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Salvo Barbera

Società
06 luglio 2020

Il diritto alla normalità

di Claudio Pizzin
Da anni coordina l’attività teatrale di un gruppo composto da persone normodotate e con disabilità. Un mix vincente che confida possa essere di esempio per la società
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Salvo Barbera (ph. Claudio Pizzin)
Società
06 luglio 2020 di Claudio Pizzin Image

Secondo molti esperti, le fasce fragili della società sono quelle che hanno risentito maggiormente del lockdown a causa della pandemia da Covid-19.Con il lento ritorno verso la normalità, le attività aggregative sono ripartite, compresa quella teatrale.

Da anni, a Cervignano del Friuli, è attivo il gruppo “In scena per caso” del Ricreatorio San Michele, che coinvolge sia attori normodotati che attori con disabilità. A dirigerlo è Salvo Barbera, 36 anni, in questa intervista coglie l’occasione per fare il punto sul percorso di inclusione del gruppo e, più in generale, della nostra società.

Dopo il lockdown anche l’attività teatrale è ripartita. Quella del gruppo “In scena per caso”, tuttavia, non è semplice recitazione.  Come vi approcciate verso le persone con disabilità?

“Nell'immaginario collettivo la persona con disabilità viene vista solo come bisognosa di cura e assistenza. Se noi vogliamo crescere come società dobbiamo assolutamente abbattere questo stereotipo e cominciare a guardare alla persona con disabilità come una risorsa. Questo è il principio che noi applichiamo nella nostra attività teatrale inclusiva”.

Cosa intendi per risorsa?

“Sembrerà strano, ma in realtà è più semplice del previsto. La persona con disabilità detiene il diritto al riconoscimento dei propri talenti, ma per far sì che ciò avvenga il ruolo della società diventa essenziale. Mi spiego meglio: la società ha il dovere di abbattere ogni tipo di barriera (fisica, ambientale e culturale) e offrire alla persona con disabilità occasioni inclusive e opportunità formative affinché le potenzialità possano svilupparsi ed esprimersi. Solo così possiamo contribuire a modificare quella che è la percezione della disabilità”.

Cosa intendi per inclusione e quali sono queste opportunità inclusive?

“Prima di parlare di inclusione è necessario partire dalle sue fondamenta: le pari opportunità, ovvero garantire a tutti l'accesso e la partecipazione alle diverse situazioni di vita con le medesime condizioni. Nel caso della disabilità, l'inclusione altro non è che la possibilità di vivere a 360 gradi, giorno dopo giorno, ciò che ha da offrire la comunità senza essere ghettizzato a causa della propria condizione e, quindi, condividere le stesse esperienze di vita in sinergia con le persone "cosiddette" normodotate. Il mondo del lavoro, l'associazionismo e il volontariato, lo sport e l'arte sono strumenti utili per concretizzare l'inclusione”.

Secondo te a che punto siamo?

“Sembra che la società si sia eretta sulla base dello stile di vita frenetico della persona "cosiddetta" normodotata: ciò si può evincere per esempio dalla presenza delle innumerevoli barriere architettoniche che impediscono alla persona con disabilità la partecipazione al vivere sociale. A mio avviso, dunque, bisogna rivedere totalmente il nostro modo di vivere, in un certo senso “rallentare”, rispettando il tempo che ognuno di noi necessita per coltivare i propri talenti e sviluppare le peculiari potenzialità. È necessario garantire alle persone con disabilità l’accesso al mondo del lavoro, artistico e sportivo, una rete sociale solida e relazioni amicali. Questi aspetti, essenziali per la vita di ciascuno sono le fondamenta su cui costruire la propria identità. Fondamenta che spesso vengono negate alla persona con disabilità”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quali sono a questo punto gli obiettivi da prefissarsi?

“Non si deve pensare che siano numerosi e di difficile raggiungimento. Per mia diretta esperienza gli obiettivi che bisogna prefissarsi e centrare sono tre: la normalizzazione della condizione, il riconoscimento dei talenti già citato e, infine, il maggior grado di autonomia possibile. Ovviamente tutto ciò è possibile percorrendo un'unica via: l'inclusione”.

Si tende a definire la persona con disabilità come “speciale”. Sei d'accordo?

“Ritengo che dietro a tale definizione vi sia la buona volontà di cercare di migliorare la visione sulla disabilità, tuttavia credo essa non sufficiente. Bisogna capire che la disabilità rientra nella fragilità dell'uomo e, dunque, non vi è nulla di eccezionale. Ogni giorno, infatti, ci relazioniamo con persone diverse e con quella che è la straordinaria eterogeneità umana. Dobbiamo cominciare a concepire la diversità come parte integrante dell'umanità, e la parola “speciale” rischia, invece, di creare un confine tra le persone cosiddette normodotate e le persone con disabilità. La dicitura corretta? Persona con disabilità”.

Chiudiamo con il gruppo teatrale inclusivo “In scena per caso“, di cui tu sei il fondatore e regista: da cosa trai ispirazione per i tuoi spettacoli?

“I nostri spettacoli contengono sempre un messaggio di sensibilizzazione sul tema della “diversità”, messaggio che cerchiamo di comunicare sempre attraverso la comicità: il nostro pubblico deve divertirsi. Quindi è fondamentale adattare storie o scrivere sceneggiature che rispettino queste prerogative”.

Progetti futuri?

“Visto il grande successo di Herr Doktor Frankenstin e la brsuca interruzione del tour causa covid, è doveroso continuare a proporre questo spettacolo. Terminato il tutto, il nuovo progetto sarà molto probabilmente il riadattamento di La famiglia Addams”.

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