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Renzo Candussio, arbitro di Serie A

Sport
12 maggio 2011

Voglia di lottare

di Giuliana Dalla Fior
Da piccolo sognava di fare il calciatore. Poi un infortunio ha cambiato le carte in tavola. Ma Renzo Candussio non ha mollato. E, in un altro ruolo, ha raggiunto la Serie A. “Dando ogni giorno tutto me stesso”.
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Renzo Candussio
Sport
12 maggio 2011 di Giuliana Dalla Fior Image

Tanti nostri lettori seguono il calcio come tifosi, come giornalisti, per curiosità o per inerzia, trascinati da radio e TV, che propinano partite, interviste e commenti ormai quasi quotidianamente. I tifosi più appassionati, inoltre, spendono pensieri e parole per “valutare” gli arbitri, per promuoverli o per bocciarli. Eppure quella arbitrale è una categoria di sportivi assolutamente ineliminabile, sebbene spesso al centro di polemiche roventi, non tanto da parte di giocatori o dirigenti, quanto piuttosto da parte del pubblico sugli spalti o davanti alla televisione. L’arbitro di calcio è una personalità di spicco nel panorama sportivo ed il Friuli Venezia Giulia può vantarsi di averne uno proprio in Serie A: Renzo Candussio.

 

Decidere di fare l’arbitro nel mondo del pallone è stata una scelta difficile?

“La difficoltà è derivata dal fatto che ho dovuto lasciare il calcio giocato. Le discussioni che vengono suscitate dalla figura dell’arbitro nel mondo del pallone non mi hanno mai dato particolari pensieri”.

Oggi moltissimi ragazzini, giovani ed adulti praticano il calcio ma forse assai pochi tra loro pensano di intraprendere la carriera di arbitro. Quali sacrifici e quali problemi comporta percorrere questa strada?

“Pochi giovani prendono in considerazione l’ipotesi di diventare arbitro perché probabilmente non sono a conoscenza delle possibilità che il ruolo mette loro a disposizione oppure perché fin da piccoli sono “trasportati” a praticare altri sport più popolari o visibili. Eppure i sacrifici da considerare sono praticamente gli stessi di un qualsiasi sport individuale per quanto riguarda l’attività fisica. Probabilmente bisogna considerare qualche rinuncia  come le serate del sabato con gli amici o qualche ora di riposo a letto la domenica mattina”.

E quando la strada giunge in Serie A?

“A livello nazionale l’impegno aumenta di conseguenza, ma a quel punto il sacrificio è ripagato dalle enormi soddisfazioni”.

Dai calci al pallone ad arbitro sul campo: quando ha i preso questa decisione?

“A 17 anni, quasi casualmente. Un infortunio aveva posto fine alle mie possibilità di giocare a calcio. La prospettiva di continuare a praticare lo sport che amavo, anche in un’altra veste, ha fatto sì che tutto avvenisse in maniera automatica”.

In una settimana quanto tempo dedichi alla “professione di arbitro” considerando che questa non è la tua principale attività?

“La mia settimana tipo è strettamente legata agli impegni sportivi. Tralasciando la partita, mi alleno tutti i giorni; con frequenza quindicinale sono chiamato a partecipare a dei raduni tecnico/atletici nel centro sportivo di Coverciano, a Firenze. A questo livello risultano determinanti la preparazione fisica e tecnica. Inoltre ci sono le riunioni tecniche obbligatorie ed altri impegni inerenti al ruolo”.

Trovarsi di fronte a campioni nazionali ed internazionali cosa provoca nell’intimo di “Candussio uomo”?

“Essere faccia a faccia con dei grandi calciatori provoca sempre qualche emozione che tuttavia lascia presto il posto alla determinazione che il mio ruolo deve garantire per il normale svolgimento della gara”.

Talora nei confronti dell’arbitro, dei suoi assistenti e del quarto uomo si verifica un vero e proprio accanimento, mediatico e non. Come giudichi questo atteggiamento?

“Queste critiche continue ormai fanno parte del gioco. Sono sicuramente frutto della società in cui viviamo… La cultura sportiva sovente lascia il posto al sospetto, al vittimismo, alla mancanza di fair play. I risultati di questi atteggiamenti sono ben visibili in ogni contesto dove sempre più spesso la professionalità e la competenza sono soppiantati dalle lamentele, dalle scusanti, dalla completa incompetenza. Lo sport non è altro che lo specchio della società in cui viviamo e la pericolosità è dovuta al fatto che nel calcio sovente si assiste,da parte dei tifosi allo stadio, ad uno sfogo delle frustrazioni accumulate nel tempo”.

In un clima così quanto pesa “l’errore umano” nel dirigere la partita?

“L’errore umano è presente nella nostra vita proprio perché siamo… esseri umani ed in quanto tali fallibili. In ogni attività è previsto il rischio dell’errore umano. Nel momento in cui l’errore dell’arbitro sarà considerato alla stregua dell’errore di un calciatore, tutto il movimento ne trarrà grossi giovamenti. La verità è che io scendo in campo con la convinzione d’aver posto in essere tutto quello che mi era possibile per cercare di ridurre al minimo la possibilità di incorrere in errori: preparazione atletica, preparazione all’evento con lo studio dei calciatori e dei moduli di gioco, concentrazione. Alla fine dirigo la gara con la sicurezza dei miei mezzi e la serenità per poter decidere liberamente. L’errore fa parte del gioco!”.

