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Samuela Pierucci

L'autore della porta accanto
09 dicembre 2020

Quel poco che basta

di Francesca Ghezzani
L’ironia, la Toscana, il teatro: solo alcuni degli ingredienti di un romanzo da leggere tutto d’un fiato
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Samuela Pierucci
L'autore della porta accanto
09 dicembre 2020 di Francesca Ghezzani Image

Samuela Pierucci, originaria di un piccolo paese toscano, vive oggi a Sesto Fiorentino, e lavora come anestesista all’ospedale Careggi. “Tutto è collegato” – dalle microstorie alla macrostoria – è il credo all’origine di Quel poco che basta, il suo secondo romanzo. Con Intrecci ha già pubblicato Vuoto fino all’orlo.

Questo libro racconta una tragica storia raccontata in chiave ironica. Come nasce il senso dell’umorismo per te, forse dai momenti più cupi?

«Credo che il senso dell’umorismo sia parte integrante dell’essere toscana. Qui si sdrammatizza tutto, anche le situazioni più drammatiche, tanto che a volte è difficile farsi capire da chi non è abituato a queste modo di intendere la vita. Io lavoro in ospedale e in tale contesto, inoltre, l’ironia è davvero un salvagente in grado di alleggerire tante situazioni impegnative».

Hai scelto di dar vita a una narrazione dall’impostazione teatrale, tanto che il titolo completo dell’opera è QUEL POCO CHE BASTA Breve storia di un fallimento in atto unico. Questa scelta era funzionale a livello stilistico o sottende la possibilità di una trasposizione sul palco di un teatro?

«In realtà l’impostazione teatrale è stata notata dalla mia editor ed è stata lei a suggerire il sottotitolo. Probabilmente nella mia testa c’era già questo modo di vedere il susseguirsi delle varie scene e la coralità del finale ma, come spesso succede, chi sta dentro la storia come il narratore non riesce a sviscerarne i lati più complessi anche se sono evidenti a un altro osservatore. Sarebbe bello vedere questa storia su un palco a teatro o su uno schermo, in fondo questo è uno dei sogni segreti di ogni autore».

In un film, invece, quali attori vedresti adatti a incarnare i panni di Sebastiano e Nada, i due protagonisti?

«Per Nada penso a Emma Watson: caratteristiche fisiche ideali e poi chi non vorrebbe un’attrice così carismatica in un film tratto da un proprio libro? Per Sebastiano invece sarebbe perfetto Timothée Chalamet: è proprio lui!»

Quale sarebbe, allora, la colonna sonora?

«Come colonna sonora non potrebbero mancare i Pearl Jam con “Given to fly” e “Better Man”, canzoni citate come pure accade per Black con “Wonderful Life”. Poi ci vedrei bene gli Zen Circus con “L’anima non conta”, Brunori Sas con “La verità”, Diodato con "Fai rumore”».

La tua Toscana, che poi è anche la mia visto che ci sono nata a cresciuta per i primi dieci anni, che ruolo ha nella storia?

«La Toscana qui rappresenta casa. I protagonisti ricordano e progettano viaggi ma se ne stanno qua, fra le città di provincia e le colline terrazzate a ulivi. Questa è la terra di partenza per progetti e sogni, per amarsi e realizzare le insoddisfazioni e i fallimenti. Il susseguirsi delle stagioni l’ho ambientato qui, e non negli altri luoghi citati come il Brasile o New York, e non è certo un caso. La Toscana è il centro, tutto intorno crea le prospettive ma non è, come dire, permeato dalla coscienza che i protagonisti vedono evolvere in questa loro breve vicenda».

Se ci accorgiamo che la nostra esistenza è insoddisfacente, siamo sempre in tempo a rivoluzionarla o, a tuo avviso, c’è un punto di non ritorno nel corso della vita?

«È difficile dirlo: sarei portata a vedere sempre una possibilità di cambiamento e riscatto, per tutti, a qualsiasi età. In pratica però sono certa che se non avviene dentro la nostra coscienza più profonda quel cambiamento che ci permette di vedere tutto con occhi diversi, inevitabilmente quel punto di non ritorno arriva e con esso se non proprio il fallimento, l’immobilità, la stasi».

Infine, sei molto esigente verso te stessa quando scrivi?

«Direi che esigente lo sono certamente, un po’ come è giusto che sia nei confronti dei potenziali lettori e ovviamente anche verso la Samuela accanita lettrice prima ancora che autrice. Le parole restano, “scripta manent”, e quindi se non si è soddisfatti di ciò che si è scritto inevitabilmente non ci sentiremo una cosa sola con l’opera. Devo dire che è anche per questo motivo che per me è assolutamente necessario un editing fatto da un professionista di fiducia, che sappia capire il testo ma anche quello che c’è dentro dell’autore e che sappia rispettare la musicalità dell’insieme. Si tratta di creare qualcosa che resti, che incida anche solo per poche ore nella vita del lettore, ed è un lavoro degno di grande rispetto e responsabilità».

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