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Diritto
03 maggio 2011

Impresa familiare, futuro assicurato con il patto di famiglia

di Massimiliano Sinacori
Con la nuova legge gli imprenditori possono regolare già in vita gli assetti societari che riguardano il passaggio ai propri discendenti.
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Diritto
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Con la L. n. 55 del 14 Febbraio 2006 il legislatore ha introdotto un nuovo istituto nel sistema giuridico italiano denominato “Patto di Famiglia”. Tale legge, all’art. 2, con un’aggiunta che si potrebbe definire rilevante per estensione e portata, ha previsto l’inserimento di un nuovo capo all’interno del libro II delle successioni, il capo V-bis, nel quale è contenuta l’intera disciplina del Patto di Famiglia.

In particolare, dopo l’articolo 768 del codice civile sono stati aggiunti gli articoli da 768-bis a 768-octies c.c. i quali regolamentano in maniera completa la definizione, la forma, i soggetti che devono partecipare a tale patto e le cause di scioglimento. L’art. 768-bis c.c. espressamente definisce il patto di famiglia come “Il contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti”.

Dalla definizione si apprende inequivocabilmente che il Patto di Famiglia è concepito come un contratto con finalità successorie. Tale regolamentazione contrattuale degli assetti aziendali o societari “post mortem” che, come tale, darebbe luogo ad una nullità per violazione dei patti successori, è stata legislativamente ammessa con un’ulteriore modifica, sempre ad opera della legge n. 55 del 2006, di uno degli articoli cardine del sistema successorio italiano vale a dire l’art. 458 c.c. rubricato “Divieto di patti successori”. Con la deroga prevista al primo comma dell’art. 458 c.c. l’unico patto successorio ammesso codificato risulta pertanto essere il Patto di Famiglia. Prima della riforma, gli operatori del diritto si erano resi conto di come effettivamente la regolamentazione “post mortem” del trasferimento d’azienda o delle partecipazioni societarie, attraverso testamenti pubblici, olografi o segreti, mal si conciliava con le esigenze di celerità proprie dell’economia.

La dinamica con cui mutano gli assetti societari e con cui se ne deve dare comunicazione nel registro delle imprese per rendere conoscibili tali mutamenti ai terzi si scontrava con le ben più lunghe tempistiche proprie della materia successoria. Ora, invece, l’imprenditore o il titolare di partecipazioni societarie è in grado di regolare già in vita in modo definitivo tale assetto di interessi con i propri discendenti mediante la stipula di un contratto che prenderà a pena di nullità la forma dell’atto pubblico. Alla stipula di tale contratto dovranno obbligatoriamente partecipare tutti i titolari di una aspettativa ereditaria sul patrimonio dell’imprenditore ovverosia, oltre al coniuge, tutti coloro che costituiscono la categoria dei cosiddetti legittimari dell’imprenditore al momento della stipula del patto di famiglia (contratto tipicamente plurilaterale).

Questo perché l’ordinamento richiede che gli altri soggetti, direttamente o indirettamente interessati al patto o che comunque potrebbero subire un danno dal depauperamento economico del patrimonio del proprio familiare, siano a conoscenza della cessione effettuata. La parità di trattamento per i legittimari e il coniuge non assegnatari delle “partecipazioni” viene assicurata dall’art. 768-quater il quale prevede come “gli assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare gli altri partecipanti al contratto”. In sostanza il soggetto o i soggetti beneficiari del Patto di Famiglia devono (e secondo altri studiosi della novella tale obbligo può essere assunto anche dall’imprenditore) pagare ai legittimari “rinunzianti” il valore della loro quota di legittima al tempo del patto, in denaro o in forma equivalente, sempreché questi ultimi non rinuncino alla liquidazione. La facoltà di rinuncia dei non assegnatari è stata legislativamente prevista all’art. 768-quater. Il legislatore, conscio del fatto che la situazione successoria dell’imprenditore può mutare dal momento della stipulazione del patto al momento della sua morte, per effetto del sopravvenire di ulteriori legittimari, ha regolamentato anche tale eventualità. L’art. 768-sexies prevede che i legittimari che potremmo quindi chiamare “sopravvenuti” hanno il diritto ad essere liquidati dai beneficiari del patto del pagamento della legittima secondo le loro quote previste.

Nel creare questo nuovo istituto ci si è preoccupati di garantirne la stabilità attraverso il consenso più ampio non solo di tutti “i futuri eredi” all’epoca della stipulazione del patto ma anche di quelli che potrebbero intervenire in epoca successiva. L’eventuale scioglimento o modifica del patto sono disciplinati infine dall’art. 768-septies il quale prevede come tali ipotesi possano essere realizzate con il necessario consenso di tutti i soggetti che hanno concluso il patto medesimo attraverso un contratto diverso che presenti però le stesse caratteristiche previste dal contratto da modificare o con un atto di recesso se previsto nel Patto di Famiglia e mediante dichiarazione agli altri contraenti certificata dal notaio. Un’ultima menzione riguarda l’affidamento in via preventiva delle controversie che possono sorgere dal patto di famiglia agli organismi di conciliazione previsti dall’art. 38 del D. lgs. n. 5 del 2003. Già prima dell’entrata in vigore del D. Lgs. n. 28 del 2010 sulla conciliazione obbligatoria il legislatore si era reso conto dell’inadeguatezza delle tempistiche processuali ordinarie alle controversie riguardanti il Patto di Famiglia. I tempi di un procedimento ordinario avrebbero svilito la natura di un istituto tendente ad una rapida definizione e regolamentazione della futura situazione successoria dell’imprenditore.

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