandamento, codardia, abbandono del posto di combattimento, mancata difesa, ammutinamento, rivolta e saccheggio. A completare il quadro dell’orrore arrivavano le decimazioni e le mitragliatrici “amiche” che sparavano alle spalle della truppe italiane per spingere all’assalto i soldati più riottosi.

La diserzione in presenza del nemico, o diserzione con passaggio al nemico, erano reati che prevedevano la pena di morte. Pena che venne comminata in 1.000 casi circa, di cui soltanto 750 effettivamente eseguite nel corso dell’intero conflitto. Altre 3.000 condanne a morte furono inflitte in contumacia a soldati per essere passati volontariamente al nemico, graziati però dopo la guerra nel 1919 dall’intervento dell’amnistia per i disertori, decretata dal Governo Nitti. Da tutte queste considerazioni relative all’organizzazione burocratico-militare italiana nella Grande Guerra traspare evidente la sciatteria di un esercito, quello italiano, che era lo specchio di un paese arretrato. Erwin Rommel, quando era generale dell’Afrika Korps, ebbe a dire a proposito dell’Esercito Italiano: “Gli italiani sono ottimi soldati comandati da mediocri ufficiali e pessimi generali”.

Argomento delle mie ultime ricerche sono state le lettere, le cartoline e i diari scritti dai soldati al fronte. Le lettere raccolte ammontano ad oltre un centinaio, mentre, per quanto riguarda i diari, sono riuscito ad averne al momento soltanto sei, di cui uno scritto da una donna di Turriaco fuggiasca in Carinzia, assieme a quattro figli (“La casa di Bice” pubblicato nel 2015). Ultimo diario rinvenuto in ordine di tempo, al quale ho inteso prestare particolare attenzione è quello del caporale Matteo Albonetti, classe 1893, inquadrato nel 1° Reg.to - 1° Bat. Re - 12 Comp. Bersaglieri ciclisti. Nella Prima Battaglia dell’Isonzo, scatenata da Cadorna dal 23 giugno al 7 luglio 1915, Matteo riuscì a sopravvivere a due assalti alla baionetta. Battaglia che si concluse con la perdita per l’Italia di 42.000 uomini tra morti e feriti, mentre l’Austria ne perdette meno di 20.000.

Una premessa. Leggendo attentamente il diario, tra le righe e cercando di captare ciò che non dice, si possono fare alcune osservazioni. La prima riguarda lo stile in cui Matteo descrive gli avvenimenti senza mai lamentarsi o imprecare contro qualcosa o qualcuno. La seconda è suggerita dal modo espressivo che risulta dotato di buoni “strumenti linguistici”, con ampio uso di termini ricercati, derivanti da un’istruzione che potremmo definire per quei tempi superiore. Un’ultima considerazione: la brevità dello scritto, che va dal 5 giugno al 22 settembre 1915, non permette al lettore di farsi un’idea esaustiva della complessità delle operazioni. Si evince però che Matteo Albonetti fu sicuramente un soldato esemplare sia nelle idee sia nel comportamento, ligio al dovere, obbediente e fedele ai valori della patria.

Altri quattro quaderni sono andati perduti nella Seconda guerra mondiale. Del diario in nostro possesso citiamo solo alcune parti, adattando il testo originale alla brevità dello spazio concesso e rimanendo nel contempo fedeli nella sostanza. Una precisazione s’impone. I soldati in trincea scrivevano le lettere, le cartoline e i diari normalmente a matita. Con la penna e l’inchiostro lo potevano fare solo se si trovavano in zone lontane dal fronte.

Il 5 giugno 1915 Matteo Albonetti parte in treno da Napoli, sede del Reggimento. Dopo quattro giorni di viaggio, pieni di incognite e contrattempi, la sera del 7 giugno scende a San Vito al Torre, dove gli viene consegnata una bicicletta da bersagliere. La corsa di avvicinamento al fronte riprende in “macchina”, così Matteo chiamava la bicicletta, attraversando i paesi di Codroipo, Rivolto, Palmanova, Visco e Tapogliano.

L’11 giugno si ferma con la propria compagnia a Villesse per accantonarsi, dove rimane dal 15 al 27 giugno. Come scrive il nipote Andrea, il dramma dei “Fassinars” fu causato da un ufficiale italiano, un certo maggiore Cittarella, che aveva fatto fucilare per spionaggio sei abitanti del paese, poi dopo la guerra in sede processuale risultati innocenti. Quando suo nonno – racconta Andrea – arrivò in paese, il crimine era già avvenuto ed egli era all’oscuro di tutto. Rimase sorpreso però da come la gente lo guardava con diffidenza. Infatti nel suo diario scrive: ... giro da una parte all’altra del paese, ma ovunque nulla trovo di quello sperato, senonché facce scure, sguardi sospettosi, il che mi fa capire come essi poco ci amino. E sono italiani! Sono persone per le quali noi soldati di tutta le città d’Italia siamo qua per difendere i loro campi, le loro case, le quali pochi giorni addietro, come del resto anche oggi, possono da un minuto all’altro cadere in mano nemica.

