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San Francisco

Turismo
19 luglio 2019

Respirando la libertà

di Federica Maule
Quartieri multietnici, ma anche strade piene di senzatetto. La passione per il cibo e l’abuso della marijuana. Viaggio nella città arcobaleno, dove ognuno è libero di essere diverso
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Suggestivo scorcio di Fisherman’s Wharf (ph. Federica Maule)
Turismo
19 luglio 2019 di Federica Maule

Anche al calar del sole, il giro sulla piattaforma girevole della cable car di Union Square cattura lo sguardo del turista. Dopo un viaggio aereo allungato dai soliti ritardi e dagli eccessi del controllo documenti, uscendo dalla stazione di Powell St. riceviamo il benvenuto di San Francisco. Un “welcome” speciale visto che, per sbaglio, lungo il tragitto verso l’hotel accorciamo per Tenderloin, il cuore malato della città, il quartiere dei barboni. La vera down town. Così tanti senzatetto in pochi isolati non li avevo visti mai.

Gli homeless di San Francisco non conoscono razza, sesso o età. Trovi barboni bianchi e neri, questi ultimi in preponderanza. I più fortunati si accampano con le tende da campeggio e dormono direttamente sui marciapiedi o sotto i ponti stradali. Altri vanno in giro coi carrelli della spesa colmi di cianfrusaglie. Molti sono in carrozzina. Sul volto della maggior parte di loro si legge una disperazione immane. Talmente disgraziati che non chiedono neanche l’elemosina. Non ti rivolgono la parola, non ti senti in pericolo e non cercano la tua attenzione. È la follia la causa di tutto. Gli homeless a San Francisco sono diversi da tutti gli altri nel resto degli Stati Uniti, perché la maggioranza di loro soffre di seri disturbi psichici. A dirlo, anche se ci vuol poco a notarlo, sono le statistiche del San Francisco Department of Homelessness & Supportive Housing, impegnato a cercare di prevenire fenomeni come questo e ad assistere gli homeless della città.

È tardi e cerchiamo un posto dove andare a sederci e mangiare qualcosa. A San Francisco se sei un amante della cucina etnica-asiatica vai a nozze, altrimenti devi aguzzare la vista per trovare qualcosa di alternativo e un po’ più “american style”. È buio, non riesco ancora a cogliere l’essenza della città anche se l’odore persistente di marijuana non ci abbandona mai. Talvolta nauseandomi.

Dormo poco, molto poco, nonostante il mio apprezzabile king bed, ma sono puntuale al ritrovo prefissato, pronta ad affogarmi nelle scrambled eggs with bacon, perché il viaggio passa anche e soprattutto attraverso il cibo. Fuori i ragazzi sfrecciano sullo skate, veloci e temerari tra le auto, i tram, i filobus, le biciclette, verso il Financial District tra una salita e una discesa.

È venerdì. Ogni città americana che si rispetti non può non avere il suo quartiere finanziario, i suoi alti grattacieli che sovrastano l’orizzonte e creano giochi di specchi e luci tra le grandi pareti vetrate. Ad attirare la mia attenzione è il Transamerica Pyramid con le sue guglie singolari. Persone in movimento, di fretta, caffè in una mano e cellulare nell’altra. Camminiamo veloci sino a scrutare da lontano il famoso Dragon’s Gate che apre il nostro sguardo e il nostro olfatto a una delle China Town più antiche d’America. Bancarelle, negozi di frutta, pesce essiccato, ristorantini, ma anche banche e negozi di souvenir riempiono le tante vie dove tutto si mescola e si confonde tra le mille lanterne rosse e le lingue più disparate, perché infondo nella China Town di San Francisco parlare inglese è quasi strano.

Ci allontaniamo andando a nord, seguendo la lunga Columbus Avenue. La meta che impongo al mio gruppo è l’incrocio con Broadway Street: lì sorge la famosa City Lights Bookstore, la casa editrice fondata nel 1953 da Lawrence Ferlinghetti e da Peter Martin. “Abbandonate la disperazione o voi che entrate”: così si viene accolti. E io obbedisco. Nel sotterraneo, tra scarichi e mattoni a faccia vista, il colore e l’ordine con cui i testi sono posti negli scaffali incantano i presenti facendo crescere il desiderio di leggerli. Perché a North Beach, il quartiere italiano di San Francisco, la poesia è nell’aria o graffita sulle pareti degli edifici. La beat generation è nata e vissuta tra quelle mura, tra quegli scaffali colmi di libri. Il pavimento in legno scricchiola e trapela il vissuto del luogo. Svolto a sinistra per salire la scala annunciata da un “poetry room” impresso su una delle prime alzate. Rimango in silenzio da sola tra i testi dei poeti più famosi al mondo e quella vecchia sedia a dondolo illuminata da un’ampia finestra con impressa la scritta “poet’s chair”. Mi siedo: nessuno mi vede, anche se poeta non sono. “Open books, open minds, open hearts”. Non serve aggiungere altro.

China Town e North Beach si confondono e tra i grattacieli spicca il verde di alcune alberature che fanno ancor più risaltare il verde salvia del Sentinel Building. La sua angolazione e posizione fanno percepire come tutto sia nato attorno a lui e dipenda da lui. Motivati da un tempo pazzerello e da qualche goccia di pioggia, decidiamo di prendere la cable car per raggiungere la baia. Uno dei conducenti scherza subito con noi dicendo che non c’è posto… Poi prende velocemente i soldi dei biglietti e ci posiziona all’esterno: un piede in pedana e una mano per appendersi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prima di partire ci urla “tenetevi forte”. Sul tenersi forte non ha assolutamente torto, forse poteva aggiungere di non sporgersi visto che lo spazio tra il tram più antico al mondo e le macchine parcheggiate è a dir poco irrisorio. Dettagli. Con l’aria tra i capelli e le battute scambiate con il conducente, tra un saliscendi, una manovra e una frenata, raggiungiamo la baia, sino all’ingresso del parco nazionale marittimo di San Francisco, meglio noto come Fisherman’s Wharf. Una colora ta e inebriante giostra per turisti, che racchiude ancora il suo fascino pur nella mondanità ed eccessività.

