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Safet Zec

Cultura e Spettacolo
18 maggio 2018

Arte per credere

di Margherita Reguitti
Nella secolare Abbazia di Rosazzo l’artista, pittore e incisore bosniaco si scaglia attraverso le sue opere contro la guerra e l’esilio obbligato. Drammi che lui ha vissuto sulla propria pelle
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Opere di Safet Zec
Cultura e Spettacolo
18 maggio 2018 di Margherita Reguitti Image

L’uomo Safet Zec è noto per la sua indole silenziosa, una presenza discreta dai gesti felpati, un’attenzione sempre vigile.

L’artista, pittore e incisore Safet Zec è narratore di umanità in perenne andare, alla ricerca di pace e serenità, di luoghi perduti, dopo aver attraversato tragedie, conosciuto l’esilio e la solitudine, l’incontro e la condivisione del dolore.

Nella mostra Exodus. Arte per credere, allestita nella chiesa e nelle sale dell’ex tribunale della secolare Abbazia di Rosazzo di Manzano, la sua potenza creativa e umana si manifesta con forza ed energia di gesto e suggestione nella narrazione che si dipana nel silenzio mistico del luogo sacro. Il maestro bosniaco, esule a causa della guerra nella ex Jugoslavia agli inizi degli anni ‘90 del secolo scorso, non teme, anzi ama misurarsi con le grandi superfici. I maestosi teleri collocati alle pareti delle navate laterali dell’Abbazia hanno come tema l’attualità delle migrazioni di uomini che nulla possiedono, salvo un’umanità sofferente, martoriata, vilipesa, ma non vinta. Il ciclo pittorico, esposto alcuni mesi fa nella Chiesa della Pietà, in Riva degli Schiavoni a Venezia, è realizzato con tecnica mista, dall’olio alla tempera, dal collage di fogli di giornale al disegno. È una presa di posizione netta e precisa dell’artista contro ogni forma di guerra, contro la tragedia delle migrazioni, contro

l’esilio obbligato. Vicende e sentimenti che ha provato sulla sua pelle, arrivando da profugo, preceduto dalla sua notorietà di maestro, docente e intellettuale fra i più stimati e autorevoli del suo Paese.

In Friuli Venezia Giulia inizialmente furono gli artisti come Franco Dugo ad accoglierlo e, a Udine, lo stampatore Corrado Albicocco, che gli mise a disposizione la sua stamperia per tornare a lavorare, realizzando lastre incise di segni forti, intrisi dei dettagli della quotidianità abbandonata, celati dietro una finestra spalancata su una cucina deserta, e del vento fra alberi centenari dalle folte chiome. Nostalgia silente della propria terra abbandonata per sfuggire alla guerra dei Balcani. «Conosce il linguaggio di trasformare le ferite in foreste di segni», scrive Enzo Bianchi nel testo del catalogo che presenta la mostra. «Ferite – prosegue il religioso – che divengono pittura, la quale non vuole ferire l’occhio di chi le osserva ma vuole riportarci a cercare in noi quel silenzio che ha generato questi teleri, che li ha riportati alla luce dopo essersi sedimentati nell’animo».

Accanto alle immagini sacre dell’Abbazia le donne, gli uomini e i bambini rappresentati da Safet Zec sono l’umanità di migranti; volti senza nome, numeri spesso negli articoli dei media, statistiche snocciolate nei dibattiti fra politici e opinionisti.

Donne e uomini dei quali non si conosce il passato e poco importa il futuro. Sono i volti, le braccia, le mani, gli abbracci e le deposizioni laiche dell’esodo biblico di questo secolo, che l’artista raffigura con sapienza formale e forza emotiva.

Emergono da fondi scuri e sono illuminati dal bianco delle povere vesti sulla carne esposta. Soggetti e opere che attraggono e obbligano alla riflessione nel luogo destinato a Dio; che pongono di fronte al Gesù sulla croce l’umanità del presente, rappresentata in fuga, nel luogo della preghiera e del raccoglimento.

I teleri, realizzati fra il 2015 e il 2017, compongono due polittici di oltre 20 metri per 3, un lavoro epico, degno dei tempi eroici della pittura, una testimonianza personale, intensa e reale, della fuga e dell’esilio dalla sua città Sarajevo. «L’esodo – ricorda monsignor Edoardo Scubla – presidente della Fondazione Abbazia di Rosazzo: non è solo fuga ma anche ricerca del nuovo, non è solo morte ma inizio di una nuova vita».

Cuore della mostra è la grande barca, immagine che rimanda al celebre quadro del pittore romantico- neoclassico Théodore Géricault, dedicato al naufragio del battello Medusa. «Quello che più impressiona del lavoro di Zec – scrive Giandomenico Romanelli nel secondo saggio del catalogo – oltre alla dilaniata testimonianza che ci offre sulle tragedie di oggi, è la stupefacente tecnica di cui egli dispone con un’apparente e magistrale facilità».

Dopo aver vissuto l’esperienza delle opere in Abbazia, l’esposizione nell’attigua galleria dell’ex tribunale propone una visione di maggiore dettaglio sul tema del ciclo. Nelle diverse sale infatti sono esposti quadri che confermano come la forza espressiva rimanga tale anche su formati di dimensioni ridotte. Carne e sangue, passione e pietà, il tutto sempre pervaso dal pudore che rifugge la teatralità.

 

Safet Zec nasce in Bosnia nel 1943, ultimo di otto figli di un calzolaio che, durante la Seconda guerra mondiale, si trasferisce a Sarajevo dal paese di Rogatica. Si forma alla Scuola Superiore di Arti Applicate di Sarajevo e si diploma all’Accademia di Belle Arti di Belgrado, dove incontra la futura moglie Ivana, anch’essa artista. Assieme restaurano una vecchia casa nel quartiere ottomano dell’antica città di Pocitelj, vicino a Mostar, luogo amato da molti artisti, che mantiene anche quando, nel 1987, torna a vivere a Sarajevo, da pittore ormai affermato anche a livello internazionale. Con lo scoppio della guerra nei Balcani, il mondo in cui Zec è cresciuto – di convivenza tra diverse culture e religioni – è sconvolto. Pocitelj viene distrutta e, con essa, tutte le sue opere incisorie. Morte e devastazione a Sarajevo lo costringono a fuggire con la famiglia a Udine nel 1992 e quindi a Venezia e Parigi. Oggi vive e lavora tra Sarajevo, Pocitelj, Venezia e Parigi.

 

La mostra resta aperta fino al 31 maggio 2018 con ingresso libero, da mercoledì a domenica dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18.

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