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Delocalizzare? Non è la scelta giusta

L'analisi
09 gennaio 2011

PMI e territorio, uno sviluppo comune

di Paolo Marizza
La centralità delle Piccole - Medie Imprese e di una nuova finanza per un diverso ciclo di sviluppo. Legato in modo indissolubile al territorio locale.
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L'analisi
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Ignorare o sottovalutare le differenze nelle caratteristiche strutturali delle economie territoriali può condurre a politiche industriali che, basandosi su assunzioni non appropriate, falliscono nell’ottimizzare percorsi di sviluppo ed il benessere collettivo, con il risultato di aumentare le disuguaglianze. Disegnare politiche industriali efficaci è un esercizio particolarmente complesso in contesti, come quello italiano, in cui le differenze territoriali sono importanti in presenza di un tessuto economico frammentato.

In un recente articolo sostenevo che forse è maturo il tempo di introdurre delle “politiche industriali soft”, ovvero dal “basso”,  basate su approcci cooperativi in cui governi locali, industria, finanza ed organizzazioni private e pubbliche ai vari livelli possano collaborare per intervenire direttamente sulle criticità di natura industriale e finanziaria che mantengono una bassa produttività nei settori maturi o una bassa crescita in quelli innovativi. In tal modo si potrebbero costruire programmi e finanziamenti per i cluster (raggruppamenti) territoriali, migliorando l’allocazione delle risorse pubbliche, aumentando l’offerta di lavoratori qualificati, incoraggiando l’adozione di tecnologie e migliorando regolamentazione e infrastrutture. Far funzionare le “politiche industriali soft” è compito più difficile rispetto agli approcci tradizionali. Il loro successo dipende  dalla qualità del software sociale che può fare la differenza  nel rinnovare le capacità locali di rispondere ai cambiamenti e quindi la capacità innovativa e la flessibilità strategica dei sistemi territoriali. Ma su quali basi si possono riorientare le politiche economiche regionali e territoriali?

E quali sono i soggetti che possono essere i catalizzatori protagonisti di tale cambiamento di prospettiva?

Anche le economie territoriali hanno un loro ciclo di vita. Le politiche di sviluppo regionale dovrebbero riconoscere, come si fa per le singole imprese, lo stadio del ciclo di vita prevalente delle filiere produttive e dei cluster industriali territoriali onde coglierne le caratteristiche ed i bisogni specifici. Infatti è cogliendo tali caratteristiche che si possono meglio tarare pacchetti di stimolo e rilancio. I cicli di vita delle economie territoriali si sviluppano secondo modalità circolari : da una prima fase imprenditiva ad una seconda fase di consolidamento e specializzazione, per poi passare ad una terza fase imprenditiva e quindi di maturità. Queste quattro fasi si differenziano in particolare per le modalità di diffusione dell’esperienza e di generazione e condivisione della conoscenza.

La prima fase è tipicamente caratterizzata dalla presenza di diversi cluster territoriali la cui varietà  e dinamica generano esternalità e ricadute positive in termini di diffusione dell’innovazione tra i diversi settori (inter industry spillovers). In sostanza l’innovazione di prodotto e di processo si diffonde attraverso l’ibridazione di idee e progettualità che danno luogo a start up e spin off. La fase successiva vede emergere alcune imprese dominanti in cui la ricerca e l’innovazione diventano più focalizzate, dando luogo ad agglomerati e filiere verticali specializzate. Le imprese più grandi internalizzano le attività innovative per appropriarsi del valore incorporato. In questo stadio si possono creare le condizioni per una nuova fase imprenditiva caratterizzata dal formarsi di produttori specializzati in mercati di nicchia tipicamente lungo le catene di fornitura e subfornitura. Sono le start up che nascono all’interno di rispettivi raggruppamenti per fornire prodotti e servizi sofisticati e personalizzati.

La quarta fase è un momento di consolidamento e routinizzazione per sfruttare appieno l’esperienza e le economie di scala e di processo accumulate. È una fase in cui l’innovazione è di tipo incrementale ed è orientata all’aumento della produttività. Usualmente non è in grado di gettare le fondamenta per nuove piattaforme di business competitive e sostenibili. L’esperienza ed il know how accumulato devono essere integrati e rivitalizzati con l’innesto di nuove tecnologie (di prodotto/processo/organizzative) per iniziare un nuovo ciclo di vita. L’opinione di chi scrive, supportata da un’estesa letteratura al riguardo,  è che la maggior parte delle nostre Piccole Medie Imprese e quindi dei relativi territori si collochino tra il terzo e quarto stadio del ciclo di vita sopra indicato.

Su scala locale sono presenti numerose strozzature che possono impedire lo sviluppo o la rivitalizzazione di circoli virtuosi di crescita. Molte imprese ed agglomerati industriali sono posizionati nello stadio di maturità e necessitano di accesso a nuove tecnologie per fertilizzare il know how esistente (ad esempio nel tessile nuove tecnologie per produrre tessuti per l’industria aerospaziale). Un altro raggruppamento, tipicamente posizionato nella terza fase imprenditiva, deve ricercare dimensioni di soglia minima per competere nei mercati internazionali attraverso processi di aggregazione orizzontale e con la messa in rete del capitale sociale e degli asset intangibili su cui aveva fondato il proprio successo (ad esempio, nei settori dell’automazione industriale, nell’automazione degli edifici, nella meccanica di precisione) e la cui condivisione può far superare l’eccessiva frammentazione e le minacce di marginalizzazione nell’economia globale. Altre imprese, minoritarie, stanno affrontando le sfide della prima fase di sviluppo: sono le start up che esplorano nuove tecnologie e nuovi mercati con formule imprenditoriali innovative.

