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Coronavirus e Vecchio Continente

Società
30 marzo 2020

Numeri di un’Europa senza identità

di Andrea Doncovio
Perché continuiamo a leggere i dati dei contagi per singoli Stati? La mostruosità dei numeri farebbe comprendere diverse cose. E, forse, salverebbe l'Unione
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30 marzo 2020 di Andrea Doncovio Image

I numeri parlano in modo evidente. Basterebbe volerli leggere per comprendere.

In queste terribili giornate che segneranno profondamente la vita della nostra società, l’Europa e i cittadini europei continuano a guardare il mondo dai propri perimetri. Tutti, indistintamente.

Il quotidiano e drammatico aggiornamento di contagi e vittime nel pianeta è l’esempio più lampante di questa ottusità. Gli Stati Uniti sono diventati il primo Paese per contagi!, titolano da un paio di giorni mezzi di informazione e – a ruota – lettori e opinione pubblica (131.403 casi e 2.329 morti aggiornati al 29 marzo). Eppure, basterebbe ampliare la prospettiva per comprendere che non è così.

Tralasciando la Cina, di cui non sapremo mai il vero numero di contagiati e di morti per Coronavirus, se ragionassimo davvero da Europei capiremmo la portata della tragedia che ci sta coinvolgendo. Calcolando – solo per semplicità statistica – morti e contagi dei primi 11 Paesi d’Europa nella graduatoria degli effetti del Covid-19 (Italia, Spagna, Germania, Francia, Gran Bretagna, Svizzera, Olanda, Belgio, Austria, Portogallo e Norvegia) i dati non lasciano spazio alle interpretazioni: 353.348 contagiati e 23.141 morti. Quasi tre volte i numeri degli Stati Uniti per contagi e sette volte per quanto concerne i decessi.

Eppure a nessun Europeo viene in mente di ragionare per questi macro-dati, semplicemente perché non lo facciamo mai nemmeno negli altri campi.

Ogni singolo Stato d’Europa ragiona e opera nella propria funzione nazionale. Invocando l’Europa quando c’è una necessità o un diritto da pretendere, insultandola quando i problemi sono degli altri o c’è un dovere da adempiere.

E in questo inutile gioco al massacro, tutti gli Stati europei sono colpevoli. Da quelli che oggi non comprendono la necessità di uno sforzo comune e solidale (il così detto blocco del nord, con Olanda e Germania in testa), a quelli che in passato hanno sperperato risorse pubbliche e fondi europei aumentando i propri debiti salvo poi ora avere necessità di chiedere ulteriori soldi a prestito (tra cui proprio l’Italia).

Invece di trovare una soluzione comune, rinunciando tutti a qualcosa, continuiamo nella visione nazionalistica di un progetto europeo rimasto in realtà solo sulla carta.

Gli italiani hanno sprecato soldi in ruberie, clientelismi ed evasione fiscale, smantellando la sanità pubblica: perché ora dobbiamo finanziare noi la loro emergenza?, ragionano tedeschi e olandesi.

Abbiamo già superato i 10 mila morti e abbiamo dovuto bloccare il nostro sistema produttivo per arginare il contagio, se non usiamo le risorse per aiutare la popolazione e le imprese invece di onorare i nostri debiti, il nostro Paese rischia di saltare: perché tedeschi e olandesi non lo capiscono?, non si capacitano gli italiani.

Tutti, forse, in questo caso hanno ragione. Ma fossilizzati nella convinzione di esserne gli unici proprietari, non sentendosi europei, ma solo tedeschi, olandesi o italiani, si riscoprono per quello che sono: persone iscritte a un club d’affari – quello che, a discapito degli auspici dei padri fondatori, è divenuta l’Europa – dove, purtroppo, ognuno si fa gli affari suoi.

Un club che il Coronavirus sta mandando all’aria, lasciando ai posteri un rimpianto bruciante: quello che l’Europa e gli Europei avrebbero potuto essere e che, invece, non sono mai stati.

A meno che tutti non siano disposti a gettare il cuore oltre l’ostacolo, consapevoli che si tratta dell’ultima chiamata.

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