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Alojz Milič

Società
29 marzo 2019

Sto Let. Cent'anni

di Michele D'Urso
Primogenito di una coppia di austriaci di nazionalità slovena che, senza spostarsi di casa, era diventata italiana pochi mesi prima della sua nascita. La vita lunga un secolo di un uomo senza confini
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Nonno Milič tra il nipote Damjan e sua moglie Valentina
Società
29 marzo 2019 di Michele D'Urso Image

Il Nonno ci attende al crepuscolo, seduto sotto la spoglia pergola di gennaio che adorna l’ingresso della casa di famiglia, quella dove lui è nato, cento anni fa. «Dober večer, buona sera. Kako ste? Come state?» Lui risponde solo in italiano, sa bene chi sono e conosce il motivo della mia visita: farmi raccontare un po’ di quel Novecento che lui ha vissuto in lungo e in largo.

Perché è questo che io voglio da lui, fresco centenario, farmi portare a spasso nel tempo; voglio sentire l’eco delle parole di Mussolini, Churchill, Tito e tanti altri, ripetute da chi era presente. Voglio sentire lo stridio dei cingoli dei corazzati di El Alamein e il profumo del mosto fresco del Terrano portato in volo dalla Bora forte di cento anni fa, quella che ribaltava i tram e che adesso non soffia più così.

Voglio assistere alla prima trasmissione televisiva italiana e ballare il Mambo Triestino che nasceva scopiazzando il Rock and roll di quando Trieste era America. Voglio tutto questo, e nonno Milič lo sa eccome. La mia vita ci sta quasi due volte nella sua. Con quanti uomini avrà parlato prima di me? Quanta gente ha visto nascere, amarsi, odiarsi, morire? Una volta mi trovai a discutere di storia con un uomo di medicina dei nativi dell’Isola delle Tartarughe. Gli dissi che secondo me la loro storia narrata era meno precisa della nostra scritta. Allora lui mi chiese: «Quanto è grande un libro?» Io mostrai le dimensioni approssimandole con le mani. «E tu vorresti che duemila anni di storia stiano in un libro così piccolo?»

Aveva ragione. Come faccio ora a narrare i cento anni di nonno Alojz Milič in un articolo così breve? «Prima de tuto mejo se entremo in casa». A tirarmi fuori dalla mia baraonda mentale ci pensa proprio lui, l’esperto, invitando con il braccio ad appressarci all’uscio, premurosamente anche nei confronti di Valentina, il mio gancio per l’intervista, la moglie di suo nipote (vnuk) Damjan, e che è al sesto mese di gravidanza. Il o la bisnipote di nonno Milič nascerà nell’anno 2019, a un secolo esatto di distanza dalla sua nascita. Stoletje, un secolo, e il sangue che scorre nelle vene di Nonno Milič si arricchirà di un nuovo fiume di vita.

Ci sediamo attorno al tavolo della cucina; lui è un po’ sordo, ma anche la mia voce non è delle più chiare, perché sono molto emozionato. «Quando siete nato?», Valentina traduce Kdaj ste se rodil? Nonno Milič non risponde, ma ha sentito. Vuole dirmi tante cose e anche lui non sa da dove cominciare, perché i ricordi si affollano disordinatamente all’ingresso delle sue corde vocali. Decide di alzarsi, raggiunge il mobile che sta alle sue spalle, apre un cassetto e comincia a tirare fuori carte. Passaporti, tessere dell’ANPI, foglio matricolare militare, foto di famiglia, cartoline e altro ancora, che depone sul tavolo davanti a me.

Dal foglio matricolare militare si legge la sua data di nascita: 9 gennaio 1919. Pochi giorni dopo la mia intervista, in paese a Rupingrande (Repen), capoluogo del comune di Monrupino, sono previsti grandi festeggiamenti ufficiali con le autorità. Continuo a sfogliare i documenti, ma leggo un nome strano: Emili Luigi. Chi è? È sempre lui, nonno Alojz Milič, con nome e cognome cambiati coattivamente dall’amministrazione italiana fascista. Poi, come se la storia restituisse giustizia, la correzione; il cognome Emili depennato con tratti inclinati e paralleli, il simbolo dell’annullamento per antonomasia, e ricompare Milič; però Luigi resta al posto di Alojz.

