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L'Onore di Roma

L'autore della porta accanto
10 marzo 2011

Loredana Marano

di Andrea Doncovio
Insegna lettere in un liceo, ma ama la scrittura e la cultura latina. Dalla sua passione è emerso il sogno: realizzare un romanzo sulla vita di Agrippina. E grazie alla collaborazione con Salvatore Conte, L’Onore di Roma è diventato realtà.
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Loredana Marano nel salotto di casa sua
L'autore della porta accanto
10 marzo 2011 di Andrea Doncovio Image

Professoressa, quando è nata la passione per la scrittura?

«Leggere e scrivere costituiscono due momenti  di uno stesso atteggiamento di interesse verso la realtà e, per quanto mi riguarda, verso l’umanità. Sono stata una lettrice appassionata di ogni genere di testo fin da ragazza. Ultimamente, da quando ho iniziato a scrivere, ho rallentato il ritmo, perché non voglio essere influenzata da altre scritture. Cerco in me quanto è stato raccolto, elaborato e sedimentato negli anni».

Come mai ha voluto scrivere un romanzo sulla storia di Agrippina?

«Il romanzo ha una lunga e singolare genesi: come coordinatore del Centrum Latinitatis Europae di Aquileia sono stata contattata da un dirigente del Ministero della Pubblica istruzione. È nata una bella amicizia, solidamente fondata sui classici latini, che si è allargata ad accogliere, in un secondo momento,  un nuovo contatto, Salvatore Conte, pure lui romano. Il tema comune era Virgilio, l’autore dell’Eneide e ideatore del mito di Didone, su cui Conte ha creato un sito e raccolto ricca documentazione. Poi io l’ho orientato verso Tacito, lo storico vissuto fra 55 e 120, circa, d.C., la coscienza vigile della società di Roma, l’intellettuale severo contro la corruzione e l’asservimento».

L’Onore di Roma è un romanzo a quattro mani: com’è nato e come è proseguito il progetto con Salvatore Conte?

«Tacito racconta i fatti con drammatica evidenza senza cedimenti di fronte alla verità dei documenti: Salvatore rimase colpito dalla personalità di  Agrippina. Ambiziosa, forte,  spregiudicata, calcolatrice da un lato, dall’altro consapevole del ruolo di Roma verso Germania e Britannia, in continuità con il piano di Giulio Cesare, di cui si sentiva l’ultima erede. Abbiamo concertato la struttura e diviso le competenze: a Salvatore i fatti storici, a me la delineazione dei personaggi e la narrazione delle vicende. Parallelamente alla stesura del romanzo, continuavamo la ricerca storico-letteraria su Agrippina: i frutti dell’indagine sono stati raccolti da Salvatore nel saggio AgrippinA latens, che accompagna il romanzo come nota finale». 

Qual è il messaggio principale che questo libro vuole portare?

«I personaggi del passato ci permettono di leggere la realtà con il distacco necessario a conoscere l’Uomo liberamente, senza altri fini. Anche un periodo storico tormentato come gli anni 58-59 d.C. mostra qualcosa di familiare: narra, infatti, l’eterna vicenda dell’uomo nel suo misurarsi con gli altri».

Lei è insegnante di lettere in un liceo: come giudica il rapporto degli studenti d’oggi con la lettura e con la scrittura?

«I ragazzi non leggono testi lunghi,  a parte rari casi, perché disturbati da altri miti e da interferenze, quali il cellulare ed i vari media. Oggi i ragazzi sembrano obbedire a questo imperativo: esserci. La lettura abitua, invece, ad osservare e confrontare. Qualcuno teme che l’ultima generazione salterà parecchi passaggi di conoscenza, creando fratture più nette con le generazioni precedenti. Con conseguenze anche sul piano politico, che pochi sanno cogliere».

Non essendo (per ora) una scrittrice di professione, solitamente quando trova il tempo per scrivere?

«Lavoro di notte, quando non ho impegni, quando non ho incombenze, quando la casa sprofonda nel silenzio ed io posso conversare con me stessa. Dormo poco».

Insegnante, moglie, madre: come riesce a conciliare gli impegni di questi ruoli con il tempo per la scrittura?

«Non è semplice conciliare due momenti  essenziali: la scrittura si alimenta di vita, d’altra parte la concentrazione è necessaria per scrivere.  Risolvo riducendo al minimo sonno e ogni forma di diversivo, anche una passeggiata. E poi c’è il sostegno della famiglia, corroborante e costante».

La sua passione per la “latinità” l’ha sorretta anche in altri progetti: quali sono?

«La latinità mi ha sostenuta nel farmi carico dell’aspetto didattico e divulgativo del Centrum Latinitatis Europae, nel mettermi a disposizione di associazioni culturali locali e nazionali, nella ideazione una grammatica latina, Comes viae, edita in tre volumi e, in generale, nell’affermazione di valori imperituri, che sono alla base della società».

Quando scrive a cosa pensa?

«Al  valore pregnante di ogni parola: dai latini ho imparato l’importanza della parola-concetto. Credo che questo sia il tratto significativo che differenzia la mia prosa dalle altre. Ogni periodo è costruito intorno ad una parola-concetto, che ritorna in piani diversi e senza ripetizioni». 

C’è uno scrittore che segue come modello?

«Modelli sono i poeti e scrittori latini, quando affermano: “Siamo ciò che facciamo”. Il pensiero è sorgente, ma poi si fa corollario del fare: la forza d’animo si misura nell’impatto con la vita come pure i limiti dell’uomo. I personaggi del romanzo spesso sono raccolti in sé a rivedere la propria vita, ma pensiero e azione sono strettamente uniti».

Qual è il libro della sua vita?

«Non ho modelli particolari, forse la letteratura inglese dell’’800 per lo sguardo disincantato che permette di leggere la realtà senza sovrapposizioni ideologiche».

Nel suo romanzo, la figura di Agrippina può essere letta come metafora del ruolo della donna: come giudica la figura della donna nel mondo attuale?

«Agrippina è una donna intelligente e forte: nell’esercizio di queste qualità dimostra che siamo liberi e responsabili delle scelte che compiamo ogni giorno. La donna, ieri come oggi, è un essere umano, non va pensato né come un modello di virtù, né come oggetto o peggio. È una constatazione di ovvia evidenza, eppure il destino della donna è stato quello di essere considerata o superiore o inferiore agli uomini. Agrippina, invece, come la donna oggi, nel dare un senso alla propria vita, si rapporta alla vita stessa, alla natura, non all’uomo. Non diverso è il discorso riguardo l’amore, che è promessa ed impegno comune e non solo innamoramento».

A quale personaggio famoso le piacerebbe regalare una copia del libro?

«Lo regalerei agli scettici, ai materialisti, affinché capiscano che essere umanisti non significa guardare con nostalgia al passato, ma guardare nel profondo della nostra memoria di uomini».

Visti i suoi svariati interessi è difficile immaginarla senza nuove sfide: dopo la pubblicazione di questo libro, qual è il prossimo obiettivo?

«Continuo a lavorare con altri autori: a breve sarà pubblicato un libretto comico-satirico; sto, poi, portando a termine un altro romanzo, che possiamo definire di formazione. Credo, infatti, che non sia più possibile la rinuncia dell’intellettuale a farsi voce del suo tempo».

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