Lo sviluppo di nuove aree di vantaggio comparato o semplicemente  la rivitalizzazione degli agglomerati esistenti possono essere perseguiti incentivando integrazioni orizzontali, la condivisione di asset lungo la catena logistica, produttiva e commerciale ed il superamento di modalità di coordinamento interaziendale che ne limitano lo sviluppo e la crescita. In questo contesto politiche industriali che non tengano in debito conto le specifiche caratteristiche dei cluster territoriali nei rispettivi cicli di vita e che influenzano la recettività e condizionano l’efficacia degli interventi  (politiche per promuovere l’innovazione, la concorrenza, l’attrazione di investimenti, il commercio internazionale, ecc.) risultano essere armi spuntate, in quanto non efficaci a sviluppare i settori e le filiere dove c’è un vantaggio comparato e le relative ricadute in termini di esternalità positive per il territorio.

All’avvento della crisi, le nostre imprese stavano compiendo il massimo sforzo per rilanciare i propri percorsi di crescita. Nei primi anni di questo decennio l’imprenditorialità italiana ha investito di più in ricerca e sviluppo ed in molti casi ha saputo valorizzare le proprie specializzazioni riqualificando la propria offerta verso i mercati ad alta crescita. Vari agglomerati industriali sono riusciti a trasformarsi, inserendosi nelle catene globali di fornitura valorizzando le concentrazioni di capitale umano nel territorio.

Nel 2007 c’erano quindi aziende di successo accanto ad altre che si stavano rilanciando ed altre che sopravvivevano.

La crisi ha inferto un duro colpo a questi processi, cogliendo molte imprese, in particolare le piccole, in mezzo al guado con problemi di dimensione, di bassa innovazione e di bassa patrimonializzazione. Malgrado ciò, esse sono e rimangono centrali per generare nuovi cicli di sviluppo sostenibile: rappresentano il corpo dell’economia italiana, una stragrande maggioranza che risulta “minoranza” in quanto sottorappresentata  nella sedi che contano. In questo contesto si possono lasciar sole le piccole medie imprese davanti a scelte che disegneranno il nostro futuro, non solo quello economico? A breve le PMI dovranno affrontare il redde rationem della loro sostenibilità finanziaria, ricercando nuovi e più avanzati equilibri della loro struttura patrimoniale. Molte di esse sono attanagliate da un eccessivo peso del debito che si riflette in scarsa patrimonializzazione. Non è solo un problema di struttura finanziaria. La solidità patrimoniale non è un valore in sè, ma è strumentale per muoversi e “saltare” da uno stadio di sviluppo all’altro. È anche un problema culturale e di responsabilità sociale. Rafforzare il capitale delle imprese ad esempio non è solo funzionale  al rilancio di specifici investimenti: è essenziale per garantire la sostenibilità di piani di medio periodo e per la stabilità del sistema finanziario. Una nuova cultura e struttura della finanza d’impresa sono anch’esse centrali per impostare nuove politiche industriali. Un eccessivo peso dell’intermediazione bancaria via debito non è del resto compatibile con i requisiti imposti dall’accordo Basilea 3, nè si può chiedere alle Banche di esercitare funzioni di supplenza nell’allocazione a livello sistema di risorse per lo sviluppo che competono ad altri soggetti e tantomeno di generare da sole strumenti appetibili per investitori istituzionali e privati (dai fondi pensione alle assicurazioni al private equity).

L’esigenza di politiche industriali differenziate su base regionale/territoriale suggerisce che gli interventi di policy siano disegnati in base alle specificità ed al posizionamento degli agglomerati industriali lungo il ciclo di vita. Ciò implicherebbe che tali politiche vengano disegnate con e da chi opera e conosce approfonditamente i sistemi locali piuttosto che da entità sovra regionali. La rinnovata centralità delle PMI ha bisogno di nuove visioni  e di politiche di sviluppo industriale e territoriale che si servano di meccanismi organizzativi dotati di flessibilità ed elevata capacità progettuale, in grado di svolgere un ruolo di interfaccia tra sistemi ed imprese locali da un lato e centri di competenza ed ambienti esterni, sia pubblici che privati, dall’altro. È questo un aspetto rilevante che richiede di far evolvere il modo di interagire tra operatori, le politiche e gli strumenti di intervento nel territorio. Nel momento in cui si apre una stagione di nuova consapevolezza dei fabbisogni finanziari delle imprese, con massicci stanziamenti e disponibilità di risorse pubbliche e private destinate a rafforzare il capitale di rischio, si rende più evidente la necessità di sviluppare nuove modalità di analisi, valutazione e selezione degli investimenti e di costruire nuovi meccanismi di allocazione delle risorse. In particolare risulta essenziale lo sviluppo di nuovi approcci collaborativi tra PMI, sistema degli intermediari finanziari nella sfera privata e pubblica, agenzie per lo sviluppo del territorio, corpi associativi, per ridurre le asimmetrie informative e le opacità che caratterizzano la finanza delle aziende ed i criteri di valutazione e comportamenti delle Banche e degli altri attori coinvolti. In diverse realtà provinciali italiane questi processi stanno prendendo corpo grazie ad una marcata sensibilità dei corpi associativi locali, in particolare di alcune Associazioni Industriali che hanno colto la sfida della nuova centralità.

 

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