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La trattoria "Dal Peon"

Attualità
23 marzo 2018

Una gemma nel limbo

di Alberto V. Spanghero
A Turriaco da 250 anni è attiva una delle realtà più antiche in FVG nel campo della ristorazione. Che, paradossalmente, non è ancora riuscita a ottenere il titolo di “Locale Storico”...
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La locanda Spanghero nel Settecento. Disegno di Walter Dusatti
Attualità
23 marzo 2018 di Alberto V. Spanghero Image

Ormai viene accettato quasi da tutti che il paese di Turriaco si possa definire il “Cuore della Bisiacaria” per almeno due motivi. Il primo si riferisce alla qualità della parlata del dialetto bisiàc che a Turriaco permane abitualmente in uso e che ancora viene parlato con l’antica musicalità che lo contraddistingue dagli altri dialetti veneti. La seconda considerazione potrebbe ascriversi alla vivacità della varie associazioni locali, che risultano molto attive nel campo dell’arte musicale, corale, teatrale e soprattutto in quella della produzione letteraria che, dati alla mano, risulta in proporzione al numero degli abitanti in Bisiacaria ben oltre alla media. Periodicamente nelle varie sale a disposizione si organizzano mostre, convegni e concerti musicali. Insomma Turriaco è un paese che “offre”.

Tra i fiori che compongono l’aiuola del giardino culturale turriachese ricordiamo in primis l’ultra centenario Coro Parrocchiale San Rocco che risale al 1744 e la società Filarmonica Turriachese nata nel 1870. Poi di seguito per anzianità abbiamo l’Unione Sportiva Isonzo Turriaco (U.S.I.T.) nata nel 1922, la Bocciofila nata nel 1947 e la Pro Loco costituita  nel 1964. Si può continuare, solo per citarne alcune, con la pallavolo Libertas, il tennis e il calcetto. Attivi in tutto il territorio sono il Gruppo Teatrale (1994) del Circolo Culturale e Ricreativo don Eugenio Brandl e il Gruppo dei Costumi Tradizionali Femminili Bisiachi, conosciuto in Italia e all’estero, e altre realtà associative non meno interessanti e attive.

Ma in una storia, c’è sempre un ma: il fiore che più di altri si può definire all’occhiello e vanto per la comunità, secondo il parere nostro e di molti, risulta essere, sia per il tono di colore locale che dà, sia e soprattutto per la fragranza del “profumo” che emana, la Trattoria “Dal Peon” di Renzo Spanghero di Turriaco, famosa in tutta l’Italia per il suo succulento piatto di polenta e baccalà. Vera delizia per il palato di intenditori locali e forestieri.

Ne fanno da corollario enogastronomico in piazza Libertà il bar pasticceria “Adriatica” di Luigi Rizzo, ex Martinuzzi, il bar “Bisboccia”, ex albergo, il “Baretto 19” di Mao Jianqin, la trattoria “Ta’l Curtivòn” e leggermente decentrati sulla provinciale Gorizia-Grado “la Baracca del pesce”, e la trattoria “Alla Roggia” adiacente all’omonima Roia del mulin vec’, la cui presenza a Turriaco viene attestata in un documento risalente al 1312. Conosciute in tutto il territorio per la simpatia le “private” di Luigi Cecchini e Zaira Buttus in Lepre.

Fra le numerose realtà che operano nel campo della ristorazione in Friuli Venezia Giulia, quella della famiglia Renzo Spanghero, meglio conosciuta come “Dal Peon” di Turriaco, si distingue per la straordinaria bontà dei suoi piatti in cui si riscoprono i sapori di antiche tradizioni. Ma quello che più conta e fa grande meraviglia ai fini della conoscenza sociale e culinaria è soprattutto la sua lunga storia. Una storia affascinante che ha attraversato tutte le vicissitudini umane immaginabili e possibili iniziate già sotto la Repubblica di Venezia e continuate, prima sotto il periodo napoleonico e poi per un secolo sotto l’impero asburgico, giungendo sino a noi, viva e vegeta più che mai. Una storia che affonda le proprie radici nel profondo delle nostra cultura e della nostra tradizione. Non si tratta di una storia che nasce nel buio dei tempi, ma una storia documentata con un provato inizio in cui vengono certificati nomi, date e luoghi.

La trattoria “Dal Peon” di Turriaco risulta essere per continuità esercitata dalla stessa famiglia una delle più antiche, se non la più antica, della regione Friuli Venezia Giulia. Questa splendida realtà, giunta indenne sino ai giorni nostri dopo aver attraversato tutti i marosi della storia, emana ancora un certo fascino e mistero. La grande avventura, documenti alla mano, risale al 1767, quando il Territorio di Monfalcone era ancora sotto la Repubblica di Venezia, in cui un certo Valentino Spangher risulta essere l’oste di un’osteria a Turriaco, posta sulla strada “Par San Piero”.