Eppure per ridurre gli errori si parla sempre più di moviola in campo e di sensori nelle porte. Qual è la tua opinione a riguardo?

“Sono un arbitro che dirige le partite con i mezzi che mi vengono messi a disposizione. Noi dobbiamo far rispettare il regolamento che al momento non prevede l’ausilio dei mezzi tecnologici”.

Quando vedi una partita in TV o allo stadio la osservi da spettatore o con l’occhio dell’arbitro professionista?

“Mi considero un appassionato di calcio. Sono stato un calciatore e quindi apprezzo il gesto tecnico di un attaccante; sono arbitro e quindi mi appassiono per una decisione difficile presa da un collega. Guardo le partite perché amo questo sport”.

A proposito, sei tifoso di una squadra di calcio?

“Sono tifoso accanito degli Amatori Calcio Bagnaria Arsa: squadra composta interamente da giovani del paese appassionati del gioco e ben disposti al divertimento. Seguo con attenzione i miei fratelli e quindi, negli anni, sono diventato supporter di molte realtà dilettantistiche della bassa friulana. Con il tempo sono diventato fan sfegatato di me stesso, per raggiungere i miei obiettivi. Chiaramente, nel profondo, da buon friulano, la squadra di riferimento può essere solo una”.

Quando guardi la partita da tifoso come batte il cuore?

“Fortissimo, come per tutti gli appassionati. Viverla da spettatore però è una sofferenza!”.

Quali altri sport pratichi o segui con passione?

“Nel periodo che ha preceduto il mio corso per diventare arbitro ho cercato di praticare, anche se per brevi periodi, la pallacanestro, la pallavolo, il tennis. Lo sport in genere attira sempre il mio interesse e seguo qualsiasi competizione o grande evento alla TV. Con l’hockey a Pontebba mi sono appassionato anche di questo sport poco visibile dalle nostre parti”.

Cosa apprezzi di più in un calciatore quando è in campo?

“Apprezzo i calciatori con i quali è possibile un colloquio senza inutili isterismi o momenti conflittuali che potrebbero far alzare il nervosismo in campo. Va da sé che nel momento in cui l’arbitro riesce a farsi accettare nelle sue decisioni ed ottiene un rapporto di credibilità dai calciatori, riuscirà a dirigere con più naturalezza e precisione”.

Esiste il calcio maschile e quello femminile, la cui popolarità va crescendo. Ti è mai capitato di arbitrare una partita in rosa?

“Il calcio femminile è in crescita nella nostra realtà soprattutto perché ci sono due squadre friulane che militano nel massimo campionato e con ottimi risultati. Ho avuto la possibilità in più di un’occasione di arbitrare partite di calcio femminile e, in qualche caso, le motivazioni e l’aggressività delle calciatrici nulla avevano da invidiare a quelle dei colleghi maschi. È normale che le differenze siano da rapportare con la diversa struttura fisica, ma per quanto riguarda la tecnica il calcio femminile è in progressiva crescita”.

Cosa pensano in famiglia dei tuoi sabato e domenica “impegnati” negli stadi?

“I genitori sono i miei primi tifosi e motivatori. Hanno dovuto abituarsi da subito a convivere con tre figli calciatori e l’impegno domenicale è diventato una normalità. L’emozione più grande è stata quando tutti insieme hanno seguito una mia partita nella massima serie a Verona. Il più delle volte sono io che dopo la partita devo tranquillizzarli tanto è il trasporto al quale sono portati nel seguire una gara”.

Quanto è importante per te come “arbitro” essere nato e cresciuto in Friuli?

“L’impronta della mia terra d’origine è presente fortemente nel mio carattere. La testardaggine del mio animo carnico mi ha permesso di superare i momenti più duri. I valori e gli ideali del lavoro e della famiglia fanno da colonna portante nella mia vita. L’educazione che i miei genitori mi hanno trasmesso rende equilibrato il mio impegno professionale”.

Qual è oggi  il giovane-tipo che può pensare di intraprendere la carriera di arbitro?

“Qualsiasi ragazzo che ama lo sport, che ha familiarità con il gioco del calcio o ancora meglio per averlo praticato, che vuole mettersi in gioco ed è propenso ad assumersi responsabilità, che vuole praticare uno sport e conoscere nuovi amici, ha i requisiti per divertirsi nel ruolo di arbitro. Alla fin fine anch’io ho iniziato casualmente”.

Quale designazione ti farebbe esclamare: “Si è realizzato un sogno”?

“Potrebbe essere scontato rispondere ad una domanda come questa, ma devo essere sincero che fin da bambino sognavo d’arrivare a giocare in serie A. Nel corso degli anni il sogno ha cambiato leggermente prospettiva e si è realizzato nella mia prima gara in massima categoria: Siena-Atalanta. Ora che devo riconquistarla è diventato un obiettivo: essere promosso nel gruppo degli arbitri che dirigono nella massima serie”.

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