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Trigeminus

Cultura e Spettacolo
21 settembre 2018

Attori si nasce

di Andrea Doncovio
I loro spettacoli registrano un continuo successo, «anche se all’inizio gli esperti di settore ci snobbavano». Ora vogliono esportare la comicità e la cadenza friulana in tutta Italia
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Mara e Bruno Bergamasco (ph. Tassotto&Max photo agency)
Cultura e Spettacolo
21 settembre 2018 di Andrea Doncovio Image

Mara e Bruno Bergamasco, se nel 1991 quando iniziò l’avventura dei TRIGEMINUS vi avessero prospettato il successo ottenuto finora ci avreste creduto?

«Abbiamo sempre creduto nella capacità “innata di far ridere”; per questo motivo la nostra attività da amatoriale si è trasformata in professionale nel 2005. Ci è piaciuto rischiare; abbiamo scommesso su noi stessi e dobbiamo ammettere che il successo, in certi frangenti, è andato veramente oltre le aspettative».

Secondo voi perché la comicità dei TRIGEMINUS continua a piacere al pubblico?

«Piace perché non è fuori tempo e risponde alla realtà. Non è una comicità astratta, portiamo in scena pezzi di vita vera, situazioni che ogni giorno abbiamo sotto gli occhi. È evidente che per rendere comici anche i contesti seri serve quell’occhio che vede ma anche quel cuore che sente oltre la realtà e che è capace di trasformare e di alleggerire ogni fatto, rendendolo divertente».

Attraverso i vostri spettacoli cosa desiderate trasmettere?

«Desideriamo far ridere, regalare alle persone due ore di allegria. Amiamo provocare risate rumorose: la nostra missione è trasmettere leggerezza, infondere una nota gioiosa nel cuore delle persone. Ci siamo inoltre resi conto che con le nostre messe in scena improntate su temi importanti come la sicurezza sul lavoro, in casa, alla guida, in agricoltura, in edilizia, a scuola, riusciamo a coinvolgere e a catturare l’attenzione anche dei giovani e degli studenti: questo è molto gratificante. Affrontando infine temi come lo screening mammografico, la violenza sulle donne, l’affido familiare o il dono del sangue abbiamo la possibilità concreta di veicolare un messaggio che salva la vita».

Torniamo indietro nel tempo: com’è iniziato il vostro rapporto con il teatro?

«Negli anni ’70 facevamo parte del gruppo parrocchiale di Manzano. Per diversi anni quel gruppo, con la regia di Lauro Moja, ha sfornato messe in scena di livello. Bruno era uno degli attori, Mara ricopriva invece il ruolo di suggeritore. Per una serie di circostanze, di quel gruppo restò il regista e noi due. E abbiamo dato vita ai Trigeminus».

Sembra quasi una magia.

«Con un pizzico di vanto possiamo sostenere che prima di noi il cabaret friulano non esisteva. All’inizio e per anni il nostro tipo di spettacolo veniva snobbato dagli esperti del settore, perché ritenuto di serie B, non giudicato teatro di qualità. In realtà noi siamo stati una rivelazione: da amatoriali avevamo così tante richieste che dopo alcuni anni abbiamo realizzato il nostro sogno: trasformare il teatro nel nostro lavoro».

Nel vostro percorso un ruolo fondamentale lo ha ricoperto proprio Lauro Moja, scomparso nel 2007: qual è il ricordo più bello che avete di lui?

«Lauro Moja: “il nostro maestro”. Così l’abbiamo nominato e così lui è stato per noi. Era un regista severo e un attore nato. Bravo, preparato, capace di estrapolare il meglio da ognuno di noi. Lui ci ha insegnato ogni cosa. Il ricordo più bello è senza dubbio la serata evento del 21 maggio 2005 al teatro Giovanni da Udine. Da quasi sconosciuti, dopo il passaggio in tv dei nostri sketch ci siamo ritrovati davanti a un incredibile tutto esaurito, in un’epoca in cui non esistevano ancora Facebook o Whatsapp. Sembrerà strano ma più passa il tempo e più sentiamo la presenza di Lauro, in particolare prima d’iniziare gli spettacoli, quando ci tenevamo tutti e tre per mano durante la sigla iniziale dietro le quinte. Ma lo spettacolo non si è fermato; dopo Lauro, fondamentale per il nostro perfezionamento è stato il regista Mauro Fontanini che ha collaborato con noi per alcuni anni, firmando la regia delle commedie Beato tra le gonne e Diluvia! Tutti dentro, delle quali è coautore insieme a Mara. Il regista Luca Ferri invece ha firmato la regia di Divine Comedie nata nel 2014, dando vita a una felice collaborazione tra i TRIG EMINUS e Anathema Teatro».

Recitare tra fratelli che significato ha per voi?

«È sempre stato ed è meravigliosamente divertente, lacrime agli occhi dal gran ridere durante le prove. Non abbiamo mai litigato – anche se pochi ci credono – in nessun ambito. Vincente tra noi è la grande intesa: basta un’occhiata per capire se uno dei due è in difficoltà, basta una parola, un gesto per creare una nuova battuta».

A proposito, attori si nasce o si diventa?

«Attori si nasce, poi si cresce con la tecnica e con l’esperienza che si acquisiscono pian piano. Per noi il salto dalla platea a sopra il palco è stato quasi normale, come facesse parte di una scaletta. Quando sul palco ci si sente a proprio agio, bene come a casa propria, quando quella vocina dentro ti dice “vai” e tu lì sopra sei felice al di là di tutto e i pensieri “ci sarà gente a vederci? Chissà come andrà?” passano in secondo piano, in quel momento ti rendi conto che tu “attore sei nato” e sei stato bravo a capirlo e soprattutto a curare e a mantenere vivo l’entusiasmo e la voglia di proseguire».

