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Franco Giordani

Cultura e Spettacolo
14 marzo 2018

Sentieri scomparsi

di Michele Tomaselli
Da una sua idea nacque lo spettacolo “Due uomini di parola”, assieme a Corona e Maieron. Ora il cantautore di Claut viaggia con le proprie gambe, come dimostra il nuovo cd
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Franco Giordani in concerto (ph. Riccardo Bostiancich)
Cultura e Spettacolo
14 marzo 2018 di Michele Tomaselli Image

Ogni montagna racchiude storie, speranze, emozioni e bellezze. Lo sa bene Franco Giordani: strumentista di grande esperienza, originario di Claut in Valcellina, che con la sua sensibilità ci racconta in musica questa vallata bagnata dal torrente Cellina e dal lago di Barcis. Effetti sonori di grande intensità nella meraviglia di borgate con le case in sasso e ampi ballatoi in legno, là dove si può godere del silenzio della natura più intatta.

Nell’album dell’esordio Incuintretimp (2015), in cui veste i panni del cantautore con tredici brani originali e ben strutturati, ci racconta di una montagna che non è quella delle cartoline, anzi piuttosto un microcosmo ove ogni piccola cosa è vissuta con intensità e grande sentimento e che rifiorisce come la terra di acque e dei poeti. Basta citare Federico Tavan, Giuseppe Malattia e Mauro Corona, valcellinesi doc, da cui il talentuoso Giordani trae ispirazione per altri e fruttuosi progetti musicali.

Lo scorso novembre la collana Block Nota ha pubblicato il suo secondo album: Truòisparìs, che contiene quattordici nuovi brani scritti in dialetti con varianti linguistiche influenzate dalle vicine valli del bellunese e del cadorino, foto storiche e d’autore, e un racconto inedito dell’amico Mauro Corona. Nel nuovo cd Franco ha messo tutto sé stesso per raccogliere le storie dimenticate della sua gente e riportare alla luce vicende come il disastro del Vajont. Argomenti poi trasformati in musica con le melodie della sua chitarra, del mandolino di Massimo Gatti, già collaboratore di Fabrizio De Andrè, del banjo di Icaro Gatti e della batteria di Elvis Fior. Nel suo percorso è stata fondamentale l’amicizia e la collaborazione con il cantautore Luigi Maieron che lo ha portato a salire su diversi palcoscenici, tra cui quello del Teatro degli Arcimboldi di Milano in occasione del Festival Id&M, con Davide Van de Sfroos, Francesco De Gregori, Enrico Ruggeri e altri.

Franco, sei orgoglioso della tua terra e di quei saperi legati al mondo antico, ma (come canta Max Gazzè) “Una musica può fare” davvero una promozione della montagna, valorizzarla e magari invertire la tendenza allo spopolamento?

«No, la musica non può evitare lo spopolamento della montagna, ma può risvegliare l’orgoglio e la coscienza collettiva. I politici dovrebbero difendere e valorizzare i nostri paesi, ma purtroppo si ricordano della Valcellina solo al momento delle elezioni. Lo dico anche nel brano di apertura di Truòisparìs: “Se un paese si spegne non se ne accorge nessuno. Tutti parlano a vanvera, e si piange quando è troppo tardi”».

“Mi ricordo montagne verdi, e le corse di una bambina...”. Quali sono i tuoi ricordi musicali di inizio carriera legati alla Valcellina?

«Ho cominciato a suonare una pianola “Bontempi” che i miei genitori mi avevano regalato a 5 anni e da allora la musica è sempre stata al mio fianco. Sono salito per la prima volta su un palco a 13 anni con la mia band “Klautans” e ho girato tutti i paesi della Valcellina a suon di rock’n roll. Il mio percorso artistico ha cambiato direzione con l’età “matura”, quando ho cominciato a scrivere le mie canzoni, anche dopo l’incontro con Maieron. Il fatto che l’etichetta Nota Music di Valter Colle abbia già pubblicato due miei cd mi rende felice e orgoglioso».

Truòisparìs, in italiano Sentieri scomparsi. Quanto può aiutare riuscire a mantenere le tradizioni in montagna?

«Mantenere le tradizioni significa mantenere una mentalità, così come parlare una lingua significa assumere la mentalità di quella parlata. Quando mi esprimo in clautano divento più pratico, i discorsi si accorciano. Secondo me le radici sono importanti, chi difende radici e tradizioni in questi tempi dovrebbe essere considerato una specie di eroe».