Cosa potesse offrire una locanda come quella di Tin Spangar a quei tempi in un paese a economia prettamente agricola, oltre al vino e a un menù povero, di stagione e soprattutto saltuario, lo possiamo soltanto immaginare: una minestra di fagioli o di verdure condita con il pestà cu la crodia, late fresc pena munzù cu la polenta brustulada, forse il famoso zuf cu le frize, polenta frita cu’ lardèl e, quando c’era, al toc’ de carne cu le patate, ovi cu la martondela e qualche sanguanèl. Nel periodo pasquale poi si potevano trovare ovi duri cu’l radic’ de zocheta, fortaia cu i urtissoni, ovi duri cu i sparasi salvadeghi, polenta missiada cu’l radicèt cundì cu l’ai taià gros, la radicela (tarassaco) i confenoni (papavero) e lo straordinario risoto cu i s’ciopeti (vescicaria). Vero richiamo per intenditori: pes frit de l’Isonz e il succulento e ricercato piatto di polenta e guite (pispole). Nei mesi invernali sicuramente non mancavano le squisite luganeghe frite ta’l vin bianc e gli straordinari crudeghini cu la sbroada. I condimenti erano il saìn (strutto), il grass de oca (grasso d’oca) che però si usava più per lenire ematomi e dolori muscolari, al pesto (battuto di lardo), molto di rado il burro e gli oli che venivano usati con parsimonia, quasi fossero dei medicinali.

Ma il piatto che più di altri trovò immediatamente il favore della clientela locale e di quella di passaggio per qualità e prezzo fu sicuramente lo straordinario polenta e bacalà. Non ci è dato di sapere quando questo appetitoso pesce disseccato fece la sua comparsa sulle mense della Bisiacaria: forse arrivò per via mare attraverso i porti di Grado e Monfalcone. Il baccalà fino a non molto tempo fa era considerato un alimento della cucina povera.

L’hostaria Spanghero: la storia in sintesi

Nel periodo della Serenissima la locanda era di proprietà di Valentino Spangher oste (1734-1799). Dopo la caduta della Repubblica di Venezia, l’osteria era condotta da Antonio, figlio di Valentino (1776-1845) e usciva indenne dal terremoto napoleonico (1797-1815). Poi trascorsero in tranquillità i cento anni sotto l’impero Austriaco (1815-1915), che vengono tuttora ricordati da molti come un periodo di grande pace e serenità. Gli osti che si alternarono in quell’epoca furono Giuseppe, Marco e Vittorio Spanghero, che oltre a fare l’oste faceva anche il cestaio. Durante la Grande Guerra con Vittorio al fronte come soldato austro-ungarico, l’osteria veniva portata avanti dalla moglie Romana Cosani.

In quel triste periodo il Monfalconese, occupato dall’Esercito Italiano fin dal giugno 1915, si era venuto a trovare improvvisamente in prima linea al fronte. A Turriaco, infatti, stazionavano normalmente dai 5 ai 10 mila soldati.  immaginarsi la confusione che vi regnava in un paese di poco più di mille abitanti con trenta osterie spuntate come funghi e due case di tolleranza. Ma dopo quattro anni di patimenti e sciagure, anche la guerra terminò lasciando dietro di sé lutti e miserie. La trattoria Spanghero, pur riportando qualche ammaccatura, riusciva fortunatamente a salvarsi dalla distruzione e a proporsi al nuovo cambiamento geografico e politico: le vecchie province di Trento e Trieste, infatti, passavano dall’Austria all’Italia.

Nel dopoguerra la vita della trattoria scorreva nell’abbandono e nella stagnazione sociale. Con il ventennio la situazione economica assumeva i contorni che rispecchiavano grosso modo la frenesia politica del momento: adunate, saggi ginnici, commemorazioni, sfilate erano all’ordine del giorno. Ettore, il figlio di Vittorio, subentrava al padre e assieme alla madre Romana e alla moglie Giuseppina Minin dava nuova lena all’attività con la costituzione nel 1947 della “Bocciofila Turriachese”.

Negli anni Sessanta, morto Ettore nel 1966, la figlia Vittoria subentrava al padre. Nel 1971 la conduzione della trattoria Spanghero passava a Renzo, figlio di Ettore, il quale, coadiuvato dalla moglie Ariella Donda, ostessa e cuoca, cambiava la ragione sociale dell’esercizio battezzandolo con il nome di “Peon”. Attualmente a gestire la Trattoria, oltre a Renzo e Ariella, sono i figli Davide come cuoco e Ilaria come banconiera.