Ma in fondo queste sono cose da uomini, cose dappoco, perché il nome con il quale Madre Terra riconosce lo spirito di nonno Milič è un altro: Čeldin’ve. I Milič sono tanti in tutto il Carso e oltre, ma di Čeldin’ve c’è una casata sola. Il soprannome deriva dalla parola “Čelo”, che significa fronte, ed era stato appioppato alla loro famiglia non tanto per via della ereditaria fronte alta, quanto per una certa cocciutaggine caratteriale dei suoi componenti. I testardi, mi viene da tradurlo. E bisogna essere davvero testardi e determinati per collegare fra loro due secoli. Alojz è il primogenito di una coppia di cittadini austriaci di nazionalità slovena, che senza spostarsi di casa, come per tanti loro connazionali, era diventata italiana pochi mesi prima della sua nascita. Primo e unico maschio di una famiglia che dopo di lui aggiungerà nove femmine per propagare l’eredità dei “testardi”, delle quali tre sono ancora in vita e a cui auguriamo di raggiungere i traguardi del loro fratello maggiore.

«Mi guidavo el camion, e gavevo la mapa che colegava le tre zità. Dormivo anca soto el Camion». I ricordi hanno cominciato a muovere le corde vocali, il triestino “krašuko” delle sue parole è una melodia che sa di vita in tutte le sue forme, dalle gioie alle sofferenze.

Questo a El Alamein?

«Dormivo soto el camion perché là jera forte sbalzo termico, de giorno arrostiva, ma la notte, al mattino coperto tutto di brina, allora jera mejo dormir soto el camion. E son anca vignudo a casa col camion».

Tornato a casa con il camion?

«Nel ’45. Me ga autorizado gli americani, e gavevo el fojo de via dove jera notade tute le zità e i punti che dovevo tocar. Son tornado a casa dopo cinque anni».

Qui dice che lei è stato chiamato alla visita di leva anticipata con la classe 1918, e che è partito militare all’inizio del 1939, e sempre nel 1939 è stato trattenuto alle armi. Quindi se è tornato a casa nel 1945, è mancato da casa sette anni pieni.

«Si, sarà. E chi se ricorda. Son sta mandà in tante zità, Verona, e poi una ke jera belisima, Bardonecchia, vicin al confin francese, e poi da lì inviadi a Taranto e imbarcadi per la Libia. Anche a El Alamein avevo il camion, e poi son stà fato prigioniero tre volte, la prima degli inglesi, vizin a quela zità, Ssandria, o come che xe disi…»

Alessandria d’Egitto.

«Poi son pasado soto i Francesi, o jera un che voleva per forza impararne el francese, e poi son sta fato prigioniero de novo».

Lei è stato anche partigiano, Prekomorska brigade, la brigata che attraversa il mare, con tanto di Diploma d’Onore al Combattente per la libertà d’Italia 1943-1945, rilasciato il 19 giugno 1984 dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini e dal Ministro della Difesa Giovanni Spadolini. Vuol dire che siete stati addestrati dagli alleati e poi  inviati a far parte delle truppe partigiane che risalendo i Balcani sono rientrate in Italia?

«Mancava l’acqua, non te ne trovavi da nisuna parte, io per fortuna gavevo sempre la borraccia con me, ma gli inglesi no gavevano acqua per tutti noi; un “sluk” doveva bastarte per giorni, e cusì ga fato la decimazion e ne gà fato scampar...»

Ho sentito già la storia da altri reduci; mi hanno detto che siete stati fatti prigionieri in oltre 300.000 e che gli inglesi, non avendo viveri nemmeno per loro, hanno minacciato la decimazione ma hanno lasciato i cancelli dei campi di prigionia aperti, e così la maggior parte di voi è riuscita a scappare e, con “passaggi di fortuna”, arrivare in Grecia e poi da lì risalire verso l’Italia…

«Ierimo tanti, ma americani bombardava sulle colonne in ritirata e ore intiere pasade drio un mureto a spetar che finisi i bombardamenti, perché no podevimo far altro. Quando jera pausa qualche volta cercavo di metterme in contatto con Škabar, un mio paesano che abitava qui sotto, ma che non c’è più da tanto tempo. O mandavi cartoline, io scrivevo a una zia che stava de casa nella valle del Vipacco, a Brajnik. Poi tornati, quando era Zona A e Zona B, ci vennero a trovare mia suocera e le fidanzate dei miei due commilitoni».

