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Ambiente, ecologia e fantasia

Psicologia
01 aprile 2011

Ho un conflitto... non son più ecologico?

di Giuliana De Stefani
Almeno una volta ci siamo senz’altro consolati della fatica quotidiana di certe nostre relazioni personali e sociali giocando con la fantasia di un mondo senza rivalità, lotte, inganni…
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Psicologia
01 aprile 2011 di Giuliana De Stefani

Facciamo bene a pensare alla pace, alla concordia ed alla solidarietà che possono ispirare e guidare la nostra filosofia di vita, ma non dovremmo mai “soavizzare” la realtà concreta nella quale navighiamo nel tentativo di esorcizzare uno dei principali tipi di relazione: il conflitto. La guerra esiste davvero, così le liti fra condomini, la rivalità fra colleghi e fratelli, per non parlare delle tensioni all’interno della coppia... con il conflitto dobbiamo inevitabilmente fare i conti!

Pertanto, in modo pragmatico, ci conviene indagare un po’ sull’impatto che l’esperienza universale dell’incompatibilità ha sulla nostra vita. Ad esempio potremmo chiederci: ma il ”conflitto”, accanto alle sue ovvie implicazioni problematiche, può anche essere utile, funzionale sotto qualche aspetto? È possibile gestire un conflitto in modo “ecologico”? In prima battuta credo che saremmo tutti disposti ad affermare  che il fenomeno dei conflitti, a livello personale e sociale, è quanto di meno ecologico la specie umana sia in grado di produrre! Se pensassimo alle conseguenze pratiche e spesso distruttive dei conflitti in famiglia, a scuola, sul lavoro, nella politica e nelle guerre, certamente punteremmo l’indice: ecco la causa di gran parte delle nostre preoccupazioni, ansie e dolori. Se siamo disponibili ad analizzare in modo meno emotivo la questione, però, troviamo delle sorprese.

Una relazione tra due entità (persone, squadre sportive, partiti, nazioni, ecc.) per essere ecologica deve prima di tutto consentire il mantenimento nel tempo della relazione stessa permettendo agli attori di disporre di un reciproco punto di riferimento costante. Possiamo già intuire che anche un conflitto, se consente il mantenimento di un equilibrio accettabile nel contesto, potrebbe essere considerato almeno in parte funzionale. Tra le tante modalità possibili di relazionarsi in un contesto personale o sociale, il conflitto è una delle più interessanti poiché attiva dinamiche complesse. Per affrontare la seconda domanda, se sia possibile gestire un conflitto in modo ecologico, osserviamo che questa relazione può generare almeno tre tipi di conseguenze:

•     la relazione continua ma subisce qualche cambiamento;

•     il conflitto interrompe la relazione;

•     la relazione rimane immutata.

Certamente ognuno di noi è in grado di riferire qualche esperienza personale che si colloca in questi tre esiti del conflitto. Proviamo ad analizzarli.

1. Possiamo subito dire che la situazione più ecologica è la prima: il conflitto provoca un cambiamento nella relazione, una qualche trasformazione (ad esempio un chiarimento, delle proposte, una negoziazione) e proprio questo fatto consente il mantenimento del legame tra i due attori nel tempo. Viene  raggiunto un inedito livello di equilibrio sufficiente ad entrambi gli attori ed il  contesto si aggiusta su nuove regole formulate proprio per conservare la relazione. Questa è di gran lunga la situazione più complessa da analizzare, ma anche quella che apre interessanti prospettive evolutive nella vita delle persone e nella composizione delle incompatibilità.

2. La seconda situazione la conosciamo benissimo, perché è la più economica: quando una relazione ci appare insostenibile, gravosissima o incomprensibile, almeno una volta nella vita siamo giunti a compiere il grande passo, l’abbiamo interrotta o lasciata decadere, spesso senza spiegazioni. La sensazione che ne abbiamo ricavato è di alleggerimento e sollievo accompagnato dal dispiacere più o meno intenso della perdita di quel rapporto L’ecologia di questa tipo di esito, l’interruzione della relazione per conflitto, va stabilita di volta in volta analizzando accuratamente gli ambiti che ne sono coinvolti. Di solito troviamo nei vari contesti mutamenti di segno opposto: se ad esempio decidiamo di lasciare il fidanzato, da un lato ci sentiamo più leggeri e liberiamo molta energia psichica e fisica che ci aprirà a nuove amicizie e conoscenze, dall’altro possiamo incorrere nella disapprovazione di familiari ed amici comuni per la scelta fatta. È chiaro quindi che un certo gradiente di “ecologia della scelta” è sempre presente, ma per stabilirlo è necessaria un’attenta considerazione delle varie cornici di contesto in cui siamo inscritti (famiglia, amicizie, lavoro).

3. Infine abbiamo la terza possibilità: “la relazione rimane immutata,  nonostante il conflitto”. Dal punto di vista di un sistema, si verifica un paradosso, poiché gli attori hanno un conflitto ma lo ignorano, non ne sono consapevoli o decidono tacitamente di non affrontarlo. Insomma, fanno finta che tutto sia armonioso. Questo tipo di situazione silenziosa presenta normalmente un alto tasso di tossicità: è quanto di meno ecologico possiamo immaginare poiché danneggia sistematicamente la qualità della comunicazione e degli scambi tra attori: inquina e impedisce il soddisfacimento del fondamentale bisogno di sicurezza ed affidabilità di un rapporto. Possiamo facilmente rilevare che un conflitto ignorato genera sempre un considerevole disagio e spesso induce gli attori della relazione a generare delle contromisure difensive nei confronti di un oggetto diverso da quello giusto!

È evidente che ne può scaturire un inconsapevole “allargamento del conflitto”, una propagazione dell’ostilità in contesti diversi da quello originario. Quest’ultima tipologia, la prolungata permanenza di un conflitto in una relazione che non muta, costituisce materia di studio per la psicologia e di intervento per la psicoterapia, dove ognuno di noi può apprendere nuove modalità di gestione pratica di un fenomeno sgradito, ma in certi casi non completamente negativo o addirittura necessario.

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