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Il Progetto Carso 2014+

Turismo
08 novembre 2013

Gli itinerari della Memoria

a cura della redazione
Il Monte San Michele, San Martino del Carso, le Cannoniere del Brestovec e il Parco Giuseppe Ungaretti. Qui gallerie, trincee e monumenti sembrano ancora parlarci: questo è il loro racconto.
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Trincea presso il monte Brestovec
Turismo
08 novembre 2013 della redazione

La Grande Guerra sul fronte dell’Isonzo (1915-1917)

In Un altro mare, capolavoro di Claudio Magris, si legge un appunto formidabile: fra i muri dello Staastgymnasium di Gorizia, antenato dell’attuale Liceo classico di viale XX settembre, capitava che un professore sloveno insegnasse in tedesco il francese ad alunni italiani.

E non c’è forse descrizione migliore del crogiolo italo-sloveno-tedesco che il capoluogo isontino – ma in fondo tutto l’Impero austroungarico di cui la Venezia Giulia era parte - fu capace di conservare per secoli. Fino a quando il vento degli opposti nazionalismi, che aveva cominciato a sollevarsi nell’Ottocento per poi spirare con furia omicida negli ultimi anni della Belle Époque, ruppe questo delicato equilibrio facendo precipitare il mondo intero nella più spaventosa delle guerre viste fi no ad allora.

Oggi, in un’Europa senza più frontiere, tornare ai tempi del miracolo raccontato in Un altro mare non è soltanto possibile, ma doveroso. Il progetto CARSO 2014+, ideato e condotto dalla Provincia di Gorizia, è un passo importante in questa direzione: un grande museo all’aperto che collega, sull’altopiano Carsico, i luoghi simbolo della Grande Guerra, come il Monte San Michele, la piana di Doberdò, con la riserva naturale dei laghi di Doberdò e Pietrarossa, e la zona sacra di Redipuglia con il Colle Sant’Elia. L’Isonzo, l’ormai abbattuto confine, i resti di trincee, gallerie, camminamenti sono le testimonianze fi siche del conflitto, che però non troverebbero una chiave di lettura senza la memoria immateriale della guerra, rimasta nel vissuto collettivo delle persone. E lo scopo di CARSO 2014+ è proprio quello di rammentare e ammonire riguardo la sofferenza, il sacrificio e la morte di milioni di giovani uomini, appartenenti a oltre venti nazionalità diverse, ma anche riguardo il dolore della popolazione civile.

A partire dal famigerato 28 luglio 1914, quando l’Austria-Ungheria aprì le ostilità dichiarando guerra alla Serbia. Il 23 maggio del 1915 fu invece l’Italia a dichiarare guerra all’impero Austro-ungarico, inaugurando così un nuovo fronte di 90 km, dal monte Rambon all’Adriatico: il cosiddetto “fronte dell’Isonzo”, lungo il quale, in 29 mesi di combattimenti (maggio 1915 - ottobre 1917), i due contendenti si fronteggiarono in 12 terribili battaglie. Fino al momento più drammatico per l’Italia: la disfatta di Caporetto, il 24 ottobre 1917.

Il Monte San Michele – La zona sacra

Il punto di partenza del museo all’aperto CARSO 2014+ è il Monte San Michele, il più alto del Carso Goriziano. Giuseppe Ungaretti iniziò proprio qui la sua esperienza di guerra, precisamente dalla Cima Quattro, dove il 22 dicembre 1915 scrisse Lindoro di deserto:

«Dondolo di ali in fumo / mozza il silenzio degli occhi / Col vento si spopola il corallo / di una sete di baci / Allibisco all’alba / Mi si travasa la vita / in un ghirigoro di nostalgie / Ora specchio i punti di mondo / che avevo compagni / E fiuto l’orientamento / Sino alla morte in balia del viaggio / Abbiamo le soste di sonno / Il sole spegne il pianto / Mi copro di un tiepido manto / di lindoro / Da questa terrazza di desolazione / in braccio mi sporgo / al buon tempo».

Un’atmosfera ancora rarefatta e malinconica, spazzata via in una sola notte dall’esperienza trasfigurata in Veglia, composta il giorno dopo:

«Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore // Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita».

Ai piedi della balconata del San Michele, dalla quale i soldati austro-ungheresi dominavano la valle dell’Isonzo e tenevano sotto controllo la città di Gorizia, si trovava la prima linea italiana sulla quale i reparti austro-ungarici liberarono i gas mortali all’alba del 29 giugno 1916. Finché, nell’agosto del 1916, le truppe italiane conquistarono il Monte e la poco distante Gorizia, inespugnabile testa di ponte austriaca. Dal Monte Kuk al San Michele, passando per il capoluogo isontino, un anno di conflitto per la conquista di pochissimi chilometri era costato 275.500 morti.