Nei vostri spettacoli la lingua friulana è una componente decisiva. Nelle esibizioni fuori dal Friuli, tuttavia, recitate in italiano. Cosa cambia per voi?

«La lingua friulana è la nostra lingua e i Trigeminus sono nati parlando la loro lingua. È naturale che sia così perché la lingua madre è quella che ti permette di esprimere meglio i sentimenti. Fuori dal Friuli usiamo la cadenza friulana così come fanno i comici dell’Italia intera: veneti, milanesi, toscani, romani, napoletani e così via. Non abbiamo mai capito perché non possiamo usare la no stra… Molto probabilmente perché i friulani stessi la giudicano brutta... Noi invece stiamo riscontrando che piace e diverte».

Proprio per il vostro stretto legame con il mondo friulano siete stati chiamati a esibirvi nei Fogolȃrs in Italia e all’estero. Cosa avete provato in quei contesti?

«In Canada – per citare un esempio – ci ha colpiti “la friulanità” genuina delle persone emigrate tanti anni fa. Il primo pensiero è stato: “sono più friulani di noi”. Sono momenti che restano nel cuore perché fanno amare ancora di più la nostra terra, facendo comprendere quale grande lavoro abbiano compiuto queste persone: il primo su loro stesse quando sono emigrate e poi, con un impegno immenso, per ricostruirsi e costruire il loro nuovo modo di vivere mantenendo vive le proprie origini».

Tra i vostri spettacoli a quale siete maggiormente legati?

«D’impulso esce subito un titolo: 626. È lo sketch che ha allargato il nostro orizzonte in ambiti diversi: grandi aziende, scuole, università in tutto il Friuli, ma anche nel resto d’Italia, e che viene richiesto ancora in continuazione. Poi ce ne sono altri che si possono definire dei tesori per la nostra storia: ad esempio La Biciclete, che ha determinato l’inizio del cabaret, e Il Matrimoni di Claudia, la prima commedia che Lauro Moja ha scritto per noi tre e che ha creato l’impulso perfetto per la nascita dei TRIG EMINUS ».

Voi non siete solo interpreti, ma anche ideatori e autori degli sketch che proponete. È più impegnativo scrivere un testo o recitarlo?

«È più impegnativa la stesura del testo nel senso proprio della scrittura. Una volta abbozzata la storia si fissano i punti principali; i più importanti sono l’inizio e il finale. L’inizio è basilare perché il pubblico deve essere in grado di capire immediatamente chi sono i protagonisti, il finale perché il colpo di scena è bene che chiuda chiaramente la storia o la situazione».

Dalla stesura alle prove agli spettacoli: il teatro come scandisce le vostre giornate?

«Di solito l’ideatrice dello spettacolo – quella che scrive – è Mara. Alla prima lettura del brogliaccio, interviene Bruno con le sue osservazioni e aggiunte, dopo di che s’inizia a testare se il contenuto è buono. Una volta capito che si può proseguire, si procede con gli affinamenti, si decide chi sono i protagonisti, il loro carattere, fino a giungere alle definizione precisa. Poi iniziano le prove vere e proprie fino al momento della prima».

Oltre che sul palco avete recitato anche in televisione: cosa cambia quando di fronte a voi non c’è direttamente il pubblico ma una telecamera?

«La televisione ha il potere di portarti comodamente in ogni casa. È un modo diverso di trasmettere, un modo diverso di  lavorare. La tv ha i suoi tempi e davanti a una telecamera l’ambiente è freddino. Più volte ci siamo cimentati in trasmissioni anche in diretta e con buoni risultati, ma noi amiamo il teatro, il contatto con il pubblico che, molto spesso, diventa  compartecipe, si immedesima. Il respiro delle persone è quello che dà la carica e che fa capire se gradiscono le battute: abbiamo bisogno di capire se quello che diciamo è un’eco che ritorna. Addirittura nel frastuono dei nostri spettacoli un silenzio – se previsto – è importante. E solo se hai un pubblico davanti capisci se l’hai creato o meno».

Nel 2011 le testate giornalistiche del Friuli Venezia Giulia vi hanno assegnato il “Moret d’Aur”. Che valore ha avuto per voi questo riconoscimento?

«È stata una vera e propria sorpresa, una gratificazione enorme. Essere riconosciuti nel luogo dove si nasce non ha paragoni con nessun altro premio».

Voi calcate le scene da quasi trent’anni: in questo arco temporale com’è cambiato il pubblico?

«A differenza di trent’anni fa le persone sono molto più preparate ed esigenti, nel senso buono del termine. Ora l’offerta di spettacoli è molto più ampia, di conseguenza la gente sceglie cosa andare a vedere. Mantenersi “vivi” soprattutto per chi, come noi, lavora prevalentemente in Friuli, vuol dire prestare attenzione alle esigenze del pubblico, affinare occhi e orecchie».

C’è un sogno nel cassetto che vorreste realizzare?

«Portare la nostra comicità in tutta Italia, magari con una puntatina in tv nazionale: non per vanto ma per dimostrare che anche i friulani con la loro cadenza sono capaci di far ridere e far finalmente cadere la maschera che ci hanno applicato da sempre di “gente seria e chiusa”».

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