Andreis, Claut, Barcis, Erto e Cimolais. Paesi dalle architetture uniche e austere punteggiano le Dolomiti Friulane e la fascia pedemontana. Sei l’ennesimo architetto prestato alle sette note o, forse, sarebbe il caso di affermare il contrario?

«Forse tanti cantautori sono architetti perché ci sono troppi architetti! Una cosa è certa: progettare è un processo creativo e quindi confina senz’altro con l’arte di fare musica».

Nel brano Revelli dell’ultimo tuo lavoro discografico descrivi la vita di Ruggero Grava: chi è?

«È la storia di un eroe sfortunato. Nacque a Claut nel 1929 e lo battezzarono con lo strano nome “Revelli”. Emigrò in Francia e si distinse subito nel campo sportivo, ottenendo molti riconoscimenti da calciatore. Fu ingaggiato da diverse squadre e con il C.O.R.T. vinse il titolo di campione di Francia. Il Grande Torino lo acquistò e purtroppo Revelli morì assieme a tutta la squadra nel disastro di Superga nel 1949. Sua sorella Odille (94 anni) mi ha chiamato dalla Francia per ringraziarmi e mi ha detto che la morte di Ruggero ha segnato indelebilmente il destino della loro famiglia, nata sotto una “cattiva stella”. Cantare “Revelli” al Festival internazionale Suns Europe al Teatro Giovanni da Udine lo scorso dicembre per me è stata una soddisfazione unica e irripetibile».

Soffermiamoci sul rapporto con la parlata della Valcellina: com’è nata l’idea di musicare le storie della tua gente?

«Truòisparìs è un atto di amore per la mia terra e parla della Valcellina attraverso i suoi artisti più importanti. Ho cominciato a scrivere in clautano da alcuni anni, scoprendo che sono più vero quando scrivo in dialetto, perché parlo di ciò che conosco bene. L’italiano è un po’ troppo sofisticato per il mio carattere, anche se sono orgoglioso di aver scritto Nel giro di uno sguardo, pubblicato sul mio primo cd Incuintretimp».

Due uomini di parola è uno spettacolo con Mauro Corona e Luigi Maieron con la presenza di Franco Giordani. Un trio niente male con una comicità surreale e spiazzante, dai ritmi veloci.

«Il primo spettacolo di Due uomini di parola lo organizzai personalmente a Bottenicco, dove abito da ormai 20 anni. Fu difficile trascinare Mauro a Moimacco, mi aiutò anche il mio amico ertano Mosè. L’unione tra il pensiero originale e anticonformista di Mauro e la poesia di Gigi emozionò tantissimo e diede il via a una serie di spettacoli che in seguito coinvolsero anche Toni Capuozzo. Abbiamo girato mezza Italia e ci siamo divertiti un sacco».

Un aneddoto su Mauro Corona?

«Ho sempre ammirato Mauro, è un uomo molto generoso. Lo ringrazierò sempre per avermi donato un racconto dedicato al musicante Bepi Manarin che è stato pubblicato nel mio Truòisparìs. Avrei tanti aneddoti divertenti da raccontare, ma ne scelgo uno “serio”. Giungemmo alla Fiera di Milano per uno spettacolo e Mauro, abituato ai silenzi dei suoi boschi, continuava a ripetere: “Io non abiterei mai in una grande città”. Passò al nostro fi anco un signore, ben vestito, che camminava sul marciapiede. Indossava pantaloni di colore arancione e scarpe a punta. Mauro lo osservò a lungo dal finestrino e poi disse: “Guarda quello, con quelle barghèsse (pantaloni). Avrà una famiglia? Dove starà andando?”».

Con Luigi Maieron c’è un grande rapporto di amicizia. A breve uscirà il suo nuovo album: a lui cosa diresti?

«Grazie Gigi per tutti i concerti, per le discussioni sulla musica e per i consigli che mi hai dato. Uno su tutti: mai accontentarsi di un testo, di una linea melodica, pretendere da sé stessi sempre il meglio dal punto di vista artistico».

Siamo arrivati alla conclusione. Puoi svelare ai nostri lettori i tuoi prossimi impegni?

«Truòisparìs mi sta regalando tantissime soddisfazioni, ho diversi contatti per futuri concerti e questo mi fa molto piacere. Chi è interessato può seguirmi su facebook e sul mio sito www.francogiordani.com. Vi ringrazio molto per lo spazio che mi avete concesso. Mandi, o meglio, detto alla clautana, Sani

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