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Fintech e Piccome Medie Imprese

L'analisi
18 gennaio 2018

Correre assieme per arrivare lontano

di Paolo Marizza
Le nuove tecnologie per i servizi finanziari sono un’opportunità per le PMI. Perché oggi non è più solo il pesce grande che mangia quello piccolo, ma quello veloce che mangia quello lento
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(ph. pixabay)
L'analisi
18 gennaio 2018 di Paolo Marizza Image

Quando si parla di servizi finanziari, si pensa spesso a banche e operatori di grandi dimensioni. Quando si parla di fintech, ovvero di quegli operatori che utilizzano le nuove tecnologie per innovare i servizi finanziari, sembra di descrivere un mondo lontano dalle piccole imprese. In entrambi i casi si tratta di un errore. Perché sono proprio le piccole e medie imprese (PMI) ad avere più opportunità e, si spera, vantaggi dall’ingresso delle fintech sul mercato.

Lo affermano molte ricerche e l’evidenza empirica di quanto sta accadendo in mercati più evoluti di quello italiano. Digitale, big data, intelligenza artificiale, servizi personalizzati, struttura dei costi più snella: sono tutti elementi portati dal fintech che rappresentano un vantaggio soprattutto (ma non solo) per le PMI.

Le startup si inseriscono dove i grandi player non arrivano con facilità. I servizi finanziari alle PMI sono sempre stati in secondo piano rispetto a quelli delle grandi imprese. Per una ragione semplice: garantivano meno ritorni anche a causa di profili di rischio meno trasparenti.

Oggi l’equilibrio sta cambiando: il fintech consente di avere soluzioni su misura, abbattendo i costi di transazione e riducendo i costi del rischio, permettendo operazioni cosiddette “small ticket”, cioè anche per importi minimi.  Oggi anche le PMI e le microimprese diventano appetibili. Singolarmente contano meno, ma sono molte di più. È un po’ la teoria della “coda lunga” di internet applicata alla finanza. Dal punto di vista economico la “coda lunga” evidenzia la distribuzione della ricchezza, del fatturato, della domanda e dell’offerta in un sistema o in un mercato. Ad esempio, nel mercato dell’editoria operano diversi scrittori. Quelli più affermati si collocano nella testa della curva in quanto riescono a vendere un maggior numero di copie per titolo, quelli meno affermati o sconosciuti nella coda. Pur vendendo meno copie, gli scrittori meno affermati compongono gran parte dell’area sottostante alla curva della ricchezza/fatturato complessivi.

La diffusione di internet e delle tecnologie di comunicazione e connessione ha permesso a chiunque in qualunque momento e luogo di consultare infiniti elenchi di libri e recensioni, abbattendo i costi di distribuzione e stoccaggio, eliminando il legame tra visibilità dei prodotti/ servizi e la loro pubblicazione cartacea. Diventa cosi conveniente vendere relativamente pochi titoli di molti scrittori poco affermati rispetto a molte copie di pochi titoli. Ciò è accaduto con l’arrivo di Google, Amazon, iTunes, Spotify, Netflix e chi più ne ha più ne metta.

L’onda di questo fenomeno sta ora investendo il rapporto banca-impresa. La “long tail”, la coda lunga arriva al mondo delle imprese. Ad esempio, pur avendo dimensioni limitate, fatturati contenuti, un minor numero di lavoratori impiegati, la somma delle piccole imprese contribuisce all’occupazione e al PIL molto più di quanto faccia la grande industria. È quindi razionale destinare particolare attenzione anche alla “coda lunga” poiché quest’ultima influisce in modo determinante sull’equilibrio e sulle performance finali dell’intero settore economico.

Ma le nostre PMI non possono essere considerate la “coda lunga” del sistema economico. Esse costituiscono il “corpo” della nostra economia. Le PMI italiane rappresentano oltre il 90% delle imprese e due terzi del valore aggiunto, che è superiore di circa 10 punti percentuali rispetto al dato medio europeo, mentre l’occupazione nelle PMI italiane è di circa 13 punti percentuali superiore (78,5% contro 66% media europea).

E, fenomeno ancor più italiano, le micro imprese (fino a 10 dipendenti) costituiscono il 95% delle PMI. Affinché anche esse possano contribuire e partecipare alla ripresa economica in atto in Italia è necessario riequilibrare la loro struttura finanziaria, che dipende per circa il 90% da fonti di credito bancario prevalentemente a breve termine, per non limitare gli investimenti e le innovazioni fondamentali per recuperare efficienza, incrementare la produttività, elevare la qualità del capitale umano e affrontare al meglio la digitalizzazione.

L’avanzata delle fintech sembra dischiudere un nuovo futuro per i servizi finanziari alle PMI: capaci di rispondere con promettenti strumenti innovativi alla saturazione e ai ritardi degli intermediari tradizionali, in altri Paesi stanno sviluppandosi a ritmi esponenziali. Stiamo assistendo a una trasformazione radicale del sistema bancario e dell’ecosistema finanziario delle PMI, a fronte del fatto che risulta improrogabile assicurare una soddisfacente risposta alla palese necessità, per le PMI che puntano a investire in innovazione, di imparare a conoscere i nuovi strumenti che assicurano accessi alternativi e complementari al credito e alla gestione del rischio e di attrezzarsi per rispondere in modo adeguato a nuove modalità di valutazione e di autovalutazione, come ad esempio la social reputation, il posizionamento nella supply chain, la connessione ai mercati, che questi nuovi strumenti abilitano. I vantaggi delle fintech non si fermano tra l’altro ai loro strumenti innovativi (Peer to peer Lending, Invoice trading, Direct Lending, Equity/Lending Crowdfunding, Dynamic Discounting) ma arrivano anche ai servizi di consulenza finanziaria, ai sistemi di pagamento alternativi e alle applicazioni della blockchain.

In altri mercati l’effetto di queste innovazioni è dirompente. Ad esempio nel mercato del credito, oppure nei servizi digitali, con istituti nativi del web, privi di filiali e sportelli, o ancora nei sistemi di (micro) pagamento.

La competizione tra startup e banche non è tra buoni e cattivi, tra piccoli e grandi (anche se essere grandi ovviamente aiuta). È una questione di velocità: non è più solo il pesce grande che mangia quello piccolo, ma quello veloce che mangia quello lento. Fuor di metafora: ci sono spazi dell’ecosistema finanziario che si aprono alla competizione. E alla collaborazione. Le fintech, più agili e flessibili, possono avere il ruolo di stimolare le PMI. E le seconde, con più o meno reattività, possono raccogliere la sfida. Se il fintech sta sviluppando offerte che rendono profittevoli i servizi finanziari per le PMI, anche le banche hanno tutto l’interesse a sviluppare questi nuovi modelli di servizio.

L’effetto è duplice e può agire da moltiplicatore di vantaggi per le piccole imprese: da un lato le startup spingono per nuovi servizi verticali e spesso si impongono come imprese di successo. Dall’altro le banche tradizionali non possono più ignorarle: possono acquisirle, entrare nel loro capitale o sviluppare internamente soluzioni simili, o ancora costituire partnership per sviluppare e far evolvere i nuovi servizi abilitati delle nuove tecnologie. In ritardo, anche in Italia qualcosa sembra muoversi in tale direzione, ma correre in due, assieme, farebbe arrivare prima e più lontano.

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