L’intreccio dei ricordi è troppo intricato perché ne avessi una descrizione più esauriente. Avrei voluto di più; avrei voluto farla prima questa intervista, qualche anno fa, quando sarebbe stato più facile permettere alla voce del cuore di tirare fuori i ricordi dai meandri della memoria. Ma i messaggi di nonno Milič sono chiari comunque. Cosa ha detto in chiusura? Che vennero a trovarli le fidanzate. Già, l’amore è l’arma più grande e potente, è quello che ti fa superare i tuoi limiti, sopravvivere alle guerre e ad altre avversità della vita. Nonno Milič ha amato e onorato l’amore. Ha festeggiato le nozze di diamante con la sua amata Angela, scomparsa nel 2009, ed è stato papà per tre volte di tre maschi: Janko, il primogenito (scomparso  prematuramente all’età di sette anni per una banale appendicite), Lorenzo (Renzo) e Walter, e da loro ha avuto nipoti e pronipoti. Tutti Vnuk, ovvero nipote di nonni, non di zii, che invece è Nečak. Una differenza che in italiano si perde, ma che è invece molto significativa, perché il termine preciso che traduce nonno, Stari Oče, letteralmente Vecchio Padre, rende meglio la differenza fra i due tipi di nipoti esistenti.

Ma il messaggio di amore non si esaurisce solo verso la famiglia, va verso l’umanità intera, perché nel cuore di nonno Alojz non esistono più confini; li ha abbattuti tutti. E lo dimostra il fatto che lui, di madrelingua slovena, che a casa parla in sloveno, sogna ricorrentemente in italiano di trovarsi ancora al fronte e di presentarsi come italiano, contesto per il quale ha ricevuto la croce di merito proprio dall’Esercito Italiano. Ma essendo stato anche partigiano, ha il diploma rilasciato da un presidente come Pertini. Non è questa la dimostrazione di quanto siano assurdi i confini, le fazioni, i ghetti, nei quali la nostra variopinta umanità si rinchiude da sola?

Partigiano e soldato, e in entrambi i casi premiato. Questo risulterà incomprensibile a chi non ha mai vissuto un confine, ma noi che questo confine lo viviamo sulla nostra pelle, esaltiamo le cose che abbiamo in comune, non le differenze. Qualcuno obietterà che nonno Milič non è un famoso letterato come Boris Pahor, né un artista come Lojze Spacal, quindi che altro può trasmettere un uomo ‘normale’? In fondo lui ha fatto solo il capo squadra della manutenzione in Ferrovia (rinunciando al passaggio a Capo Tecnico perché questo lo avrebbe allontanato dal suo amato Carso e dai suoi cari, cosa già avvenuta per troppo tempo), ha fatto parte del consiglio comunale per qualche mandato, e possiamo aggiungere che ha prodotto dalle storiche e cocciute vigne dei Čeldin’ve un eccellente vino Terrano, apprezzato ancora oggi dagli esperti del settore, trasmettendo questa nobile arte di vignaiolo a figli e nipoti.

Cos’altro può trasmettere un uomo normale? Invece c’è molto altro, perché, per esempio, andare a vendemmiare fino a 98 anni suonati (“Il movimento è vita”) porta il suo esempio di laboriosità a cinque generazioni. Nonno Milič ha avuto sempre la forza di distinguere il bene dal male, non facendo di tutta l’erba un fascio fra coloro che gli hanno cambiato i connotati e istigato alla rivendicazione ma, apprezzando gli uomini di buona volontà, ha sostenuto tutto il processo di pace che noi oggi viviamo e che ha portato alla creazione di quest’Europa. Come un solido ponte unisce le due sponde di un fiume, Nonno Milič, con le sue cento primavere, collega due culture, quella slovena e quella italiana, due modi diversi di vedere le cose, affinché tutto proceda verso la pace.

Lui è tutto questo. Ma cento anni non si possono raccontare in un articolo; e nemmeno in un libro bello grosso, perché l’amore non si può misurare a chili o a litri, ma lo si può solo percepire. E dire che Nonno Milič è anche mio nonno, il nostro nonno, è rendere omaggio alla parte nobile della razza umana, che spesso dimentica l’unicità del nostro destino barricandosi dietro muri linguistici o altro. Brez meje. Senza confini, questo è l’amore trasmesso da Nonno Milič a tutti noi.

Per questo posso solo scrivere grazie Nonno Milič, per tutto quello che hai fatto e che farai. Stari Oče, Najlepša Hvala za vseh ...iz srca!

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