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Beni e separazioni

Diritto
28 febbraio 2020

Una casa per due

di Massimiliano Sinacori
Due coniugi, in regime di separazione dei beni, acquistano un immobile intestandolo a uno solo di loro anche se pagato interamente dall’altro. Se il matrimonio finisce, a chi resta la proprietà?
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(ph. pixabay.com)
Diritto
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Succede spesso che in costanza di matrimonio i coniugi non contemplino la possibilità che ci possa essere una crisi di coppia e investano importanti somme (ad esempio per l’acquisto della casa o per la ristrutturazione della stessa) che poi, in sede di separazione, vengono ferocemente rivendicate.

Analizziamo un caso tipico: due coniugi, in regime di separazione di beni, acquistano un immobile cointestandolo o intestandolo solo a uno dei due, anche se il prezzo dello stesso è stato interamente pagato dall’altro; può, in sede di separazione, il coniuge che ha pagato le somme rivendicare l’effettiva proprietà del bene? La risposta non è così banale, tanto che la stessa giurisprudenza si trova spesso ad affrontare la questione.

La decisione di intestare il bene all’altro coniuge può avvenire, ad esempio, per ragioni di tipo fiscale o per sfuggire alle aggressioni di eventuali creditori invece che per spirito di liberalità, ma tutto questo rientra nella sfera dei motivi (il movente individuale che spinge il soggetto a contrarre) che sono del tutto irrilevanti.

In linea generale, per poter rivendicare la titolarità dell’immobile, il coniuge dovrebbe riuscire a dimostrare in giudizio che si è trattato semplicemente di un negozio fiduciario: se l’intestazione dell’immobile al coniuge fosse frutto di un accordo scritto tra le parti, il fiduciante potrebbe chiedere la re-intestazione al coniuge formalmente acquirente. Però, un patto di questo genere deve essere provato e la Cassazione ha specificato che il pactum fiduciae con il quale il fiduciario si obbliga a modificare la situazione giuridica a lui facente capo a favore del fiduciante o di altro soggetto da costui designato, richiede, qualora riguardi beni immobili, la forma scritta ad substantiam (cioè la forma scritta è obbligatoriamente richiesta affinché lo stesso sia valido) e, sempre nel caso in cui si tratti di beni immobili, non è possibile ricorrere alla prova per testimoni (Cass. 117575/2014). Quindi, nel caso di intestazione fiduciaria manca qualsiasi intento di donazione e la posizione dell’intestatario del bene è soltanto provvisoria e strumentale al ri-trasferimento del bene al fiduciante. Ma naturalmente, nella maggior parte dei casi la natura fiduciaria dell’intestazione non risulta da atto scritto e il negozio giuridico viene configurato come una donazione indiretta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mentre la tipica donazione prevista dall’art. 769 c.c. deve essere fatta per atto pubblico a pena di nullità, le cosiddette donazioni indirette, pur non avendo la forma della donazione, ne producono gli effetti tipici e sono caratterizzate dal fine perseguito di realizzare una liberalità.

Quando viene effettuato qualsiasi tipo di elargizione nei confronti del coniuge in costanza di matrimonio, lo spirito di liberalità viene presunto e l’onere di dimostrarne l’insussistenza spetta alla parte che vuole revocare la donazione. Si tratta di una prova molto difficile da fornire, in quanto, secondo molti tribunali di merito, ciò che rileva non è tanto l’elemento psicologico della donazione, ossia il motivo, quanto piuttosto la consapevolezza di effettuare un’attribuzione gratuita in favore del coniuge, che ha come conseguenza un arricchimento dello stesso. La consapevolezza di provocare un arricchimento, assieme all’assenza di un qualsiasi dovere che imponga di realizzare l’atto, devono ritenersi sufficienti per la sussistenza dell’animus donandi tipico del contratto di donazione.

Bisogna sottolineare, però, che tale presunzione, ex Cass. 24160/2018, viene sempre meno dopo la separazione: la finalità di liberalità in favore del coniuge non può automaticamente attribuirsi anche ai pagamenti fatti o alle spese sostenute per l’immobile in comproprietà dopo la separazione.

Ne consegue che le spese affrontate da un solo coniuge dopo la separazione sono rimborsabili se a vantaggio dell’immobile dell’altro. Le medesime spese (se non eccedenti l’effettiva condizione sociale e patrimoniale) sostenute prima della separazione (e non disciplinate con accordo sottostante) verranno qualificate come donazioni indirette e saranno revocabili solo nelle specifiche ipotesi dell’art. 801 c.c. (ingratitudine, ingiuria grave, doloso pregiudizio al patrimonio, rifiuto agli alimenti).

A mero titolo esemplificativo, analizziamo un caso pratico giunto in Cassazione e la soluzione della Suprema Corte: il marito chiedeva la revoca della donazione perché la moglie aveva intrattenuto una relazione sentimentale extraconiugale, tenendo dei comportamenti ingiuriosi nei suoi confronti. Nel rigettare il ricorso così formulato, la

Corte, con sentenza n. 24965/2018, ha dichiarato che l’ingratitudine non si può ravvisare nel solo fatto di aver intrattenuto una relazione extraconiugale, ma va individuato nell’eventuale modo ingiurioso con cui questi fatti si sono svolti in quanto l’ingiuria grave, richiesta dall’art. 801 c.c. quale presupposto per la revoca, si caratterizza per la manifestazione esteriore del comportamento del donatario, che deve dimostrare un durevole sentimento di disistima delle qualità morali del donante e mancare rispetto alla sua dignità, pertanto l’ingiuria deve essere qualificabile come espressione di radicata e profonda avversione o di perversa animosità nei confronti del donante.

Limitatamente alle spese eccedenti l’effettiva condizione sociale e patrimoniale del coniuge richiedente, quest’ultimo potrà agire per arricchimento indebito, chiedendone il rimborso all’altro coniuge.

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