Futuro e… passato

Nel settembre 2010 Renzo Spanghero, in base alla legge regionale n° 29 del 5 maggio 2005, chiedeva alla Regione Friuli Venezia Giulia, tramite il Comune di Turriaco, che il suo locale venisse considerato “Locale Storico”. La legge prevedeva che i locali storici per accedere al censimento suddetto dovevano possedere obbligatoriamente almeno due dei tre seguenti requisiti previsti dal comma 1 dell’articolo 87 della LR 29/2005, e cioè: continuità di gestione, localizzazione all’interno di un edificio di comprovato pregio architettonico, possesso di arredi e strumenti di valore storico-artistico.

Primo requisito. La continuità della gestione esercitata dalla famiglia Spanghero è comprovata da un’ampia  documentazione ricavata sia dal “Catastico Veneto delle persone tutte che esercitano arti liberali o meccaniche della Patria del Friuli...” relativo agli anni 1740-1797 custodito nelle Biblioteca Joppi di Udine, sia dal “Libro dei Camerari” relativo agli anni 1744-1818, custodito nell’Archivio Parrocchiale di Turriaco e sia dall’“Operato d’Estimo catastale per il Comune di Turriaco”, eseguito nell’anno 1823 e custodito nell’Archivio di Stato di Gorizia. Infine, per arrivare al 1914 si possono citare “Gli Almanacchi e le Guide Schematiche per la Provincia di Gorizia” dal 1851 al 1914, custoditi nella Biblioteca Statale Isontina di Gorizia.

Secondo requisito. L’edificio risale sicuramente al periodo della Serenissima Repubblica di Venezia, collocabile quindi intorno al 1600, in quanto fu costruito dai conti Priuli, nobili veneziani, che rimasero proprietari fino a tutto l’Ottocento. Lo stabile, censito per la prima volta dal Catasto Austriaco, fu inserito nella “Mappa Censuaria” nel 1818 e descritto successivamente nel 1823 negli Elaborati d’Estimo Catastale. Costruito interamente in pietra viva, lo stabile rispecchia il metodo costruttivo in uso nel Sei-Settecento, quando le case del ceto popolare si costruivano secondo il principio dell’“aurea mediocritas”. Metodo che si ispirava principalmente alla forma quadrata o rettangolare nella fabbricazione dei locali abitativi, dove, dal rapporto superficie utile-volume, si poteva trarre la massima resa, secondo una filosofia di vita che si appagava del poco. La costruzione non presenta fregi, marmi o scritte degne di nota ed è appunto in questo che sta la sua preziosità, che si deve proteggere e conservare: semplicità di linee e di spazi che ci riconducono al periodo della civiltà contadina. Sicuramente nel tempo si sono fatti dei lavori di ammodernamento, ristrutturazioni, aperture di nuovi accessi, nuove pavimentazioni, adeguamenti a nuove norme sanitarie e abitative che però nel loro complesso non hanno intaccato i muri perimetrali e la forma originaria dello stabile.

Terzo requisito. Possesso di arredi e di strumenti di valore storico-artistico. Negli anni Cinquanta del secolo scorso il materiale da bar e quello da cucina come i bicchieri, piatti, posate, brocche, tazzine risalenti a prima della Grande Guerra veniva sostituito da altro più moderno e funzionale. Buona parte di questi strumenti di lavoro, diventati ormai reperti  storici, sono tuttora conservati gelosamente dalla famiglia ed esposti in apposite bacheche. Breve elenco: piatti merlati in ceramica bianca, bicchieri in vetro di un ottavo e da un quarto, fiasche in vetro da un litro, macinini in legno per il caffè, un missia polenta fine Ottocento in ferro forgiato, una serie di posate in ottone di primo Ottocento, una radio a tre valvole degli anni trenta del 1900, alcune ghierette colorate coprilampadine inizio Novecento, un lume a petrolio, un ferro da stiro a braci, una bilancia di inizio Novecento e alcuni tovaglioli colorati.

A questa richiesta, presentata sette anni fa, dalla Regione e dal Comune di Turriaco fino ad ora non è pervenuta alcuna risposta. Mentre altre realtà del territorio, altrettanto degne, ma sicuramente meno antiche della trattoria “Al Peon” di Turriaco, il prestigioso riconoscimento in questione lo hanno già avuto.

Dopo questa straordinaria cavalcata nel tempo, lunga 250 anni, la secolare trattoria “Dal Peon”, ora alle soglie del Terzo Millennio, si trova prospera e in buona salute. In attesa del responso delle istituzioni.

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