Oggi, il Museo all’aperto del Monte San Michele propone un suggestivo itinerario tra storia e natura. Grazie a un percorso facile e adatto a tutti, si possono scoprire le strutture e i monumenti costruiti durante la Grande Guerra tra le quattro cime del rilievo. Delle cannoniere del Carso, la più nota è la galleria della III Armata, sotto la Cima Tre, con l’ingresso accanto al museo storico, che ricorda le prime battaglie della Grande Guerra.

È composta da tre rami comunicanti, il più lungo dei quali ha sei cannoniere.

San Martino del Carso

«Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro // Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto // Ma nel cuore / nessuna croce manca // È il mio cuore / il paese più straziato».

La potenza impareggiabile dei versi di Ungaretti ha stampato nella memoria di generazioni di studenti un nome: San Martino del Carso. Nella piccola frazione di

Sagrado, oggi immersa nella tranquillità della natura, era di stanza il 46° reggimento ungherese della città di Szeged. Nelle prime due offensive italiane, il reggimento perse oltre 2.300 uomini sul totale di 2.700, mentre San Martino fu completamente distrutta dai bombardamenti.

In quel teatro di morte rimase in piedi uno scheletrico gelso, quasi un crocifisso senza Cristo: divenne un simbolo e per le truppe italiane quel luogo sarebbe diventato il Valloncello dell’Albero Isolato, il punto esatto in cui Ungaretti fissò sulla pagina le immagini strazianti di San Martino del Carso. Ora che l’orrore è solo una eco lontana, camminare nel Valloncello significa immergersi in un tempio dell’arte universale: impossibile non posare il proprio sguardo sulle pietre, nell’immaginaria ricerca di quella su cui il poeta compose uno dei testi sacri della nostra letteratura, oggi impresso su una lapide all’ingresso del paese. Qui si trova anche un museo privato della Grande Guerra, mentre le indicazioni per il cimitero civile conducono al Cippo del 4° Honved, la truppa ungherese che scrisse pagine di eroismo in un’assurda guerra di trincea per conquistare poche centinaia di metri. La scoperta dei resti e delle testimonianze della Grande Guerra prosegue lungo via Piantella, la strada che riporta verso Sagrado.

Dopo 1,5 chilometri da San Martino si incrocia la cosiddetta “Area delle Battaglie” dove è possibile fermarsi e scoprire la Trincea delle frasche, il Cippo della Brigata Sassari e il Cippo a Filippo Corridoni, il sindacalista di cui Ungaretti scrive che «non è rimasto neppure tanto», neppure un brandello di corpo sul quale piangere: resta allora solo il monumento, che si staglia bianchissimo nella sua sinistra imponenza.

Le cannoniere del Brestovec

Nel cuore del Carso isontino si erge il monte Brestovec. Questa cima, alta poco più di 200 metri e affacciata sul Vallone che taglia in due l’altopiano carsico, non venne mai coinvolta direttamente nei combattimenti.

Inizialmente fu un punto di osservazione e controllo dell’esercito austro-ungarico e, dopo la vittoria nella Sesta Battaglia dell’Isonzo, si trasformò in una linea trincerata italiana collegata alle altre linee di difesa della piana di Doberdò. Dopo quasi un secolo, le testimonianze che si possono osservare sono ancora notevoli e sono state valorizzate dal recente intervento del Comune di Savogna d’Isonzo. In questo caso non sono state semplicemente recuperate le strutture militari, ma si è voluto costruire un vero e proprio percorso storico-didattico mirato a una riflessione critica sulla guerra, sulla pace e sulla vita dei soldati al fronte.

Il Parco Ungaretti

Un’idea simile sta alla base della creazione, pochi anni fa, del Parco Giuseppe Ungaretti presso la settecentesca villa Della Torre di Valsassina - Hoffer - Hohenlohe, in località Castelnuovo di Sagrado. Le colline digradanti coperte di olivi, le viti che risalgono ordinate, i cipressi che si alternano agli alberi da frutto: non sembra possibile che questo angolo di paradiso fosse, un secolo fa, uno scenario apocalittico. Dalla Torre di legno, situata a ridosso dell’antico muro di contenimento del giardino, si domina la pianura sottostante scorrendo con gli occhi i versi del poeta impressi sul vetro; altre poesie sono fissate su una serie di blocchi di pietra carsica presso il cosiddetto Recinto Sacro, e altre ancora su una grande lastra di ottone dentro il labirintico Sacrario formato da pali di legno grezzo.

Poesie che conservano, anche dopo infinite riletture, «quel nulla d’inesauribile segreto»: un segreto che, dopo quasi un secolo, ci affascina ancora mentre puntiamo il nostro sguardo sui luoghi che la Grande Guerra ha violato, ma non è riuscita ad annientare.

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