Queste poche righe ci dicono che Matteo era già stato catechizzato dalla propaganda di quel periodo. È sufficiente pensare che Matteo in quel momento si trovava quindi in territorio ex austriaco e che loro non erano i liberatori, ma gli invasori. Il 28 giugno, dopo aver passato Ruda, a Villa Vicentina Matteo attraversò l’Isonzo e fece tappa a Turriaco, entrando per la prima volta in terra Bisiaca. Percorse la “strada della morte” – così veniva chiamata la strada che collegava Turriaco al Carso – e il 4 giugno si trovò in trincea a Fogliano-Redipuglia, sulle pendici delle cosiddette quote 111 e 96. Il 5 luglio avvenne il battesimo del fuoco. Il 12 luglio scese nuovamente a Turriaco dove rimase fi no al 19. Nel diario annotò: Fogliano 14 luglio 1915. Ci mettiamo dietro ad un dosso e siamo più di 400 fucili. Una voce si fa sentire per la seconda volta e grida: “Bersaglieri alla baionetta. Savoia, Savoia, Savoia! Questo grido viene ripetuto dalla voce di 400 giovani i quali balzano in avanti ad unisono con i fucili spianati. In un batter d’occhio sono sulla trincea austriaca abbandonata. Proseguono e cacciano il nemico fino alla seconda linea. Gli austriaci contrattaccano e noi li fulminiamo. Il terreno è pieno di austriaci cadaveri. Poi l’artiglieria austriaca apre il fuoco e una granata scoppia in mezzo di una squadra dei nostri bersaglieri e di loro non rimane più nulla.

Alla fine, Matteo fa la conta dei morti. ... su quattrocento che eravamo al mattino mancano all’appello cento bersaglieri tra cui sette ufficiali. Il 6 luglio il battaglione si rintana nelle trincee fino all’11. ... il terreno avanti a noi è pieno di cadaveri di militari italiani e austriaci gonfi neri e puzzolenti.

L’operazione militare descritta da Matteo altro non è che una infinitesima parte della Prima delle Dodici battaglie dell’Isonzo. Era iniziata la mattanza di operai e contadini.

Una considerazione. Il 23 giugno il generale Cadorna lanciava la prima offensiva sull’Isonzo con l’obiettivo di conquistare Gorizia. Il fronte si dispiegava lungo il monte Podgora, poi ad est di Gradisca, Redipuglia e Monfalcone. In questo “battesimo del fuoco”, i militari italiani, privi di esperienza, furono massacrati in scontri all’arma bianca e scaraventati giù dai torrioni carsici.

Il 12 luglio Matteo Albonetti fu di nuovo a Turriaco, dove rimase in riposo fi no al 19. In quel lasso di tempo più volte andò a fare il bagno nel fiume Isonzo, tra le istruzioni sull’uso della mitragliatrice e le cannonate austriache che martellavano le postazioni. Poco disse del paese, dei suoi luoghi e della gente. Fece la conta di chi mancava, fra morti e feriti. Il 16 luglio infatti annotò: ... a Turriaco siccome è abitato da qualche donna e qualche bambino quando scoppia un grosso proiettile sono tutti impauriti. Dalle stalle giunge il muggito delle vacche e il nitrito dei cavalli terrorizzati pure essi. Chi non vede non crede e nemmeno può farsi un concetto della paura che produce lo scoppio di un grosso calibro.

Matteo Albonetti rimase a Turriaco fi no al 19 luglio del 1915. Il 20 era già a Castelnuovo sopra Sagrado. Si spostò prima a Fogliano e poi a Polazzo. Si rintanò infine il 25 luglio in una trincea del Monte Sei Busi, dove rimase fi no al 24 agosto. In quel mese, tutto sommato senza significativi attacchi sia da una parte che dall’altra, Matteo descrisse la vita di trincea tra scambi di fucileria, cannonate, barbe lunghe, terra rossa, patimenti per il caldo e soprattutto per la sete e in compagnia di milioni di pidocchi. Matteo raccontò come la guerra fosse un grande spettacolo dove si moriva in un minuto: ... questo spettacolo non è finzione teatrale. Ciò che stiamo osservando o per meglio dire rappresentiamo, chi muore, muore sul serio. Quindi non si vede l’ora di calare la tela del sipario.

Poi il ricambio. Ritornò a Turriaco, dove attraversò nuovamente l’Isonzo abbandonando per sempre la terra Bisiaca. Il 26 agosto lo troviamo a Villa San Gallo a trascorrere il suo meritato riposo. A San Gallo il riposo terminò il 3 settembre e continuò a Campolongo al Torre. Il 21 settembre 1915 il battaglione viene passato in rivista dal Ten. Gen. Grandi, il quale si congratula con noi per la nostra azione del 5 luglio.

A Campolongo Matteo rimase fi no al 22 settembre 1915. In quella data il diario finisce. Matteo Albonetti era nato a Bagnara di Romagna il 5 giugno 1893. Sposò Maria Battilega di Bagnara. La coppia ebbe sei figli. Morì nello stesso paese dov’era nato il 14 agosto 1958. Con quest’ultima notizia termina pure la nostra escursione sulla più grande tragedia della storia contemporanea dove scienza e tecnologia furono applicate per la prima volta allo sterminio su grande scala.

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