Profumo di zuppa, la tipica clam cowder, fish & chips e musica assordante. Negozi per turisti, insegne luminose, ma poca gente. Visitare San Francisco a febbraio ha i suoi vantaggi.

Camminiamo e raggiungiamo Pier 39 per portare il nostro saluto alla colonia di leoni marini. Sono famosi per stazionare al sole nelle piattaforme loro dedicate. Il sole non c’è, ma l’odore nauseabondo e le violente litigate fra loro per accaparrarsi il posto migliore sono il ricordo che porteremo a casa di questi esemplari. Inizia a piovere. Prendiamo una bus e ci dirigiamo verso Lombard Street, percorrendo gli otto tornanti di una strada diversa dalle altre. Costruita nel 1922, è diventata un simbolo della città; i suoi 400 metri di mattoni rossi le sono valsi il riconoscimento di strada più tortuosa al mondo. Lussuose abitazioni colorate e diversificate affiancano la ripida discesa e fanno percepire la gioia di poterle abitare. Un angolo e una vista meravigliosa della città da lassù o da quaggiù, una volta percorsa, rigorosamente in discesa.

Cerchiamo indicazioni per raggiungere nuovamente la baia all’altezza del Ferry Building, vecchio punto di arrivo di treni e traghetti, oggi convertito in un enorme centro dedicato all’arte culinaria, perché San Francisco è anche città rinomata per la sua attenzione al cibo bio e alle nuove tendenze in fatto di food & bevarage. Tra l’assaggio di qualche olio extravergine e di miele mi imbatto in un caffè espresso accettabile e in una bellissima libreria, piccola ma ricca e accogliente. Giusto il tempo per asciugarsi e riprendere fiato.

Scende il buio e ci avviamo verso l’albergo, trovando un posto dove mangiare un buon hamburger, lontani da fast food noti e felicemente evitabili. Il mattino seguente il ritrovo è anticipato: dobbiamo trovare un filobus che ci porti direttamente al Pier 32 per salire nell’imbarcazione già prenotata per raggiungere un punto in mezzo al mare ad appena due chilometri dalla baia: l’isola di Alcatraz. L’ex carcere di massima sicurezza al mondo fu chiuso nel 1963 per gli elevati costi di gestione, rimanendo fonte di spirazione per il cinema e non solo. Tutto è lasciato come allora. Tutto accopagnato da quell’odore pregnante di umido, di vecchio, di angusto. Vista dal mare, San Francisco appare ancor più meravigliosa.

In lontananza, tra una barca a vela e grossi gabbiani in volo, si intravede il rosso del Golden Gate Bridge. A quella distanza sembra piccolo, quasi assurdo credere si tratti del simbolo di questa città. Ritornati sulla terra ci dirigiamo verso la punta estrema della baia, quasi a toccare l’Oceano Pacifico. Tra il verde del principale parco cittadino (leggermente più grande del celebre Central Park newyorkese), i nostri occhi restano sbalorditi. Ora lo vediamo nitido da vicino nella sua maestosità. E il Golden Gate Bridge ci toglie il fiato. Un’altezza pari a 80 piani, letteralmente sospeso sulle acque agitate dove surfisti temerari sfidano il vento forte. Finalmente il sole, l’azzurro del cielo e quel la splendida vernice “arancione internazionale” che spicca e cattura il desiderio di percorrerlo. Si va. Quanto vento, quanto frastuono. Il traffico è veloce e impazzito, ma siamo impegnati a camminare e a osservare le tante persone locali che fanno jogging o semplicemente passeggiano sul loro amato ponte, sperando di toccare il cielo.

Arriviamo sull’altra sponda, lasciandoci alle spalle il gigante rosso che si frastaglia tra l’azzurro del cielo e il blu intenso dell’oceano. Sembra che sia lì immobile, a osservarti e forse a rassicurarti. Ogni angolo nuovo è un pezzettino di felicità a San Francisco, quartieri da scoprire che stimolano la curiosità. Un quartiere “valenciano” pieno zeppo di negozi hipster e di passanti realmente hippy, perché in fondo non sono certo passati di moda… O la meraviglia di una passeggiata tra i murales e i graffiti di Haight Ashbury… O ancora i colori arcobaleno del magnifico quartiere Castro. Magia allo stato puro. Colore, profumo di libertà, gioia e pazzia trapelano e ti avvolgono.

L’esagerazione è il pane quotidiano a San Francisco: se mai facessi qualcosa di matto, sicuramente qualcuno avrà fatto qualcos’altro di molto più folle prima di te. Così come la libertà di espressione: ogni murales e graffito racconta una storia, una lotta d’uguaglianza, l’amore per un poeta o l’irrefrenabile desiderio di affermare che nessuno è uguale, che ognuno è unico perché diverso. La diversità vissuta come ricchezza, non solo per le strisce pedonali “arcobaleno”: basta bere una coca cola in uno dei bar più antichi di Castro per comprendere che qui si può essere realmente ciò che si vuole essere. San Francisco, tra le sue colline, le sue case colorate e le sue viste mozzafiato, tra i colori e la vivacità di un luogo dove tutto sembra possibile, rischia gravemente di catturare il tuo cuore. Non so quando, ma ci tornerò. Ho un conto in sospeso.

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