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Banche e aziende, rapporto difficile

L'analisi
09 settembre 2011

La crisi è davvero finita?

di Paolo Marizza
Per le Piccole e Medie Imprese l’accesso al credito continua ad essere problematico, perché le garanzie richieste sono cambiate. Vendere e fatturare non basta più: i tempi di rimborso richiesti dalle banche devono essere rispettati.
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L'analisi
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Nello scorso mese di aprile è uscito il Bollettino Economico della Banca d’Italia numero 64. La pubblicazione trimestrale per la prima volta dal 2009 non si è concentrata sui rischi di insolvenza per le banche, sulla cattiva qualità e sulla carenza del credito alle imprese o sul peso delle sofferenze. Anzi, una delle affermazioni più importanti della pubblicazione è che già dall’ultimo trimestre 2010 la qualità del credito è nettamente migliorata, e in particolare è migliorata la qualità del credito alle imprese con una forte ripresa della domanda di finanziamenti sia per ristrutturazioni che per investimenti e un sostanziale calo delle sofferenze.

Qualche maggior motivo di preoccupazione permane invece per il credito alle famiglie e in particolare per la quantità di incagli nei mutui casa. Ma è vero che per le imprese, e in particolare le PMI (Piccole e Medie Imprese), si stanno risolvendo i problemi di accesso al credito? E poi, perché in presenza del sistema bancario più “sano” d’Europa, come viene definito il nostro, la crescita in Italia langue?

Secondo noi considerare alcuni fattori strutturali, che non appaiono nelle pubblicazioni congiunturali che trattano principalmente i dati macroeconomici come fa il Bollettino di Bankitalia, è d’obbligo. Come noto, le problematiche non sono confinabili al solo rapporto Banca-Impresa: interessano gli assetti complessivi del nostro Sistema Paese. I nodi da sciogliere sono comunque stranoti e già analizzati. Ma, purtroppo, quando si tratta di individuare obiettivi e modalità realizzative c’è totale disaccordo. In questo contesto nel 2009 - 2010 l’onda lunga del post crisi ha visto luci ed ombre. Gli impieghi del- le banche locali, quelle più orientate al relationship banking, spesso sono cresciuti a due cifre. Lo stesso non si può dire per le banche maggiori.

Si tratta di politiche e criteri di concessione del credito diversi? Sembrerebbe di si. Ma andiamo per ordine. Innanzitutto va segnalato che i dati sulle sofferenze beneficiano della deroga quinquennale che consente alle Banche italiane di classificare tra i crediti bancari in default quelli non rimborsati alle imprese da oltre 180 giorni, anziché 90 come da standard regolamentare. Fra sei mesi tale deroga verrà a mancare e, a meno di un’improbabile proroga, la soglia verrà riportata a 90 giorni, con impatti sugli attivi a rischio, sui requisiti patrimoniali e quindi sul costo del credito. In secondo luogo, come risulta da una recente ricerca condotta con l’Università Ca’ Foscari di Venezia (Il credito bancario alle imprese : le dinamiche prima e durante la crisi), mentre prima della crisi le imprese avevano continuato a beneficiare di sempre maggiori finanziamenti bancari nonostante la liquidità aziendale apparisse non sempre sufficiente, così come spesso risultavano insufficienti la redditività sia del capitale proprio che di quello globalmente investito in azienda, a partire dal 2007 le Banche continuano a concedere i finanziamenti alle imprese, in particolare alle PMI, solo se in possesso di una buona liquidità e premiando una dotazione anche minima di capitale sociale, purché accompagnata da una riduzione dell’effetto leva. In sostanza si evidenzia un significativo cambiamento nei parametri-guida di concessione del credito, probabilmente destinati a riqualificare il rapporto Banca – Impresa anche per il futuro. Oggi l’imprenditore o il manager che si presenta allo sportello bancario per chiedere un finanziamento si vede proporre soluzioni e chiedere garanzie diverse rispetto a prima.

Le parole chiave per accedere al credito, infatti, sono divenute:

- garanzie di liquidità: non basta vendere e fatturare, bisogna anche incassare in tempi e modi certi, rimborsare la banca nei tempi e nei modi richiesti. La crisi ha insegnato alle aziende che non incassare il dovuto al momento giusto può essere altrettanto rischioso che non vendere. È stato maggiore il numero di aziende chiuse per problemi di mancanza di denaro fresco che per veri dissesti;

- patrimonializzazione: lavorare solo con i soldi della banca non si può più, perché la banca chiede all’imprenditore e ai suoi soci di “fare la loro parte” aumentando il capitale dell’azienda a garanzia dell’impegno effettivo nella continuità. Un’impresa che non ha un patrimonio adeguato ai suoi volumi di vendita, rischia di vedersi negare il credito oggi esattamente come nei momenti più cupi della crisi.

Dunque la crisi potrà anche essere alle spalle, ma in realtà non per tutti. Alle parole chiave dovranno corrispondere fatti: dalla disponibilità delle imprese a ripensare le modalità di gestione della finanza aziendale, alla realizzazione di soluzioni per migliorare l’efficienza finanziaria nei rapporti di credito/debito delle reti d’impresa, alla capacità delle banche di comprendere le prospettive di sviluppo dell’impresa e di incorporarle nelle valutazioni di merito creditizio. L’impressione è che la preoccupazione per le regole di patrimonializzazione (Basilea 3, ecc.) perda una dimensione fondamentale: nessun ammontare di capitale, nelle Banche e nelle Imprese, può essere un sostituto adeguato di nuovi criteri di valutazione nel rapporto Banca – Impresa.

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